martedì 29 settembre 2009

Un pensiero libero. Un pensiero di Enrico Longo.

Pubblico volentieri la mail di un amico, un ‘non addetto ai lavori’ (non addetto, ma molto addentro). A scrivermi è Enrico Longo, attento osservatore delle recenti vicende dell’Atletica italiana. Non è un tecnico, neanche un dirigente sportivo (almeno non in atletica). È ‘soltanto’ una limpida voce critica, sanguinante ricordi di giovanissimo mezzofondista appassionato (fine anni ’70). Enrico si inserisce nel recente dibattito dell’organizzazione della ‘Cosa Fidal’; sul come provare a far ripartire l’Atletica. Non molte parole. Quasi uno sfiorare i temi cruciali. Ma quanta chiarezza; quanta profondità. Grazie ancora, Enrico.



Grazie, Mario,
per avermi coinvolto nella discussione. Come puoi immaginare, stando fuori dal mondo dell’atletica da molti anni, non ho più idea di quale sia oggi l’Organizzazione Federale, come siano composti i comitati, ecc.
Per parte mia ho la tendenza ad insistere sulla trasparenza della gestione economica. In un post sul tuo sito ho chiesto se qualcuno conosceva il Bilancio della Fidal (che esiste per forza). Sono andato sul sito fidal.it e non sono riuscito a trovarlo. C’è solo un accenno al consuntivo 2008 che parla di “seconda variazione di bilancio dell'esercizio 2009, per complessivi 805.000 Euro di investimenti, destinati in prevalenza ai Comitati Regionali ed alle esigenze dell'Area Tecnica”. Non so se quei soldi sono tutto o solo parte di ciò che viene investito. Mi piacerebbe conoscere la situazione reale prima di parlare perché se i soldi sono pochi anche gli obiettivi perseguibili devono essere pochi.
Comunque, se in sede nazionale non c’è chiarezza, perché non partire dall’ambito locale? La Fidal Abruzzo fa un bilancio economico del proprio operato? Quanti soldi riceve dalla Fidal? Quanti dagli enti locali? Quanti da sponsor? Come vengono investiti? La risposta a queste domande sul sito fidalabruzzo.org non l’ho trovata. Forse è nell’area riservata. Comunque voi diretti interessati dovreste esserne a conoscenza. Se non c’è chiarezza sui danari diventa poi difficile parlare di obiettivi perseguibili. Si finisce per litigare fra poveri, come i topi in gabbia.
L’ambito locale, regionale o provinciale che sia, è quello, a mio giudizio, da cui occorre ripartire per quella che tu chiami ‘palingenesi’. I vertici nazionali non sono assolutamente in grado di riformare il movimento. Arese è il prodotto di un consiglio che lo ha eletto e non ha la forza per muoversi contro chi lo ha portato dov’è, ammesso che sia nelle sue intenzioni. Fidal è poi parte del CONI dove, a mio giudizio, la natura ‘politica’ dei rapporti si complica e porta a favorire l’uno o l’altro dei singoli, perdendo di vista il Movimento Atletico nel suo complesso. Le rivoluzioni, ce lo insegna la storia, nascono sempre in ambito locale (Hu-Nan, Chiapas, Cantieri di Danzica, ecc.), a ‘Palazzo’ sono possibili solo colpi di mano, di solito a natura autoritaria.
Lo ribadisco, secondo me lo Sport, e quindi anche l’Atletica, deve avere due ‘attori’ principali: la Scuola e gli Enti Locali.
La scuola ha in mano i giovani, una parte degli impianti (le palestre e qualche campo) e un gruppo di insegnanti che magari sono demotivati dalle ultime ‘riforme’ ma forse sono ancora recuperabili, per dare una mano nella promozione, con qualche incentivo (esempio: punti in più in graduatoria per chi organizza Centri di Avviamento all’Atletica). Non saranno dei tecnici preparati ma spesso è più importante, per portare gente al movimento e farla gareggiare, una continuità di presenza sul campo piuttosto che una grande competenza specifica.
Gli enti locali hanno in mano il resto degli impianti (a parte le strutture private, che nell’atletica sono poche), la possibilità di tenerli aperti (distaccando personale di custodia che altrimenti si gratterebbe la pera in un ufficio) e qualche soldo da spendere. Soprattutto la Provincia (ente bistrattato, tanto che qualcuno lo vuole abolire) è l’ambito che ha la dimensione e la visibilità giusta per coordinare la disponibilità di ‘opportunità di fare atletica’ sul proprio territorio. Recentemente ho scoperto che nello staff del presidente della provincia di Torino (Antonio Saitta) c’è una persona che si occupa di sport, ed è un allenatore di Atletica (Gianfranco Porqueddu). Spero che si muova nella direzione giusta, magari facilitando anche l’ingresso di ‘sponsor’ a livello locale.
Poi serve anche una struttura tecnica, con gente preparata, ed in questo la Fidal Regionale può fare la sua parte. Sempre che ci sia chiarezza sugli obiettivi e sui denari, altrimenti ogni discorso di qualità (efficienza ed efficacia degli investimenti) è pura fuffa.
Qualcuno, credo su Atleticanet, ha lamentato che l’Italia sia più lunga che larga e che un campionato italiano di categoria a Bari crei grossi problemi ai genovesi. Vero. Non è per fare il federalista (molto di moda oggi) ma in questo momento tutto ciò che è ‘nazionale’ è in crisi, non solo nell’atletica. Meglio ripartire dall’ambito locale. Al vertice nazionale possiamo lasciare le dichiarazioni alla stampa (i commenti, avrai letto, parlano di ‘incredulità’ e ‘farneticazione’, per essere gentili) e i rapporti con il Ministero della Difesa (da cui dipendono quasi tutti gli atleti di vertice). Se il movimento continuerà sarà perché al ‘Città di Majano’ i ragazzini si sono divertiti a gareggiare (anche chi è arrivato in fondo alla classifica).
Complimenti per quello che riesci a fare, anche se con pochi mezzi.
Saluti cordiali
Enrico Longo


sabato 26 settembre 2009

Variable weather

I regolamenti federali cambiano come cambia il tempo ad aprile. Dal sito Fidal.it oggi leggevo: “Il Consiglio ha poi varato i Regolamenti per la stagione 2010 (a presto la pubblicazione della versione definitiva sul sito internet Fidal.it). Tra le questioni salienti, il varo di una versione rinnovata dei campionati di società assoluti, con l'eliminazione dell'obbligo (trasformato in facoltà) di schierare anche gli atleti della categoria Allievi, e con la cancellazione della finale A3.” Allora, se ho capito bene, gli Allievi (sedici/diciassettenni) non ‘servono’ più? Bisognerà dunque fermare chi si sta affannando a cercarli (viaggi, incontri, mediazioni con le società giovanili, eccetera eccetera); il gioco cambia di nuovo.
Devo dire che l’idea di gettare nella mischia del CdS Assoluto i giovanissimi non mi è piaciuta, da subito. Credo che più di un allievo (forse il mezzofondo italiano, in toto, ai recenti mondiali U18?) quest’anno abbia pagato il prezzo, pesante, di una programmazione a dir poco cervellotica .
Gli Allievi torneranno a fare gli Allievi, quindi. E pure i Cadetti dell’ultimo anno potranno tirare il fiato. O no? Che cosa significa, tecnicamente, trasformare un obbligo in facoltà?


mercoledì 16 settembre 2009

Hadriano chiama Hadria...



Hadriano (foto in alto), come amo chiamarlo, è tornato. È una antica mascotte, un sogno che torna dopo circa vent’anni di nylon protettivo. Torna Hadriano e con lui l’Hadria Pescara. A giorni un racconto dei miei e qualche dato in più. Stay connected!

mercoledì 9 settembre 2009

Grinta da vendere





(foto dal sito www.atleticats.com)

La grinta è quella di Lucrezia Anzideo (il n. 20 nelle foto), splendida terza nei 600p Ragazze nel Trofeo Internazionale Città di Majano, il 5 di settembre scorso. Il suo tempo è stato di 1:47.50, un secondo e tre decimi limati al suo precedente e recente personale. Credo che, ancora una volta, le immagini dicano più di quanto io sia capace di esprimere.

venerdì 4 settembre 2009

La passione non si mangia

Due parole sul volontariato in atletica. Non prendetemi per un bieco materialista ma finché non si avrà il coraggio di riconoscere il ‘giusto’ a chi si impegna con professionalità, per l’atletica (come altrove; si pensi alla Scuola, ad esempio) le cose andranno sempre peggio. La razionalità pare non abiti in Italia, cosicché anche per la Fidal il redde rationem sembra essere arrivato. Un allenatore federale, responsabile nazionale di settore, marcia, salti, eccetera (giusto a titolo d’esempio), sembra che percepisca qualcosa come 7000 € l’anno, spicciolo più spicciolo meno. Il mio incarico di responsabile regionale della marcia è di 500 € l’anno. Basterebbe partire da qui, da queste cifre, per capire che i risultati di Berlino sono grasso che cola. O no?

sabato 29 agosto 2009

Desperate house athletes?




Chiusi i mondiali berlinesi di atletica leggera si continua a piè sospinto nella ricerca della causa prima della debacle italiana. Giornalisti, allenatori, atleti, gente comune, tutti, a turno, hanno puntato il dito ora sulla scuola, ora sulla molle opulenza della società occidentale (nell’ambigua variante italiana), ora sull’incapacità gestionale della dirigenza federale. Tante parole, forse troppe. L’atletica italiana di vertice è in difficoltà. Qualcosa è cambiato. Anche gli atleti offrono il loro campionario di sfoghi e recriminazioni. Mi fa riflettere quello dei nostri marciatori. Essi parlano con insistenza dei loro sacrifici quotidiani. Li danno in pasto alla stampa, a caldo e non. In un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa.it (22.08.09) Schwazer, alla domanda “Se potesse cambiare qualcosa nella sua preparazione che farebbe?” risponde: «Vivrei di più, perché negli ultimi mesi ho rinunciato a tutto per la marcia. Se fossi venuto qui senza fare fatica, dopo aver folleggiato per l’oro di Pechino, vi assicuro che non sarei così distrutto. Lavorare più di così non è possibile». Lo sostiene il compagno di squadra Giorgio Rubino dalle pagine della Gazzetta.it (21.08.09): “[…] Chi di voi ha mai visto dove viviamo, cosa facciamo durante l’anno, quanta fatica siamo capaci di sopportare, cosa significa allenarsi sotto la neve d’inverno quando si è affaticati dal duro lavoro dei giorni precedenti, o sopportare dure ripetute con il caldo estivo? Per noi non è un problema, perché crediamo in quello che facciamo e nel nostro sogno, ma quanti di voi sarebbero pronti a questo rinunciando ai divertimenti, andando a letto alle 22 per superare i propri limiti e allenarsi con dedizione? Quando noi cominciamo la preparazione entriamo in un tunnel che si chiude al termine dell'appuntamento estivo e questo tunnel dura solitamente intorno ai 9 mesi. Quanti di voi hanno questa forza mentale?”. Anche Elisa Rigaudo, ai microfoni Rai subito dopo il deludente 9° posto di Berlino, dice più o meno cose simili.
Un tempo (invero una decina di anni fa) scrissi che i marciatori ricordano agli uomini il senso della fatica, nel silenzio. Dordoni, Pamich, Damilano non ricordo averli mai sentiti rimarcare il peso dei loro sacrifici in opposizione alla seduzione dei piaceri della vita mondana. Il piacere della fatica sportiva, nel silenzio, questo è ciò che offrivano i nostri marciatori al mondo. Il silenzio come consapevolezza della propria forza interiore, della lucida e naturale capacità di ripartire da un’occasione perduta. Perché nulla è scontato. Neanche la vittoria di un supercampione.

venerdì 21 agosto 2009

Il paravento non c'è più

La marcia non va a medaglia, Schwazer si ritira. “Zero tituli”, come direbbe qualcuno. Anche il più solido paravento alle magagne del nostro ‘sistema atletica’ (o sport tout court, se volete) è caduto. La marcia può non dare medaglie, quindi, pur godendo di ottima salute (il 4° posto di Giorgio Rubino nella 20 km e il fresco 8° di Marco De Luca nella 50 km).
Non portare a casa medaglie, di qualsiasi metallo o lega, in questa edizione dei Mondiali per noi italiani è un record. Ma è pur sempre un gioco. È assai meno ‘ludico’ un altro freschissimo primato: siamo la nazione europea col più alto tasso di obesità infantile. Del resto anche alcuni nostri campioni sembrano non disdegnare merenducce e merendine…
Un popolo di santi, poeti, navigatori, obesi… e di maratoneti che danno forfait a tre giorni dal mondiale. La maratona maschile a Berlino senza italiani: un altro record. Un altro segnale?

martedì 18 agosto 2009

Junk food running

Mentre la Spagna saluta la fresca campionessa mondiale dei 3000 siepi, Marta Dominguez, noi italiani speriamo nel ‘miracolo’ della Cusma, domani in finale sugli 800. Sì, siamo un popolo obeso (in Europa siamo secondi solo ai tedeschi) i cui campioni dell’endurance in atletica vanno sempre più piano (santa marcia esclusa). Campioni dell’atletica che fanno pubblicità a suon di merendine: sono un segno dei tempi?



sabato 1 agosto 2009

L'ultimo maratoneta



C’è un maratoneta che si aggira per le vie di Pescara. È l’ultimo maratoneta dei Giochi del Mediterraneo. Anzi no. È il primo ed anche l’ultimo. Beati gli unici, poiché saranno primi e ultimi. Ai Giochi del Mediterraneo 2009 la maratona non c’è stata, sostituita per esigenze logistiche da due mezze maratone, una maschile e una femminile. Dicono che quel giovane podista svagato sia lo spirito olimpico che, in barba alle scelte organizzative operate in questi Giochi pescaresi, corre, nonostante tutto; nonostante lo sport. Il suo spaesamento mi piace. Un efficace traslato di ciò che rimane dello sport autentico, quel muoversi perché necessario, a prescindere. E poi il resto del mondo, tutto intorno. E quell'indifferenza organizzata, che corre veloce, a prescindere.

Il video (L’ultimo maratoneta) è tratto dal sito www.tregua.org, dell’amico Valerio Di Vincenzo. È un’opera iscritta al Concorso per Web Filmaker, iniziativa ideata da Ekecheiria.org e presente già nell’home page del sito www.tregua.org. Entrate quindi nel sito, iscrivetevi e votate l’opera, se credete (io l’ho già fatto).

martedì 21 luglio 2009

15:38.96



Qui però un pizzico di esaltazione ci sta pure! Luigi Turilli, sempre sabato scorso a Civitanova Marche, con il crono di 15:38.96 migliora di oltre cinquanta secondi il suo personale sui 5000m. Grazie al suo coraggio, alla sua "testa ben fatta", e ad un generoso Sat, lepre d'eccezione. Grandi ragazzi, grandi...

domenica 19 luglio 2009

3:13.95


Non mi piacciono le celebrazioni, soprattutto quando si tratta di risultati tecnici relativi alle categorie giovanili. Voglio però fare una sorta di strappo alla regola. Sì, perché questa non è una celebrazione ma il riconoscere l’impegno gioioso ed efficace di una ragazzina straordinaria nella sua normalità (qui da me intesa nella sua accezione positiva; un essere nella norma, in equilibrio…). Lucrezia si allena giocando. Basta guardarla quando si riscalda assieme alle sue compagne di allenamento: scherzi, rincorse, risa argentine dentro tre quattro sedute settimanali di training comunque serio, impegnativo.
Ieri Lucrezia Anzideo, tredici anni ancora da compiere, ha corso a Civitanova Marche i 1000m in 3:13.95, arrivando a quasi due secondi dalla migliore prestazione regionale sulla distanza, quel 3:11.2 di Paola Marcucci che regge da circa trentacinque anni.
Brava Lucrezia, sono felice di darti una mano.

venerdì 17 luglio 2009

Ritorni

Mercoledì mattina sono stato a Chieti. Stavolta lo stadio Angelini l’ho visto da fuori. I marciatori, un po’ come i maratoneti, assieme a quelli che lavorano con loro, gli stadi li lasciano sullo sfondo. Il lavoro ‘sporco’, utile, si fa fuori. Mercoledì mattina, dicevo, intorno alle 8.30 ero sul giro di circa settecento metri attorno allo stadio teatino, assieme a Ruggiero D’Ascanio e al ritrovato Sat, fresco reduce dagli ‘ozi’ pavesi. Dovevo controllare Ruggiero, il suo gesto, la sua azione tecnica. A seguire – dopo la giusta razione di chilometri –, dentro il freddo irreale del vicino ipermercato Megalò e davanti ad un bicchiere di acqua tonica, avremmo discusso del da farsi, il prosieguo della preparazione in vista degli Assoluti di Milano.
Che strano lo stadio Angelini visto da fuori, al mattino; d’estate. Surreale l’immagine del signore grasso, seduto e debordante dalla sedia piazzata all’ingresso del sottopasso che porta alla pista. Non so chi sia, ma sono contento di stare per strada, a giocare coi piedi con un coccio di vetro Moretti, in attesa che ripassi Ruggiero. Il signore grasso lo immagino finalmente sereno. Seduto sul limitare di un impianto sportivo fatiscente ma con le tribune lucidate e colorate, non ha passeri da spaventare. Il campo è vuoto.


mercoledì 8 luglio 2009

Go back home

(foto di Fernando Di Clerico)


Via da Chieti, e mi dispiace. Un’opportunità bruciata, ma non voglio rimuginarci troppo sopra. Da quelle parti se non cambia ‘qualcosa’ l’atletica chiuderà nel giro di qualche stagione. Ritorno a Pescara quindi. Ritorno a casa. Un grazie di cuore a Massimiliano Palumbaro per l’aiuto appassionato e concreto che mi sta dando in questi giorni. La ‘mia’ atletica ha un amico in più.

lunedì 6 luglio 2009

Minoranza affatto silenziosa

L’atletica dalle nostre parti conta molte bestie. Tecnici, dirigenti sempre incazzati, con la schiuma alla bocca, cani rabbiosi spelacchiati e ciechi, assediati da un nemico che vedono solo loro, fermi ad un’idea di sport che include l’insulto e la volgarità dei modi. Sono monadi impazzite di un mondo lontano; ci ostiniamo ad accettarli perché ci incuriosisce quel sentimento ambiguo che li costringe al moto perpetuo, ad un pericoloso volontariato compulsivo che qualcuno definisce passione. Quando avremo il coraggio di emarginarli, ecco, solo allora potremo cominciare a parlare di progetti per lo Sport, per l’Atletica.

venerdì 3 luglio 2009

La marcia, i tacchi e le 'suole' mediterranee



(foto dell'amico Fernando Di Clerico)



Martedì ho fatto tilt. Breve riassunto del casino che ho combinato, e qualche altra riflessione a corredo. Arrivo allo stadio in anticipo, in bici, alle 17.20 o giù di lì, il telefono comincia a trillare – cantare sarebbe più corretto: come suoneria c'ho "In My Heart" di Moby –, chi arriva da nord, chi da sud, chi sta già sugli spalti, chi farà qualche minuto di ritardo. Allora salgo sugli spalti, poi riscendo, non vedo nessuno all'ingresso di maratona ed è logico: sono ancora in anticipo sull'appuntamento delle 18.00. Risalgo e lì continuano le telefonate, le pacche sulle spalle di gente che non vedo da una vita. Le 18.00 mi passano davanti senza neanche salutarmi. Alle 18.10 GMak mi scrive un sms: "Io ci sono a scapito dei 200...". Porca di quella miseria. Lo chiamo, mi arrampico sugli specchi, mi scuso. GMak mi maledice soavemente: lui, allenatore coi controbaffi, ex nazionale degli ostacoli alti, grazie a me è riuscito a perdere nell’ordine: 200m (femminili + maschili), 110hs, 400hs. Quando mi raggiunge sulla tribuna arrivi, assieme a sua moglie e sua figlia Gabriella – circa otto mesi e qualche chilo di futura ostacolista – ringrazio il cielo per non aver preso sui denti il carrozzino della piccola. Con me c’è pure Evelina, mia moglie, per la seconda volta dentro uno stadio dopo tredici anni. I records sono fatti per essere battuti.
La marcia tarda un po’, poi parte. E allora tutti giù in strada, su via Pepe, verso il mare. Si passa davanti l’ingresso di maratona, con quaranta minuti di ritardo rispetto all’appuntamento delle 18.00. ‘Recuperiamo’ Valerio, ci tiriamo dietro tutti i ‘miei’ atleti, la mia ‘meglio gioventù’, assieme ai loro genitori. Sembra una specie di processione, una sorta di pellegrinaggio aerobico – per alcuni anaerobico, viste le continue variazioni di ritmo – coi ragazzini a fare caciara, altro che religioso silenzio! Raggiungiamo così il primo dei due giri di boa dell’anello di 2 km, sulla rotatoria all’incrocio di via Pepe con il lungomare. Lì ci fermiamo per vedere un paio di giri di Brugnetti e Rubino. È anche l’occasione per far incontrare Valerio e Carla, la sognatrice; un incontro reale.
Brugnetti, Rubino, lo spagnolo Molina ed il tunisino Sebei ci sfilano davanti al ritmo di 4’06”/km. Decidiamo di spostarci qualche centinaio di metri più avanti, e sistemarci di fronte all’area di rifornimento. Quell’area parla pescarese. Abbraccio Massimiliano e Fabrizio, do il cinque a mio fratello Giovanni. Poi saluto Vittorio e riabbraccio Antonio che ha da poco lanciato un paio di inputs tecnici, precisi ed efficacissimi, ad un Brugnetti davvero elegante ed in palla. Si parla pescarese dicevamo, ma anche lancianese (la mia lingua materna): ci sono Antonio e le marciatrici della Nuova Atletica Lanciano, con Lucia in testa. Lucia che farà il record regionale cadette sui 3000 due giorni dopo a Formia. Lucia che ho il piacere di seguire tecnicamente assieme all’amico Antonio.
Ci raggiungono pure gli amici di Miglianico, Fernando coi figli Andrea e Silvia. Fernando ha un ‘mostro’ della Canon che sputa scatti come sventagliate di kalashnikov. In due picosecondi fa secco il gruppo di testa e poi i vincitori all’arrivo. Un fiume di immagini dentro pochi interminabili istanti. Sue sono le foto di questo post.

A due giri dal termine riprendiamo la via dello stadio. La processione rientra in cattedrale. Giusto il tempo di ri-sistemarci sulla tribuna arrivi, gustare la volata di Brugnetti su Rubino ed applaudire il loro simpaticissimo omaggio al pubblico. GMak sarà di certo a casa, così come sua moglie Giovina e sua figlia Gabriella. Giuro che semmai, tra dodici tredici anni, le venisse voglia di marciare o di correre a lungo io sarò allo stadio ad aspettarla con la passione di sempre. Puntuale però, ché pure i maestri sbagliano, ma mai due volte di seguito. Giuro.


giovedì 25 giugno 2009

Il sogno di Barcellona '92 all'alba di Ekecheiria.org


Voglio pubblicare una lettera di Valerio Di Vincenzo. Lo faccio con l'emozione e le lacrime di un giorno di diciassette anni fa. Quel giorno l'erta del Montjuic parlava abruzzese.
Buona lettura.


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Sentendomi parte in causa di quanto sta avvenendo su questo blog negli ultimi giorni mi sento anche in dovere di spiegare meglio le motivazioni che animano i miei interventi. Per farlo, prendo spunto dal Progetto 92 - più volte citato da Mario - e che rappresenta l’origine e l’elemento di congiunzione tra passato e futuro del progetto che si esprime attraverso ekecheiria.org.
Devo dire che questa necessità, in qualche modo, si accompagna in me con una strana euforia.
Infatti la deformazione spazio-temporale che si sta creando attorno al centro gravitazionale costituito dalla Tregua Olimpica ed alle possibili “influenze celesti” che vi voglio stimolare a considerare non è nuova né per Mario, né per me. Al contrario, riconosco parecchie analogie tra quello che avvenne venti anni fa ( con i successi maturati con il progetto 92) ed il potenziale che esprimono l’affermazione della Tregua Olimpica e la consapevolezza del proprio ruolo sociale a partire dai Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009.
A cominciare dal 1989 Mario ed io abbiamo iniziato a studiare strategie per vincere le Olimpiadi di Barcellona. Io, con le conoscenze maturate da ricercatore universitario in medicina, proponevo i metodi e gli strumenti. Lui li traduceva in protocolli scientifici di allenamento, in fitte tabelle di dati funzionali e rilievi sul campo che venivano graficizzati in forme primordiali di pagine elettroniche, allo scopo di valutare gli effetti , nel tempo, delle fasi di lavoro. Giovanni ci metteva il fisico ed un carattere che esprimevano la sua energia sovrumana. Claudio interpretava olisticamente il modello biomedico, assecondava i flussi energetici e la crescita delle prestazioni atletiche di Giovanni, leniva i dolori. Daniela appianava i conflitti e minava le basi di quella sindrome che - tra me e me – ho chiamato la “paura di vincere” ( quella che fino a quei tempi aveva attanagliato i primati mondiali che erano nelle gambe di Giovanni). Mamma Angela e papà Nino ci avevano adottati come parte integrante della famiglia. Tutto ciò cresceva giorno dopo giorno, confortato da risultati crescenti. Era qualcosa che non era mai esistito prima in nessuno di noi presi singolarmente, eppure si avverò quando decidemmo di lavorare insieme.
Ciò che potrebbe stupire oggi è che Giovanni, in preparazione della sua seconda olimpiade, accettò di affidarsi a questa strana combriccola, priva di alcuna precedente esperienza del genere, osteggiata dall’establishment, ma dotata di idee capaci di fare la differenza. Erano i tempi in cui un bel numero di medaglie olimpiche e maglie rosa erano prodotte in Italia dalle parti di Ferrara, ma Giovanni preferiva frequentare la riviera pescarese, le Dolomiti, gli altopiani messicani, a costo di ingurgitare integratori e certe “cineserie” probiotiche che gli prescriveva Claudio, di litigare con taluni “santoni” della Federazione e, in fin dei conti, perfino di farsi superare in silenzio da gente che il buon sangue se lo faceva venire con mezzi diversi dal buon vino e dall’armonia tra mente e corpo.
Il fatto è che, parlando e riparlando con Mario, ho capito quanto le personalità come quella di Giovanni e come la sua sanno essere carismatiche anche continuando ad essere vere. Questo, secondo me, deriva dalla capacità di essere sempre coerenti con sé stessi e di affermare coi fatti valori inalienabili.
Il commissario Mario Pescante – è scritto nell’articolo riportato nel link
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=21345&page=1) ha affermato : «..ma quale miracolo del Villaggio. Qui si vede la capacità dell'imprenditoria abruzzese... Verranno da 23 Paesi, non più nemici tra loro, ma solo avversari al momento della gara. Ringrazio tutti, ringrazio la stampa alla quale avevo chiesto una tregua olimpica per arrivare ai Giochi, pur in periodo pre-elettorale… ». Personalmente sono onorato dalle parole di Pescante sull’Abruzzo, un po’ meno – Considerato che il Commissario è membro del Board dell’ International Olympic Truce Foundation - dall’uso inopportuno che fa del concetto di tregua olimpica, che , grazie a Dio, vola ben più in alto delle beghe elettorali Italiane.
Inoltre, per quanto ne so, vorrei riconoscere al Direttore Mario Di Marco ed alle decine di ragazzi che lavorano nel Comitato Organizzatore una tenacia ed una capacità di pedalare in tempi avversi, senza la quale Pescante e tanti altri non avrebbero avuto la platea per le loro esternazioni attuali. Questo è il palcoscenico sul quale possono ancora essere espressi i ruoli di ciascuno di noi, non solo abbandonando i conflitti e le polemiche, ma prendendo il posto che si vuole mantenere quando i riflettori saranno spenti.
Ora che il periodo pre-elettorale è finito, chi ci impedisce di costruire, per la prima volta, una tendenza sociale che - passando per la Tregua Olimpica - assegni visibilità e credibilità alla comunità degli sportivi praticanti non solo con i mezzi di informazione ma tra i popoli del Mediterraneo?.
Tutti mi dicono , talvolta con la sufficienza di chi costruisce il proprio futuro proprio nelle cene pre-elettorali: ma sei partito troppo tardi!
Scusatemi l’ardire, ma a me viene da rispondere che “ogni lasciata è persa”.
L’Italia, purtroppo - e non è colpa dei cittadini né della stampa – vive in uno stato di continua campagna elettorale da decenni e, questo, rischia non solo di far perdere delle occasioni d’oro a tutti noi, ma addirittura il senso della realtà alla maggioranza.
In momenti difficili, quando ci si sente perdenti non per proprie manchevolezze, ma per effetto della ottusità dei decisori o di una competizione sleale, mi viene da evocare (in modo altisonante perchè è una frase usata da Obama in una recente conferenza rivolta ai Popoli arabi e con la quale ha rivendicato la possibilità di portare la Pace in Medio Oriente) “l’audacia della speranza”.
Il lavoro raccolto nel sito web www.tregua.org è un modo originale e potenzialmente determinante per strutturare un posizionamento visibile dell’ evento sportivo internazionale dei Giochi nella comunicazione planetaria dell’Abruzzo di oggi: terra di dolore e di orgogliosa determinazione a fare. C’è una T shirt - che spopola nell’Aquilano - che cita “TERREMOTOsto” e chi vorrà la potrà trovare nella nostra sede dell’Ex Gaslini, di prossima apertura.
Ci attendono compiti molto impegnativi per evitare che la ricostruzione delle zone terremotate si tramuti in una perdita di identità e di autonomia per tutta la regione. Lo sport praticato è uno degli ingredienti di questa identità. La dignità dei punti di vista ne è un altro. Oggi, con tutto il rispetto per le motivazioni di GMak che non mi permetto di discutere, le burlesche allusioni presenti nei dialoghi tra sordi di recente lasciati nel blog da pensatori aerobici e da sognatrici podiste, mi sembrano più concrete e dotate di un futuro sostenibile.
Forse siamo ancora in tempo per compiere insieme un miracolo pari a quello del Villaggio, e che può lasciare un segno proveniente dalla nostra regione che sia incrementale ed evolutivo rispetto alla stessa disponibilità di impianti sportivi “da paese civile” e di centri storici da ricostruire. Questo segno ha il valore universale espresso dalla volontà di sentirsi fratelli , nonostante le differenze. Non mi pare poco. Popolo dei blog: “alzati e cammina!”.
A partire da una grande provocazione sociale, per la prima volta i Giochi del Mediterraneo potrebbero rivestire un ruolo più consono alla composizione dei Paesi partecipanti, suscitare un ripensamento “dal basso” al riguardo della esclusione di Paesi quali Israele e la Palestina. Questo anche grazie a un’idea portata avanti in occasione di Pescara 2009, come primo laboratorio sperimentale. Se qualcuno mi spiega perché dovremmo aspettare un momento successivo, sono disposto a ritirarmi subito e ad oscurare il sito.
Se, viceversa è vero - come sostiene Paul Watzlawick in “La realtà inventata”- che “la realtà non va prevista, ma costruita” attraverso profezie che si autoavverano per il semplice fatto di essere state introdotte, la tregua può contaminare benevolmente migliaia di persone, in breve tempo, ma questo non lo può fare nessuno da solo.
Vorrei dedicare questo post a mio cugino Gaetano Cardano, morto sul lavoro due notti orsono. Fu uno dei finanziatori del Progetto 92. Nei primi anni sessanta – io avevo tra i 7 ed i 9 anni, lui era studente universitario - all’inizio dell’estate, organizzava le “Olimpiadi di Via Tiburtina” che, con un nome pomposo non erano altro che gare di corsa, di marcia e di “mazz e cuzz” tra i ragazzi del quartiere. La sua intuizione - in tempi non sospetti - fu quella di invitare a competere anche alcuni ragazzi di Rancitelli - il quartiere confinante con il nostro - e con i quali si combattevano costantemente guerre a colpi di pietre per la conquista dei campi di gioco rubati ai cantieri della periferia che esplodeva urbanisticamente. Lui, unico esponente del comitato organizzatore, era anche giudice di gara. A me , che ero sempre il più piccolo della compagnia ed ero anche un po’ brocco, riservava un occhio di riguardo e quando arrivavo ultimo mi consolava dicendo “l’importante è partecipare”. Allora mi sembrava un contentino, non capivo bene dove volesse arrivare. Adesso mi è più chiaro.
Valerio

martedì 23 giugno 2009

L'Adriatico torna all'Atletica

(foto da http://www.worldharmonyrun.org/italia/news/2009/0522 )


Evviva, evviva! I Giochi del Mediterraneo sono la manna che piove dal cielo, per i giovani dell’Atletica (ed anche i meno giovani) e per tutti quelli che credono che il sano movimento, anche attraverso il giusto agonismo – etico aggiungerei io –, possa essere la base di partenza per migliorare concretamente la nostra società. No, non sono impazzito. Voglio prendere sul serio, alla lettera, le parole espresse da Mario Di Marco, Direttore dei Giochi, nella conferenza stampa per la presentazione dei Giochi del Mediterraneo. «L’Abruzzo come Svizzera degli impianti sportivi» (da Primadanoi.it, http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=21345&page=1 ), dice Di Marco. E quindi chi più felice di me? Chi più felici dei miei ragazzi, dei loro genitori, e di tutte le migliaia di persone che coinvolgeremo nel Progetto Ludus, Ethica et Ratio?
Sì, “l’Abruzzo come Svizzera degli impianti sportivi” ci piace un bel po’. Non vediamo l’ora di riempire l’azzurro catino pescarese con il contagioso entusiasmo dei nostri ragazzi. Proprio come avviene in Svizzera, da sempre.

A proposito: a giorni terremo una sorta di raduno di sportivi (atleti e ‘simpatizzanti’) desiderosi di tornare a calcare piste e pedane dell’Adriatico (e non solo). Siamo o non siamo abruzzesi? Per il luogo, la data e l’ora… Stay connected!


venerdì 19 giugno 2009

Lo sport fuori



– Papà, che fanno quelli?
– Marciano.
– Per strada? Ma non è pericoloso?
– Sì, ma stanno attenti, non credere.
– Ma poi ci tornano lì dentro?
– Nello stadio dici? Chissà, forse. Dipende…


venerdì 12 giugno 2009

Lo sguardo umano sui Giochi, ovvero www.tregua.org


Mi scrive l’amico Valerio Di Vincenzo, lasciandomi un documento da condividere con tutti i lettori del blog. Valerio è persona che stimo innanzi tutto per la sua intelligenza morale, che è lungimirante fantasia giocata quotidianamente sulla terra nera della logica, della ricerca scientifica, dell’etica. Valerio fu ideatore del Progetto ’92, quella geniale scommessa scientifica e culturale attraverso cui fu possibile realizzare il bronzo olimpico di mio fratello Giovanni, diciassette anni fa a Barcellona. Ma non solo. Con lui sperimentai, a ventisette anni e per la prima volta, l’energia invincibile di una comunità che lotta pacificamente per affermare i valori positivi della propria terra; con Valerio e con il team di amici del Progetto ’92 si riuscì a far parlare abruzzese le Ramblas e la via che porta al Montjuic, davanti agli occhi del mondo e per gli ottanta minuti più lunghi della mia vita.
A Valerio dedicai un post a gennaio di quest’anno (cliccare qui). Un post ‘criptico’ e pieno d’affetto. Oggi è lui a scrivere ed è un piacere leggerlo.
Buona lettura.


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Ho conservato il testo con il quale, il 24 gennaio scorso, Mario aveva commentato il nostro incontro e la descrizione del progetto nel quale ero già fortemente impegnato.
Mario lo ha introdotto a tutti voi - con la sua prosa intrigante - come un “mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua” (In questo modo mi piace inquadrare sia l’ondeggiare aggraziato dei coralli lungo la barriera tropicale che gli occhi impenetrabili del coccodrillo pronto a sferrare un attacco mortale alla preda).
Mario, che mi conosce, sa che sono abituato a mantenere i fili dei discorsi e, da qualche tempo, vuoi sui giornali, vuoi su questo stesso blog ho percepito il disagio che il mondo dello sport “giocato” esprime nei confronti dello sport “governato” da parte del business, dei media e/o delle istituzioni. La cosa che risulta difficile digerire – credo a tutti noi - è come sia possibile che i protagonisti che praticano lo sport – gli atleti - ne subiscano, più che determinarne, gli usi e gli effetti sociali.
Faccio una parentesi storica, per me istruttiva.
La natura religiosa dei Giochi, ospitati ad Olimpia a cominciare dall’ottavo secolo prima di Cristo, l’influenza che essi impressero nella vita degli abitanti della Grecia antica - e, successivamente, in tutto il mondo occidentale civilizzato attraverso l’ Impero Romano - è testimoniata dalla dovizia di reperti che ci sono pervenuti, anche in conseguenza del fatto che i Giochi furono ripetuti nell’arco di oltre un millennio. Durante tutto questo periodo la scansione del tempo è stata dettata dalla ripetizione quadriennale delle celebrazioni Olimpiche.
Questi dati dimostrano anche che - sebbene i Giochi fossero nati per onorare la gloria di Zeus con eventi agonistici nel campo dell’atletica - col trascorrere del tempo e, soprattutto, in sedi diverse dalla stessa Olimpia, alle competizioni sul piano delle prestazioni fisiche si aggiunsero veri e propri tornei di discipline non prettamente “sportive”. I tornei miravano ad eleggere i migliori esponenti in varie forme d’espressione psicofisica , principalmente nell’ ambito delle discipline dell’interpretazione musicale, del canto, della danza, della recitazione, della poesia e della prosa.
Un aspetto di grande rilevanza è rappresentato, comunque, dal fatto che i Giochi olimpici dell’antichità erano la più grande celebrazione religiosa panellenica e rivestono un ruolo fondamentale nel consolidamento della grande Civiltà Mediterranea.
L’insieme di aspetti culturali, artistici, patriarcali, economici, sociali, religiosi e filosofici che i Giochi Olimpici catalizzavano intorno alla loro preparazione, presentazione, esecuzione, direzione sono stati lo strumento che ha fornito al variegato popolo greco un’identità, la possibilità di unirsi in una sola civiltà culturalmente egemone.
Con il passare delle generazioni, negli elenchi dei vincitori delle principali manifestazioni sportive - che, numerose, si tenevano in diverse località greche quali Pytios, l’Istmo di Corinto e Nemea tra le principali - comparvero sempre più frequentemente i nomi di professionisti attentamente reclutati ed addestrati, venuti dalle province della Magna Grecia e, in particolare, dalla Sicilia e dall’Italia meridionale.
I vincitori ricevevano in premio un serto composto con ramoscelli di olivo intrecciati.
In aggiunta, la fama e la gloria che essi conquistavano e del cui riflesso godeva la Città-Stato e le Province di origine, oltre a consentire loro di ottenere lauti compensi per la partecipazione come “star” ad eventi sportivi meno titolati, li rese persone di grande notorietà e dignità pubblica.
In effetti la natura religiosa dei Giochi Olimpici consentiva di sublimare la devozione - espressa agli Dei cui erano dedicati i Giochi - in un sacrificio umano per nulla cruento ( tranne che nei combattimenti di pancrazio, criticati per questo già in quei tempi).
L’ agonismo, le strategie di allenamento ed addestramento dei partecipanti, la sensualità, il fanatismo sportivo, la brama ed il sapore della vittoria immedesimati in un giovane corpo atletico - privo di indumenti durante le gare a cui potevano partecipare ed assistere solo gli uomini - inebriavano lo spirito e trovavano lo sbocco per elevare le pulsioni e le azioni della vita quotidiana alla concretezza semidivina di un idolo antropomorfico, destinato alla gloria terrena. Questa forma ideale , a sua volta, costituì lo stimolo per elevare al Cielo le più immaginifiche opere dell’arte e dell’intelletto di quei tempi.
Dopo l’edizione del 393 d.C. le Olimpiadi, o meglio ciò che erano diventate e che da esse aveva tratto origine, furono messe al bando. Le motivazioni che indussero l’imperatore bizantino Flavio Teodosio I° ad abolire i Giochi si confondono con l’evoluzione complessiva della storia, della religione, dell’economia e dei costumi della decadente gloria di Roma. Certo è che lo spirito olimpico originario era stato già annientato nel 390 DC quando il pur valente imperatore e condottiero romano aveva chiuso in una trappola - in un ippodromo - alcune migliaia di ribelli greci attirati proprio dalla promessa dell’ effettuazione delle gare sportive. Teodosio I° fu influenzato dalla carismatica figura di Ambrogio, Vescovo di Milano, il quale lo scomunicò per punirlo di aver ordinato l’inganno e la strage dei ribelli e successivamente gli chiese (ed ottenne) che i Giochi Olimpici fossero aboliti.
La storia delle Olimpiadi classiche è quindi un esempio illuminante del valore sociale (e dell’uso politico) dello sport e uno degli effetti dell’assoggettamento e dell’assorbimento della cultura Greca da parte dei Romani fu che i Giochi Olimpici divennero parte della politica culturale dei romani.
Pertanto potrei affermare che, se lo sport sta incontrando una crisi di valori e di identità, è questione ciclica e, in parte, priva di novità.
Il nuovo lo fanno, ogni giorno, le generazioni che si succedono e che possono attingere, dalla storia, dall’educazione e dalla consapevolezza, gli insegnamenti utili a non ripetere gli errori già compiuti e da idee ed altruismo reciproco le linee guida da seguire per far sì che le cose desiderate accadano.
Queste generazioni vanno alimentate con motivazioni, risorse umane ed economiche, formazione, progetti sociali…e, invece: l’Abruzzo è una regione nella quale solo il 40% circa della popolazione attiva pratica uno sport, nella quale l’abissale debito determinato da una scellerata “gestione manageriale” delle risorse giustifica l’abbandono delle politiche di prevenzione di malattie, infortuni e di educazione a stili di vita più sani, nella quale la visione strategica della salute pubblica è così miope che l’attività fisica strutturata è considerata un accessorio facoltativo – quasi un retaggio di cui liberarsi - della vita sociale e della scolarità.
Ebbene, in questo deserto di consapevolezza, in Abruzzo siamo in procinto di ospitare i Giochi del Mediterraneo: un evento irripetibile e che, se ben interpretato dalla popolazione attiva, può rivelarsi di importanza strategica per l’intero modello di sviluppo della nostra regione.
I Giochi, a mio avviso non devono essere trascinati nelle polemiche dagli sportivi praticanti, pena un’ulteriore perdita di potere decisionale di questi ultimi a favore di una gestione verticistica incapace di rappresentarne le istanze della società civile.
Il potere decisionale, invece, va affermato e conquistato con una massiccia operazione di partecipazione, testimonianza, contaminazione positiva, direi addirittura di “presidio del territorio” da parte di coloro che vivono e condividono lo sport come stile di vita.
Questa attitudine , che caratterizza coloro che pongono l’attività motoria – competitiva o meno - all’interno di una visione sistemica di mente e corpo, che le riconoscono il carattere dell’essenzialità, della priorità all’interno delle dinamiche sociali , nonchè di un approccio moderno alla salute, all’interno della vita individuale, deve trovare uno spazio di affermazione e rappresentazione consolidato.
Ciò deve avvenire ogni giorno di ogni anno e non solo in relazione ad occasioni puntuali come i Giochi del Mediterraneo, ma dai Giochi si può assorbire forza, ispirazione, multinazionalità , rapporti da spendere e valorizzare nel tempo.
Ciò, assolutamente, dovrebbe condurre a non perdere un istante di “presenza attiva” nei Giochi del Mediterraneo, facendo valere una propria voce ed espressione autonoma (ove gli spazi istituzionali siano inesorabilmente chiusi), capace di evidenziare i punti di vista alternativi a quelli imposti dall’establishment, senza cadere nella trappola di farsi identificare con l’epiteto di “dissidenza” omologabile e, come tale, dotata di un’immagine pubblica debole e facilmente vulnerabile.
I Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009 evocano intensamente lo scenario etnico, se non quello culturale e geopolitico, delle Olimpiadi classiche. Nessuno scenario, come questo , avrebbe potuto contenere – e, forse, ospiterà in futuro - una riedizione anche della “ekecheiria” (la traduzione italiana del termine greco “EKECHEIRIA” o “EKECHEREIA” è “ alzare le mani”. Questa immagine ha assunto simbolicamente il significato di “TREGUA OLIMPICA”.)
Durante l’ ekecheiria, per circa un mese nel periodo estivo, nessuna guerra poteva essere intrapresa e i conflitti già in corso dovevano essere sospesi.
Non si è mai trattato di veri e propri periodi di pace duratura, ma il concetto di Tregua Olimpica evoca simbolicamente un’aspirazione che gli ideali Olimpici sono in grado di affermare universalmente, oggi più che mai.
Fin dal 1992, - forse illuminato anche dalla chiassosa carovana di tifosi che “tirava” la marcia di Giovanni verso la medaglia - il presidente del Comitato Internazionale Olimpico (CIO) Juan Antonio Samaranch, da Barcellona, propose all'ONU - con l'appoggio di 184 comitati olimpici - di istituire una versione moderna della tregua olimpica. Da allora la dichiarazione viene riproposta al voto delle Nazioni che aderiscono all’ONU, ogni due anni, sotto il titolo di:
Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal
.

L’intuizione che ho avuto circa due anni fa riguardo al fatto che i Giochi di Pescara potevano assurgere alla storia moderna come i primi a riaffermare al mondo i valori della Tregua olimpica e che tu hai annunciato nel tuo “post criptico” di cui sopra è naufragata, trovando al contempo la via per sopravvivere in una forma embrionale che, se ne riduce all’attualità la diffusione globale, non ne sminuisce il valore locale.
Il naufragio di cui parlo, come tutte le catastrofi, ha una molteplicità di cause tra cui le “beghe” della politica; i ritardi accumulati nella realizzazione degli impianti; il “timore di sbagliare” da parte del management della manifestazione; la mancanza del substrato di un “business” definito (chissà come avrebbe reagito il Presidente Obama se gli fosse stata fatta la stessa proposta mentre progettava la nuova “road map” per la pace in Medio Oriente); le più recenti, strumentali e disinformate polemiche suscitate da partincausa riguardo a “inclusione o esclusione” di Israele e Palestina (sancita fin dal 1951 da un ‘ interpretazione, diciamo riduttiva, dello spirito olimpico), solo per citarne alcune.
Nonostante il naufragio di un coinvolgimento partecipato del Comitato Internazionale dei Giochi del Mediterraneo, posso finalmente annunciare che il progetto ekecheiria.org è riuscito a raggiungere un approdo concreto con la pubblicazione delle iniziative che, affermando i temi della Tregua, sono presentate nel sito
www.tregua.org.
Queste iniziative vogliono focalizzare l’attenzione sulle capacità degli abruzzesi di ospitare grandi eventi mediatici di livello internazionale in una terra ferita e ciò, ad opera principalmente della volontà di una popolazione che, seppure ancora attonita di fronte alla gravità dei danni umani, strutturali ed economici subiti, non accetta di addomesticare i valori con i quali si fa apprezzare per dignità, coraggio e capacità, in tutto il mondo.
Con le iniziative accessibili tramite il Sito web non intendiamo fare numero con celebrazioni simboliche ma costruire, dal basso, testimonianze indipendenti attraverso lo sfruttamento delle nuove tecnologie. Ciò, con lo spirito di chi è convinto che anche dai danni del terremoto si potrebbe emergere a testa alta, in tutti i campi, se ognuno aderisse con rigore e responsabilità al proprio ruolo sociale. Ciò senza filtri o giustificazioni di appartenenza ideologica, di casta, di campanile, ecc.
Il dubbio atroce che viene è che, in certi “ambienti protetti”, queste cose non si facevano prima, figuriamoci dopo il terremoto. L’antidoto che proponiamo è quello di contribuire a definire gli strumenti per sottoporre i decisori ad un “feedback” democratico che, per garanzia di imparzialità e di trasparenza, viene mostrato ad una platea internazionale particolarmente attenta alle vicende del nostro territorio: gli Abruzzesi nel mondo. Lo sport e lo sfondo del terremoto uniti, come metafora della fratellanza, della solidarietà, della convivenza pacifica dei popoli, del rispetto reciproco, dei vincoli e delle opportunità ai quali tutti siamo democraticamente sottoposti e pubblicamente responsabili.
Lo sport agli sportivi, la politica ai politici, la medicina ai medici, l’economia alle imprese, il turismo alle strutture recettive, il traffico ai commercianti, l’agricoltura ai contadini: quando la smetteremo di dividerci gli orticelli , facendo prosperare i conflitti e gli approfittatori; quando si capirà che si deve conquistare dignità di rematori nella stessa barca, usando i mezzi di informazione e di comunicazione – anche quelli non dominati dalla politica - per affermare la propria identità ed ottenere il riconoscimento delle priorità, prima che di queste si appropri una politica vorace, ma sempre più delegittimata dall’astensionismo dei votanti?
Questo blog è un esempio luminoso di un’ attitudine propositiva e, per la stima che nutro riguardo ai punti di vista del suo moderatore e dei partecipanti, mi permetto questo intervento.
È così che “il mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua” ha assunto una concreta dimensione partecipativa che è la continuazione ideale del cammino avviato con il progetto di Barcellona ’92.
Vi invito tutti, cordialmente, ad approfondire quelli che, nel sito citato, abbiamo chiamato i temi della Tregua, sperando di continuare a discuterne ed a reclutare adesioni in questa ed altre sedi.

Valerio


domenica 7 giugno 2009

Steve Ovett said:

(image from www.daylimail.co.uk )



"....any idiot can become an Olympic champion provided that they have a lot of luck, work hard and cross the finish line first in the final."



sabato 6 giugno 2009

Come er blogghetto de mi' fijo

Superati i 30.000 contatti unici. Niente male per un atipico blog di nicchia. Giorni fa parlavo con un mio amico, romano de Roma, che mi diceva: « Però te stai a da’ da fa’. C’hai quasi più contatti der blogghetto de mi’ fijo ». Un bel complimento il suo, se consideriamo l’abilità telematica di certi pupi smanettoni. La mia popolarità sul web ha quasi gli stessi numeri di quella di un adolescente discretamente telematizzato; qualche numero in meno del locale sito federale.
Grazie di cuore a tutti gli internauti transitati, o in transito, da queste parti.

venerdì 5 giugno 2009

Cantieri mediterranei

A Pescara ci saranno i Giochi del Mediterraneo. Un tempo per certi Giochi si interrompevano le guerre. Da noi invece si interrompe l’Atletica, quella vera, quella dei ragazzi di Pescara, Chieti e Francavilla. Atleti reali, ‘sfollati’ dello sport da sempre, dentro impianti sportivi fatiscenti. ‘Baraccati motorî’ i nostri atleti, oggi sbattuti fuori pure dalle loro baracche (piste e pedane di cemento spaccato e colorato di rosa, un rosa pallido, esangue) perché dal 26 giugno al 3 luglio dovrà andare in scena l’Evento. Chi vuole allenarsi, per cortesia, lo faccia per strada. Dentro ai cantieri mediterranei c’è gente che sta lavorando per noi.

domenica 31 maggio 2009

La lezione di Angelo De Cristofaro

Angelo De Cristofaro, il Professore, se n’è andato per sempre. Quando muore una persona cara si cerca di artigliarne il ricordo, recente e remoto; la memoria comincia ad andare avanti e indietro nella disperata volontà di trattenere qualcosa di vivo, di fisico, prima che spirituale. Di un allenatore di atletica leggera, di un Maestro come Angelo, mancano innanzi tutto la voce e lo sguardo, quel linguaggio semplice ed efficacissimo, verbale e non verbale, che è proprio della guida, del capitano sulla tolda vicino ai suoi ragazzi, prima della battaglia. Angelo ha costruito l’Atletica a Lanciano, partendo dalla marcia, con un impegno durato oltre cinquant’anni; la marcia atletica come traslato esistenziale, strumento educativo d’eccellenza, aggregatore sociale, prima che disciplina sportiva agonistica. Ma la marcia atletica è anche agonismo e Angelo lo sapeva bene. Di marciatori bravi ne ha allenati tanti. L’azzurra Sibilla Di Vincenzo è, ad oggi, la sua atleta più blasonata, ma posso testimoniare che a Lanciano – nella Nuova Atletica Lanciano –, attualmente, ci sono marciatrici e marciatori giovanissimi (anche esordienti), tutti provenienti dallo stesso vivaio e pronti a seguirne le orme. Ma non solo. Oggi la Nuova Atletica Lanciano ha un bel gruppo di tecnici e dirigenti, appassionati e giovani, presenti sul campo col giusto entusiasmo. A loro auguro di fare propria la lezione di Angelo, un insegnamento che vale ben più dei suoi molti successi di allenatore benemerito: allenare i ragazzi senza mai lasciare nessuno indietro; senza mai perdere la testa per il campioncino di turno. Un esempio di sobrietà sportiva e morale che manca a molti di noi allenatori.

mercoledì 27 maggio 2009

Il deserto dei tartari (del tartan)

Lo Stadio Adriatico con la sua pista d’atletica è bello da far paura. (Ma la paura non porta nulla di buono). Ora è là, un’enorme cattedrale, inquietante, nel deserto della nostra (in)capacità di rinnovare la sfida verso il futuro dello sport di base. La magniloquenza del suo cemento rimesso a nuovo, dell’azzurro della sua pista, stride con l’assenza dei suoi ‘abitanti’. Qualcuno vorrebbe tenere questi ultimi a debita distanza, anche a Giochi finiti – così mi hanno detto –, rei di vestire casacche ‘straniere’; perciò, fuori gli ‘stranieri’, anche se figli dello stesso Abruzzo martoriato (non solo atleticamente, purtroppo). Chi potrà allenarsi dentro il catino gommato d'azzurro, quindi? E quanto dureranno i fortunati e solitari atleti che cercheranno di abitarlo?

Datemi pure della Cassandra, se vi va, ma di questo passo l’Atletica in Abruzzo sparirà nel giro di un paio di stagioni (fatevi un giro tra Pescara e Chieti, e intervistate qualche allenatore). Pochi i tecnici che tengono ancora duro (e per quanto ancora?), ‘ostaggi’ della strenua, appassionata volontà dei loro giovanissimi atleti. Pochi allenatori – rari nantes in gurgite vasto – e ancora per poco.
Credo che il giocattolo si sia rotto, e pure da un po’. Danaro da investire ce n’è già pochino per le cose ‘serie’; per uno spettacolo che non interessa più nessuno, meno che meno. Gli Enti locali hanno altro a cui pensare (leggasi bilanci in rosso, profondo), la ‘pacchietta’ è finita. Sorriderei se avessi il giusto distacco, quell’atarassia che tanto invidio a certi anziani (non tutti i vecchi sono saggi). Se fossi un cinico sorriderei di fronte all’errore enorme che ci ha ridotti nella condizione in cui oggi versiamo. L’errore di aver sciupato un patrimonio tecnico di eccellenza, di aver preso letteralmente a calci, negli anni, fior di allenatori, molti dei quali sono emigrati verso impegni più gratificanti (economicamente, ma non solo).

Vi invito a leggere (o rileggere) “Il deserto dei tartari”, di Dino Buzzati. Il romanzo credo sia un’efficacissima allegoria di quanto va accadendo nel nostro ambiente. In un’intervista Buzzati cercò di spiegare i motivi della genesi della sua opera. Le sue parole, oggi, potrebbero essere quelle di qualcuno di noi. O no?

« Probabilmente tutto è nato nella redazione del Corriere della Sera. Dal 1933 al 1939 ci ho lavorato tutte le notti, ed era un lavoro piuttosto pesante e monotono, e i mesi passavano, passavano gli anni e io mi chiedevo se fosse andata avanti sempre così, se le speranze, i sogni inevitabili quando si è giovani, si sarebbero atrofizzati a poco a poco, se la grande occasione sarebbe venuta o no, e intorno a me vedevo uomini, alcuni della mia età, altri molto più anziani, i quali andavano, andavano, trasportati dallo stesso lento fiume e mi domandavo se anch'io un giorno non mi sarei trovato nelle stesse condizioni dei colleghi dai capelli bianchi già alla vigilia della pensione, colleghi oscuri che non avrebbero lasciato dietro di sé che un pallido ricordo destinato presto a svanire. » (Dino Buzzati, in un’intervista premessa all’edizione degli Oscar Mondadori, 1966)

domenica 17 maggio 2009

Sogni mediterranei




L’altra notte ho sognato un gigante. Sembrava saltato fuori da una fiaba, alto come una palazzina di otto piani e con una scopa in mano. Stava davanti all’ingresso dello Stadio Adriatico di Pescara, bello indaffarato, ed anche un po’ preoccupato. Dava di ramazza a più non posso e di tanto in tanto si guardava intorno, certo dell’arrivo imminente di qualcuno; qualcuno importante e magari più d’uno. Mulinava senza posa la sua gigantesca scopa di giunco ed aveva radunato un bel cumulo di calcinacci, blocchi di cemento e tondini di ferro arrugginito, assieme ad un paio di benne scassate. Sembrava non dovesse finire mai, tanto c’era da fare. Ad un tratto però si fermò. Diede un’occhiata all’orologio, si guardò intorno per l’ultima volta e, con destrezza, sollevò lo stadio afferrandolo dalla tribuna coperta, come fosse un immenso tappeto, facendo sparire sotto di esso le grigie macerie ammonticchiate; almeno un paio di benne vennero nascoste con due tre calci dietro una curva. La festa stava per cominciare.

lunedì 11 maggio 2009

Giochini

Le prove dell’asta maschile, del decathlon (maschile), dell’eptathlon (femminile), della marcia 20 km femminile sono state cancellate dal programma dei Giochi del Mediterraneo 2009 (cliccare qui per i dettagli). Una bella mazzata per l’Atletica in senso lato, ed in particolare per quella abruzzese: perdiamo la presenza di Elisa Rigaudo, bronzo a Pechino nella 20 km di marcia e la probabilissima partecipazione di Gisella Orsini, marciatrice pescarese in forza al C.S. Forestale. Sia la Rigaudo che Gisella avevano programmato da mesi l’appuntamento dei Giochi del Mediterraneo pescaresi, rinunciando ad altri importanti impegni federali (Coppa Europa di Marcia in primis). Ma non è tutto. Rimane a casa pure il bronzo olimpico di Atene, l’astista Giuseppe Gibilisco, oggi in forza alla blasonata e abruzzese Bruni Pubblicità Atletica Vomano.
Come mai le molte federazioni sportive ‘mediterranee’ hanno snobbato le sopraccitate discipline tanto da causarne la cancellazione? C’è qualcosa che non ha funzionato a livello organizzativo?

Ieri a Pescara c’è stata l’inaugurazione del nuovo Stadio Adriatico, quello dei Giochi del Mediterraneo, per intenderci. Io non c’ero perché impegnato al Parco d’Avalos con l’allenamento dei miei atleti. Allo stadio, gremito fino all’inverosimile (mi hanno detto) pare ci fossero proprio tutti (i politici, dello sport e non, intendo). Pare ci fosse pure il Direttore dei Giochi del Mediterraneo, che è anche Presidente del Cus Atletica Chieti, la società dove sono responsabile tecnico del mezzofondo. Ebbene, io il Presidente del Cus Chieti non l’ho mai visto al campo di allenamento, né ad una prova dei miei ragazzi; neanche ad una cena sociale. E dire che sono tre anni che alleno all'Angelini!

Finita la festa lo stadio è di nuovo vuoto. Un vuoto reale, senza metafore. Lo stesso vuoto con cui ogni allenatore di buona volontà è costretto, quotidianamente, a fare i conti.

venerdì 8 maggio 2009

Una domanda, anzi due

Apriamo di nuovo un post con una domanda: servono ancora gli allenatori?
Mercoledì scorso ero a Lanciano con gli amici-colleghi Luciano Carchesio e Donato Chiavatti per un mini-raduno del mezzofondo giovanile (province di Chieti e Pescara). È stata un’esperienza felicissima di allenamento collettivo, con tantissimi ragazzini (dai Ragazzi agli Allievi, M/F) a cui si sono aggiunti atleti più giovani e meno giovani (oltre ai convocati ufficiali, le società che hanno aderito all’iniziativa hanno aggiunto altri atleti). Le foto di questo post sono minuscoli frammenti di un’esperienza meravigliosa che ha mandato in bambola almeno tre dei miei quattro cronometri accesi, assieme ad una telecamera e ad un paio di fotocamere. E già, perché dentro quell’esperienza ho avuto pure la bella idea di coinvolgere le marciatrici della Nuova Atletica Lanciano, con Lucia Polito ad effettuare un test sui 3000m, tirata da una lepre di lusso: Ruggero D’Ascanio (42:59 sui 10.000m l’anno scorso a gli Assoluti di Cagliari). Mezzofondisti, veloci e resistenti, giovani e più giovani (ma anche qualche amatore ‘infiltrato’), marciatori… Ho ancora limpide le immagini di Donato Chiavatti, ragazzino tra i ragazzini, a saltellare di qua e di là del campo, felice come una pasqua. Luciano Carchesio non era messo meglio e così io, impegnato a fare segni per terra col gesso e a strillare passaggi come un ossesso.
A questo punto la domanda iniziale muta e si sdoppia. Investire sugli allenatori serve? Quanti (società sportive, istituzioni, ecc.) lo fanno davvero? Benedetta passione. Fin che dura.

lunedì 4 maggio 2009

Figli e figliastri di casa nostra

[…] ho appena letto che ai campionati regionali societari allievi, si sono registrate alcune prestazioni degne di nota. In particolare il 4'00"45 di Salvi sui 1.500 m. Un buon miglioramento rispetto all'anno passato, in cui fece segnare 4'05". L'atletica abruzzese giovanile continua a crescere? (Sat)


Muovo da un passaggio dell’ultimo commento di Sat per sfogarmi un po’. Per carità non sono arrabbiato con nessuno in particolare, però…
Ieri e ieri l’altro ci sono stati a Teramo i Campionati di Società Allievi/e (1^ Prova Regionale). Come da programma orario moltissime competizioni erano aperte anche a Junior, Promesse, Senior e Master; ho deciso quindi di far iscrivere Carmine Campagna, ‘mio’ mezzofondista della categoria Promesse, nella speranza (quasi una certezza, in verità) di vederlo correre con alcuni ‘vivaci’ Allievi (Salvi, Chiaverini, Di Marcantonio) sugli 800 in programma la domenica. Sapevo pure che i giudici avrebbero potuto negare l’effettuazione di una batteria unica: Carmine Campagna avrebbe sicuramente lanciato la prova dei più giovani su ritmi interessanti, condizionandola. Si è quindi deciso di far partire due batterie degli 800, la prima con gli Allievi e la seconda col solo Campagna. Carmine ha provato e riprovato a convincere i giudici affinché gli permettessero di gareggiare nella prima serie, ma nisba. La questione si sarebbe pure potuta chiudere lì se non ci fosse stato un precedente: nei 1500 del giorno prima Marco Salvi, Allievo, è stato ‘portato’ al personale dalla Promessa Fabiano Carozza (4:00.45 per Marco e 3:59.58 per Fabiano). Ma le regole non dovrebbero essere uguali per tutti? Imbarazzante.