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lunedì 14 dicembre 2020

CUM GRANO SALIS

 

Giovanni Grano vince il Campionato Italiano di Maratona 2020 a Reggio Emilia (ph da Atleticalive.it)

Giovanni Grano (Nuova Atletica Isernia) è il nuovo campione italiano di maratona. La sua prestazione mi ha molto colpito: un atleta molisano, non di primissima fascia - absit iniuria verbis - porta a casa in un colpo solo sia un titolo sportivo assai prestigioso, sia il primato personale (2:14:31) sulla distanza più consona alle sue attitudini atletiche (scorrendo la statistica delle sue migliori prestazioni noto un datato 30:21.5 sui 10000m in pista e un recente 1:04:06 nella mezza maratona).

Leggo sul sito federale, Fidal.it, che Giovanni Grano vive in Svizzera da quattro anni e lavora a tempo pieno come ricercatore di informatica presso l'università di Zurigo.

Giovanni Grano segue i programmi di Luciano Di Pardo, suo allenatore da sempre (ed anche allenatore dell'abruzzese Daniele D'Onofrio (Fiamme Oro), fresco reduce dalla maratona di Valencia, dove ha esordito col tempo di 2:15:40).

Giovanni Grano, dunque, non si allena 'a tempo pieno'. E non indossa una divisa militare. Fa, evidentemente, il giusto; ciò che gli ha permesso, comunque, di capitalizzare i talenti che ha.

Si può quindi studiare, lavorare, allenarsi ed esprimersi al meglio delle proprie potenzialità.

Cum Grano salis. Cum Grano cogito...

domenica 13 ottobre 2019

Il tempo dei muri da infrangere: tra ricerca scientifica, sogno e folle plaudenti

(Eliud Kipchoge, foto Reuters)

Eliud Kipchoge, keniano quasi trentacinquenne, campione olimpico e primatista mondiale della maratona, è sceso sotto il limite delle due ore, sulla distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, appunto. 

Chiusa, in fretta, la ‘porta’ dell’”Oregon Project” (dopo la squalifica di quattro anni per doping del coach Alberto Salazar) per la multinazionale del “Just do it” si spalanca il ‘portone’ di una prestazione annunciata e fantascientifica. 

Eliud, novello Filippide dai calzari al carbonio – absit iniuria verbis – ha corso la sua prova a Vienna, dentro il Prater, nel tempo di 1:59:40, seguendo il raggio laser di un auto elettrica, ‘lepre meccanica’ regolare al millesimo, e con trentacinque ‘lepri umane’, e sei riserve – fior di atleti blasonati e celebrati, provenienti da ogni dove – a scortarlo dettando il ritmo di un copione ben noto. 

Ci aveva provato già due anni fa, a Monza, Eliud. Ma allora rimase ‘sopra’ di ventisei secondi. Migliora, quindi, di quarantasei secondi il proprio primato non omologabile. 

Già, non omologabile, perché le lepri, umane e non, i rifornimenti in corsa, il percorso di gara (quattro giri da 9,6 chilometri, più un pezzetto) ne fanno un risultato non ascrivibile nell’elenco dei record mondiali della IAAF, oggi World Athletics. 

Di che cosa stiamo parlando, quindi? Di un risultato eccezionale, sicuramente. Qualcosa che, comunque, Eliud aveva già dimostrato di valere, quando corse la distanza l’anno scorso a Berlino in 2:01:39, senza ‘effetti speciali’, ma certamente ‘memore’ dell’esperienza di Monza. 

Saltando a pie’ pari il livoroso vociare di chi associa, in modo malizioso, il risultato monstre al supporto di un super sponsor ciclistico e di una multinazionale sportiva – anch’essa sponsor, ma di un progetto sportivo recentemente chiuso per doping – da allenatore col pallino dell’educazione rifletto su due aspetti di questa vicenda significativa e spettacolare. 

C’è la questione tecnica. Quanto valgono i risultati della ricerca scientifica applicata ai progetti che hanno permesso, in due anni, di arrivare al successo di Vienna? Che ricadute avranno sul modo di allenare gli specialisti dell’endurance, podistico e non, professionisti e non? Potranno beneficiarne anche i ‘comuni mortali’, al di fuori dello sport? 

C’è anche la questione socio-pedagogica. Il tripudio mediatico scatenato dal successo sportivo e commerciale nella kermesse viennese avvicinerà alla disciplina un numero ingente di persone; adulti e giovanissimi. La dimensione spettacolare di un risultato sportivo di questo tipo, le dichiarazioni del campione nel post gara (“Volevo ispirare tante persone, nell'idea di spingersi oltre i limiti umani, ci ho provato tante volte e questa volta ci sono riuscito”) vanno trattate con cura, soprattutto in ambito educativo, quando si ha a che fare con i più giovani. Insegnare anche il “not everything is possible” credo non sia un’idea peregrina, ma di assoluto buonsenso. 

Guy Debord, filosofo, sociologo e scrittore francese, nel 1967 pubblicò “La Société du Spectacle”. “Lo spettacolo si presenta come un'enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più che questo, «ciò che appare è buono, ciò che è buono appare»”, scriveva Debord. Ed io mi fermo a pensare... 


sabato 28 settembre 2019

Il deserto dentro

(Andy Lyons/Getty Images for IAAF)

Doha, Mondiali di Atletica Leggera 2019. Mondiali sfigati, mi viene da dire; e ne avrei ben donde: due 'miei' atleti convocati in Qatar hanno dovuto dare forfait per motivi - diversi - di salute. Mondiali sfigati per i miei atleti e per me, quindi. Ma non solo.

Non sono uso ad invocare la malasorte quando le cose non girano per il verso giusto. Questi mondiali di atletica sono sfigati perché marcano, incontrovertibilmente, la differenza tra gli "sfigati" (in questo caso val bene l'accezione anglosassone del termine "sfigato" come perdente, "loser"), ovvero quelli che stanno fuori dallo stadio (maratoneti e marciatori) e gli altri.

Gli altri sono quelli che corrono veloce, saltano, lanciano o girano in tondo in pista correndo molto meno degli "sfigati". Gli altri hanno lo stadio con l'aria condizionata - pare lambisca solo le caviglie degli atleti - ma poco pubblico ad incoraggiarli.

Gli "sfigati" si lessano nell'indifferenza che li circonda. 

Perché i mondiali di atletica a Doha? Per i "piccioli", dicono un po' tutti. I soldi, come diceva mia nonna, mandano l'acqua all'insù; d'accordo. Ma l'Atletica muore; o, almeno, così muore, definitivamente, la coralità delle sue leggendarie discipline.

Oggi è presto per dire che di questi mondiali ricorderemo giusto qualche 'lampo' ipertrofico che taglia la pista davanti a tutti; credo però di non essere troppo distante dalla realtà.
Ottobre, tempo di foglie che cadono, qui in Italia; e di maratoneti che cadono, lì in Qatar.

"Spendi spandi effendi", cantava Rino Gaetano... Aridatece Primo Nebiolo! (Che mi tocca di'...).

venerdì 3 febbraio 2012

Del virus (informatico), della neve e d'altre (sportive) amenità


Nevica. Salteranno i Campionati di Società di Cross dopodomani a Lanciano? Credo proprio di sì. Il sito fidalabruzzo.org su questo argomento tace. Colpa del virus informatico che lo ha colpito di recente? Non so. Della pericolosità del malware in questione mi parlava un amico: non dovrebbe (il condizionale è d'obbligo) dare problemi a chi è solito navigare in sicurezza (il mio AVG me l'ha sgamato subito); il payload però, sempre a detta del mio amico, sembrerebbe aver colpito in primis il computer di chi gestisce fidalabruzzo.org. Insomma, forse un problema non da poco. Dal canto mio su quella piattaforma, che non amo particolarmente, oggi faccio fatica a racimolare informazioni, di qualsiasi tipo. Ripeto quindi l'appello fatto due giorni fa su questo mio blog: bisognerebbe informare il Comitato Regionale Fidal Abruzzo per provvedere ad un'eventuale 'bonifica' del sito.

Della neve, si diceva. Tread mill, corsa sulla spiaggia, sci da fondo o cos'altro? Mentre i miei ragazzi aspettano con ansia il da farsi, vi linko un video divertente. Meb Keflezighi, argento olimpico ad Atene 2004 dietro il nostro Baldini, corre in mezzo al bianco gelido di Mammoth Lakes (California). Davanti a scandire il ritmo, in sella ad una mountain bike, il suo coach Bob Larsen.
Meb sembra a suo agio nel freddo di Mammoth Lake. Forse ricorda i rigori invernali di qualche anno fa a Torino (Meb è nato ad Asmara, Eritrea, nel 1975; il padre, rifugiato politico, lasciò l'Eritrea per l'Italia, e si trasferì appunto a Torino con la sua famiglia, nel 1981; nel 1987 una nuova partenza, stavolta per gli States).

Meb, fresco vincitore dei 'Trials' U.S.A. di maratona, a 36 anni parteciperà su quella distanza, assieme a Ryan Hall e  Abdi Abdirahman, alle Olimpiadi di Londra 2012.
Buona visione.



domenica 12 dicembre 2010

Non di solo pane...

Un giovane allenatore inglese di trent’anni. Un professionista che ha scelto la Norvegia come privilegiato laboratorio atletico. Un esperto di salti in elevazione che allena un maratoneta, un amatore dal personale di circa tre ore, pronto a seguire ammaestramenti originali e pieni di senso. Reattività, flessibilità, elasticità. Propriocezione, pliometria… Per un giovane tapascione. Anche noi dovremmo tornare a riflettere. Buona visione.

venerdì 21 agosto 2009

Il paravento non c'è più

La marcia non va a medaglia, Schwazer si ritira. “Zero tituli”, come direbbe qualcuno. Anche il più solido paravento alle magagne del nostro ‘sistema atletica’ (o sport tout court, se volete) è caduto. La marcia può non dare medaglie, quindi, pur godendo di ottima salute (il 4° posto di Giorgio Rubino nella 20 km e il fresco 8° di Marco De Luca nella 50 km).
Non portare a casa medaglie, di qualsiasi metallo o lega, in questa edizione dei Mondiali per noi italiani è un record. Ma è pur sempre un gioco. È assai meno ‘ludico’ un altro freschissimo primato: siamo la nazione europea col più alto tasso di obesità infantile. Del resto anche alcuni nostri campioni sembrano non disdegnare merenducce e merendine…
Un popolo di santi, poeti, navigatori, obesi… e di maratoneti che danno forfait a tre giorni dal mondiale. La maratona maschile a Berlino senza italiani: un altro record. Un altro segnale?

sabato 1 agosto 2009

L'ultimo maratoneta



C’è un maratoneta che si aggira per le vie di Pescara. È l’ultimo maratoneta dei Giochi del Mediterraneo. Anzi no. È il primo ed anche l’ultimo. Beati gli unici, poiché saranno primi e ultimi. Ai Giochi del Mediterraneo 2009 la maratona non c’è stata, sostituita per esigenze logistiche da due mezze maratone, una maschile e una femminile. Dicono che quel giovane podista svagato sia lo spirito olimpico che, in barba alle scelte organizzative operate in questi Giochi pescaresi, corre, nonostante tutto; nonostante lo sport. Il suo spaesamento mi piace. Un efficace traslato di ciò che rimane dello sport autentico, quel muoversi perché necessario, a prescindere. E poi il resto del mondo, tutto intorno. E quell'indifferenza organizzata, che corre veloce, a prescindere.

Il video (L’ultimo maratoneta) è tratto dal sito www.tregua.org, dell’amico Valerio Di Vincenzo. È un’opera iscritta al Concorso per Web Filmaker, iniziativa ideata da Ekecheiria.org e presente già nell’home page del sito www.tregua.org. Entrate quindi nel sito, iscrivetevi e votate l’opera, se credete (io l’ho già fatto).

venerdì 9 gennaio 2009

Camillo Campitelli, campione del vero


"Sisifo insegna la superiore fedeltà che nega gli dèi e solleva i macigni. Quest’universo ormai senza padrone non gli appare sterile nè futile. Ogni grano di questa pietra, ogni bagliore minerale di questa montagna piena di notte, costituisce di per sè un mondo. Anche la lotta verso le cime basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice." (Albert Camus, Il mito di Sisifo)

Voglio raccontare una storia semplice e profonda cercando la via della sintesi ché ho paura di “tradire” un amico, scivolando sul retorico. La dedico a tutti quelli che sono capaci di distinguere il vero dal falso dentro al nostro mondo di faticatori per diletto podistico; la consiglio pure a quanti fanno confusione (molti in verità, troppi), gente usa a mitizzare chiunque tagli per primo il traguardo. Sì, a pensarci bene questa storia potrei pure dedicarla a quel popolo di scommettitori da cinodromo, santificatori da bar, lesti al linciaggio sommario appena si sgama l’ennesimo campione senza valore.
Prima di cominciare vorrei porre un quesito e abbozzare una risposta. Che cosa vuol dire campione? A me piace l’accezione medievale del termine. Campione come duellante in difesa di una causa nobile. Nello sport, il nostro sport, me lo figuro un po’ Parsifal, un po’ Sisifo. Un cavaliere appiedato per scelta e condannato all’amore per la fatica.

È da un po’ che cerco il “la” per questo mio racconto, armato di entusiasmo e devozione per qualcosa che dovrebbe essere un tributo alla persona che meglio incarna il “Senso podistico” di una regione, l’Abruzzo, sfiancata moralmente dalla dilagante volgarità del doping ruspante. La persona in questione è dunque un amico; è Camillo Campitelli.
Camillo è il mito vivente del podismo abruzzese, un’icona del running la cui forza eccezionale sta dentro un ossimoro: straordinaria normalità. Perché Camillo è uno di quelli che prima di correre, o dopo aver corso, sta otto ore in fabbrica a fare altra fatica; Camillo corre dal ’76, quasi trentatre anni, senza interruzioni. Non detiene primati ufficiali, neanche a livello regionale, ma è il runner più forte che io conosca.
Ci incontrammo per la prima volta trentadue anni fa, in una gara su strada, una delle prime kermesse podistiche locali, figlie dell’austerity del ’76. Camillo me le suonò ben bene. Per carità lui aveva quindici anni e io dodici, ma allora mi allenavo già come un keniano e avevo la resistenza di un varano dopato. Battermi non era un affaruccio semplice semplice. Insomma, per un paio di anni ci demmo “fastidio” a vicenda. Poi, intorno al ’79, partì dalla natia Castel Frentano per la Germania. No, non era stato ingaggiato dallo Shalke 04. Camillo andava su per un lavoro “normale”, credo come metalmeccanico. Lì, nonostante le difficoltà derivanti dall’essere giovane straniero spaesato, con la condanna necessaria di un lavoro prezioso e soverchio, trovò il modo di migliorare il suo personalissimo metodo di allenamento. Camillo, podista autodidatta e “anarchico”, conobbe la scuola del mezzofondo tedesco d’occidente. Affinò l’arte della temperanza e imparò la disciplina, unitamente ad una organizzazione del training decisamente meno empirica delle sue corse matte e a perdifiato dentro la vallata del Sangro. Era cresciuto atleticamente, ma non solo. Se ne accorse pure lo Stato che lo chiamò per il servizio di leva, a Napoli, presso il Centro Sportivo dell’Esercito. Siamo agli inizi degli anni ’80, anni di vuoto edonismo reganiano, di panini e paninari, di moti studenteschi griffati Timberland e Moncler. Camillo cresce ancora atleticamente, e continua a macinare chilometri calzando Nike, ma non per moda. In Abruzzo è dappertutto, strada, pista, cross, montagna… Qualcuno giura addirittura di averlo visto correre, la stessa domenica, alla stessa ora, in due, tre gare diverse. Inizia così la costruzione del mito Campitelli.
Mito come discorso, racconto sull’arte del podismo di casa nostra. Un mito la cui forza poggia anch’essa sulla magia di un ossimoro: il frastuono silenzioso di imprese normali. Camillo dà l’anima per la corsa e si diverte. Chi volesse cimentarsi nella lettura degli albi d’oro delle più prestigiose “stradali” abruzzesi degli ultimi venticinque anni, troverà il suo nome, come costante, tra i primi tre classificati assoluti, un migliaio di volte. Camillo, che quando vince lo fa in silenzio, ogni tanto levando le braccia al Cielo, quasi a ringraziarlo di tanta benevolenza.
Cronometricamente dà il meglio di sé all’inizio degli anni ’90: 31’06” sui 10.000m, 1:06:52 nella maratonina, 2:26:21 nella maratona; tempi eccezionali perché ottenuti tutti (lo dico con convinzione) senza una preparazione finalizzata al “crono”. Perché Camillo non ha mai pensato al tempo. Ed è forse questo il suo segreto. Camillo è il corridore perpetuo, ed oggi, a quasi quarantasette anni, è ancora capace di correre la maratonina in 1:13. Poco gli importa l’aver buttato alle ortiche la reale possibilità di diventare pluricampione mondiale della 100 km (anche di questo, da tecnico, sono fermamente convinto; non me ne voglia l’ottimo Mario Fattore). L’arte di Camillo Campitelli è quella di attraversare il tempo, correndoci dentro e non rincorrendolo. Il sogno di ogni podista, ciò che amo chiamare long life running, è per lui, da sempre, eccezionale quotidianità, straordinaria normalità.

domenica 4 gennaio 2009

Maratoneti d'Abruzzo (e dintorni)

Ho simpatia per chi si spende con passione per la nostra disciplina, il nostro universo. Gli amici del sito “I Maratoneti d’Abruzzo e dintorni” si impegnano così, mettendo il cuore dentro ogni loro pubblicazione, dalla “fredda” classifica (mai fredda in verità), ai consigli sull’allenamento. Un invito ai miei lettori per un giretto da quelle parti; se volete ve lo do io un passaggio, basta fare click qui.


domenica 17 agosto 2008

La maratona olimpica è di chi ci prova

Dita Tomescu vince la maratona olimpica a Pechino (foto Giancarlo Colombo per Omega / Fidal)


Un'operaia specializzata. Constantina, Dita, Tomescu è un "trattore" di maratoneta, una di quelle che partono, salutano la compagnia (solo metaforicamente) e menano la rumba in solitaria, chi c'è c'è. Non è l'ultima arrivata, sia ben chiaro. Ha vinto un titolo mondiale nella mezza maratona (Edmonton, 2005, 1:09:17) e un bronzo nella maratona ai Mondiali di Helsinki, sempre nel 2005. Certo, non è la Radcliffe, ma vanta pur sempre un 2:21:35 (Chicago, 2005) sulla distanza che oggi le ha dato ciò su cui più di un esperto di "questioni aerobiche" non avrebbe mai scommesso. A 38 anni, nel mezzo del cammin della sua prova (passaggio alla mezza intorno all'ora e quindici), ha sgasato lasciando tutti sul posto. Le altre, quelle forti, marcavano stretto il fantasma della Radcliffe, giunta al traguardo in ginocchio, sei minuti dopo la prima quando, come direbbe un mio amico, anche i prodotti del ristoro erano ormai scaduti.