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venerdì 25 dicembre 2020

SFIDE PER POCHI


Mi piacciono le sfide sportive, che sono sempre ragionate; ponderate.
Le sfide, in questo senso, non hanno nulla a che vedere con le scommesse (io che non gioco manco il “gratta e vinci”).

Le sfide che intendo io sono sempre progetti condivisi, al cui centro c’è sempre l’atleta. L’obiettivo, il primo, il più importante, è la sua autonomia, che non significa fare a meno degli altri, ma la piena realizzazione della sintonia tra l'atleta stesso, la realtà circostante e tutte le persone che, a vario titolo, partecipano al progetto.

C'è bisogno pure di fiducia. Tanta fiducia. E di coraggio, di cui, inevitabilmente, l'atleta dovrà armarsi. Perché per raggiungere gli obiettivi più nobili è necessario, ad un certo punto, cambiare, abbandonare certe rassicuranti consuetudini e nascere altrove; per crescere.

Il successo, quello vero, è per pochi. (Quanti atleti - e non solo - si son persi per strada). 

Auguro a me stesso e ai miei compagni di viaggio ogni migliore energia volta alla realizzazione di progetti buoni. 
Buon Natale.

giovedì 15 agosto 2019

Cambiare il cambiamento - parte seconda


L'atleta è quindi al centro di un sistema virtuoso di curiosità logicamente orientate al risultato. Intelligenze multiple al 'servizio' dell'Atleta.

La descrizione dell'obiettivo del PROGETTO 92 recitava così:


"Il “Progetto 92” (P92) costituisce l’articolazione di una serie di iniziative che si propongono di affiancare la preparazione atletica al momento effettuata da Giovanni de Benedictis (da questo punto indicato come “atleta”) e di sostenerne, favorirne e condizionarne a buon fine tutti gli aspetti che finora non hanno trovato una compiuta e il più possibile scientifica definizione. 

La fig. 2 mostra lo schema a blocchi che descrive il procedimento operativo nelle sue componenti principali. 

La fig. 3 illustra il quadro di riferimento che si pone come obiettivo della totale esplicitazione dell’intervento.





La denominazione stessa del progetto riferisce la scadenza temporale alla quale le attività sono orientate ed individua il termine entro il quale esse si propongono di agire. 

Ognuno dei supporti mostrati nella figura 3 può essere descritto in maggior dettaglio...".

Il PROGETTO 92 mostra certamente molte 'ingenuità' legate al momento storico in cui fu realizzato (penso alle strategie di comunicazione e al ruolo che hanno i social network oggi), ma ritengo  che possa comunque rappresentare un esempio di buone pratiche permeate da un approccio scientifico forte ed etico.

"La necessità di disporre di attrezzature e competenze specialistiche orientate a tutti i settori di intervento della medicina dello sport comportano la necessità di instaurare uno stretto rapporto di collaborazione con uno o più consulenti in Medicina dello Sport e possibilmente con strutture universitarie e di ricerca italiane ed estere. 
In particolare saranno definiti i protocolli di ricerca che accompagneranno l’atleta nell’attività di allenamento e, per quanto possibile, nelle competizioni".

Già, la ricerca. Investire in ricerca piuttosto che su vagonate di followers...

sabato 10 agosto 2019

Cambiare il cambiamento - parte prima

(Il team del Progetto 92)
Viviamo un tempo strano, fatto di frequenti slanci puerili e privo di memoria buona, dove la parola "cambiamento" rotea minacciosa e inquietante, tagliente, a due dita dal collo sottile del nostro povero futuro.

Anche lo sport subisce gli effetti evidenti di questa infelice temperie culturale, morale; politica. Anche nello sport, in generale, e nell'atletica leggera in particolare, incombe il "cambiamento", invocato quadriennalmente alla vigilia delle olimpiadi.

Se è vero che il settore tecnico della FIDAL (Federazione Italiana di Atletica Leggera, occorre specificarlo ché siamo rimasti davvero in pochi a saperlo) è la spina dorsale di questo ingarbugliato e anemico sistema sportivo nazionale, allora è necessario ripartire da esso.

Voglio ricordare a me stesso e ai viandanti del blog che ben trent'anni fa - correva l'anno 1989 - a Pescara realizzammo un progetto che permise a mio fratello Giovanni l'ottenimento del bronzo olimpico nella 20 km di marcia alle olimpiadi di Barcellona, nel 1992. Quel progetto, seppur datato, conserva ancora, a mio giudizio, spunti notevoli per riflettere, ripensare l'attuale organizzazione del settore tecnico federale, e il suo "modus operandi", tout court.

Scriveva l'amico Valerio Di Vincenzo, dieci anni fa - era il 2009, anno dei Giochi del Mediterraneo a Pescara - a proposito del Progetto 92 (questa la dizione originale del titolo di quella magnifica esperienza):

"A cominciare dal 1989 Mario ed io abbiamo iniziato a studiare strategie per vincere le Olimpiadi di Barcellona. Io, con le conoscenze maturate da ricercatore universitario in medicina, proponevo i metodi e gli strumenti. Lui li traduceva in protocolli scientifici di allenamento, in fitte tabelle di dati funzionali e rilievi sul campo che venivano graficizzati in forme primordiali di pagine elettroniche, allo scopo di valutare gli effetti, nel tempo, delle fasi di lavoro. Giovanni ci metteva il fisico ed un carattere che esprimevano la sua energia sovrumana. Claudio interpretava olisticamente il modello biomedico, assecondava i flussi energetici e la crescita delle prestazioni atletiche di Giovanni, leniva i dolori. Daniela appianava i conflitti e minava le basi di quella sindrome che - tra me e me – ho chiamato la “paura di vincere” ( quella che fino a quei tempi aveva attanagliato i primati mondiali che erano nelle gambe di Giovanni). Mamma Angela e papà Nino ci avevano adottati come parte integrante della famiglia. Tutto ciò cresceva giorno dopo giorno, confortato da risultati crescenti. Era qualcosa che non era mai esistito prima in nessuno di noi presi singolarmente, eppure si avverò quando decidemmo di lavorare insieme.
Ciò che potrebbe stupire oggi è che Giovanni, in preparazione della sua seconda olimpiade, accettò di affidarsi a questa strana combriccola, priva di alcuna precedente esperienza del genere, osteggiata dall’establishment, ma dotata di idee capaci di fare la differenza. Erano i tempi in cui un bel numero di medaglie olimpiche e maglie rosa erano prodotte in Italia dalle parti di Ferrara, ma Giovanni preferiva frequentare la riviera pescarese, le Dolomiti, gli altopiani messicani, a costo di litigare con taluni “santoni” della Federazione e, in fin dei conti, perfino di farsi superare in silenzio da gente che il buon sangue se lo faceva venire con mezzi diversi dal buon vino e dall’armonia tra mente e corpo.
Il fatto è che, parlando e riparlando con Mario, ho capito quanto le personalità come quella di Giovanni e come la sua sanno essere carismatiche anche continuando ad essere vere. Questo, secondo me, deriva dalla capacità di essere sempre coerenti con sé stessi e di affermare coi fatti valori inalienabili".

Nel Progetto 92 emergeva in modo chiarissimo un assunto: 

"[...] L’Italia soffre in modo particolare di tutto ciò (l'arretratezza delle motivazioni scientifiche, tecnologiche ed imprenditoriali che legano gli sponsor ai testimonials sportivi, nds) a causa di una tradizione che individua nel personaggio emergente un puro frutto della Provvidenza e lascia quindi più di altre Nazioni che i propri rappresentanti sportivi costituiscano nella maggioranza una raffinatezza artigianale piuttosto che la punta estrema di un dominio razionale del corpo e della mente sostenuto da adeguate energie intellettuali, materiali e tecnologiche. 

Questo ultimo elemento è invece il seme dal quale si vuole far scaturire l’iniziativa descritta nel presente progetto. Esso poggia sulla convinzione che nelle decisioni che governano la preparazione di un atleta a livelli superiori, sia possibile definire un metalinguaggio che descrive ciò che attualmente si nasconde sotto i paraventi dell’occasionalità, della genialità, della fatalità e dell’approccio empirico se non alchimistico. 

Tutto ciò indica che l’obiettivo del “Progetto 92” non può essere inteso tout court con l’ottenimento della vittoria di una gara olimpica, nella fattispecie la 20 km di marcia delle Olimpiadi di Barcellona nel 1992, chè dà il titolo al presente programma, quanto piuttosto la costruzione di una coscienza, di una metodologia e di una pratica che mettono alla prova un gruppo di esperti, di appassionati e un atleta d’eccellenza innanzi tutto di fronte a se stessi ed al concetto di ottimizzare il proprio operato confrontandolo a quelli di riferimento. 

Si ritiene che una volta definito in questi termini e sperimentato sul campo, l’insieme di interventi che circoscrive questa particolare iniziativa possa essere descritto e possa quindi divenire patrimonio dello sport moderno e come tale, negli ideali decoubertiani, del libero scambio di interesse, del sano agonismo, del gioco maturo e consapevole, del vivere civile.

[...] Nella fig. 1 sono riportati i fattori che determinano l’ottimizzazione del rendimento di una prestazione: la cura, la selezione, la crescita di ognuno di questi fattori, associabili al lavoro multidisciplinare e cooperativo di un gruppo omogeneo sono le risorse che consentono di individuare nella prestazione non più l’effetto di qualcosa di imponderabile sul quale scommettere, ma piuttosto la conseguenza di una sapiente miscela di ingredienti. 

Il risultato dipende ancora da fattori casuali, ma definendo meglio il sistema di riferimento, lascia a questi ultimi uno spazio misurabile di sviluppo. 

Non è un caso che uno schema mentale del tipo riferito in fig. 1 è stato applicato da sempre nella storia dell’uomo nell’"arte di fare la guerra”. Più piacevolmente nella espressione di principi di pacifica competizione, di confronto fisico ed intellettuale a livelli internazionali, di affermazione di una specificità culturale, di sostegno alla diffusione di una professionalità fondata su criteri scientifici si incontrano le motivazioni dello sponsor di questa iniziativa e del sottocitato comitato tecnico e si giustifica l’inusuale supporto a scopi promozionali di un concetto piuttosto che di un risultato".

- fine prima parte -

sabato 14 maggio 2016

Tredici mesi e una settimana


Per gli antichi greci il Tempo era trino. Aion, l’eternità, o l’era, o anche il tempo che tiene insieme l’intera durata della vita. Kronos, il tempo logico; passato, presente e futuro. La successione logica di secondi, minuti, ore… Ed infine Kairos, l’occasione (taluni dicono il tempo debito), l’istante cruciale, immobile e apparentemente eterno. 

Tredici mesi e una settimana, dal 1 aprile 2015 al 8 maggio 2016. Aion.

Il 1 aprile 2015, giorno della conferenza stampa di Alex Schwazer e Alessandro Donati; giorno del progetto dichiarato urbi et orbi. Kairos coccola Alex e Alessandro, ma anche Dario D'Ottavio, Benedetto Ronci, me e tutti quelli che credono nella forza delle scelte giuste, anche se impopolari, difficili da agire e da essere comprese. Kairos  è un dio benevolo, ma non ammette tentennamenti di sorta.

E poi Kronos, coi suoi giorni carichi di pensieri, di parole dette e scritte, ascoltate; lette e rilette. Kronos, che si fa cronometro digitale e occhio esperto nella successione sessagesimale di ore, minuti e secondi, gioca coi passi regolari di un marciatore apparentemente difficile da ‘domare’. Kronos che muta in Kairos, dentro l’istante di un fotogramma prezioso, passato al setaccio di un computer crudele e necessario. Kronos che ‘gioca’ settimanalmente a fare il vampiro in nome della Scienza (quella buona) a tutela della salute dell’atleta. Di tutti gli atleti.

Aion, Kronos e Kairos si incontrano a Roma, l’8 maggio 2016. È tempo di fare festa.

 "Sisifo insegna la superiore fedeltà che nega gli dèi e solleva i macigni. Quest’universo ormai senza padrone non gli appare sterile nè futile. Ogni grano di questa pietra, ogni bagliore minerale di questa montagna piena di notte, costituisce di per sè un mondo. Anche la lotta verso le cime basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice." (Albert Camus, Il mito di Sisifo) 

martedì 3 aprile 2012

In marcia...


In occasione dell'ultima Convention nazionale dei tecnici di atletica leggera, svoltasi a S.Vincenzo (LI) dal 30 marzo al 1 aprile scorsi (clicca qui), durante i diversi coffee break in molti mi hanno chiesto informazioni sul centro di eccellenza per mezzofondisti e marciatori, in Abruzzo (clicca qui). Tra i tanti curiosi c'era pure il responsabile nazionale del mezzofondo, il Prof. Pietro Endrizzi, che mi chiedeva se fossi io, all'interno di quel progetto, ad occuparmi della marcia. Anche Stefano Baldini era molto interessato all'argomento. Ovviamente ho risposto loro che non ne sapevo nulla e che, comunque, a breve il centro in questione sarebbe stato inaugurato. Speriamo bene, ché abbiamo addosso gli occhi dell'Italia atletica che conta.

I progetti buoni sono quelli che, verificati nella loro 'bontà', sono realizzabili. Il giorno in cui a Morro d'Oro (TE) veniva presentato il centro di eccellenza abruzzese per la marcia e il mezzofondo (sabato 24 marzo u.s.) io presentavo a Pescara, assieme ai colleghi del WJR - Scuola di Podismi, ai responsabili di Area Fitness e al Circolo Velico "La Scuffia", il progetto MARINA WALKING (clicca qui). Sarà pleonastico ma voglio scriverlo una volta ancora: la solidità di un edificio si vede dalla sua base.


sabato 10 dicembre 2011

Il torto degli assenti

Ieri, venerdì 9 dicembre 2011, la riunione indetta dal GGG Fidal Abruzzo (come stabilito dal Consiglio Regionale, nella seduta del 29 ottobre u.s.), presieduta dalla neoeletta Fiduciaria Regionale del GGG abruzzese l’arch. Manuela Trivarelli, “per trattare argomenti relativi ad una maggiore e migliore collaborazione fra i vari Settori del nostro Comitato, per una più oculata gestione dell’atletica abruzzese”, ha visto l’assenza totale del Settore Tecnico federale locale (intendo del fiduciario tecnico e dei responsabili di settore), nonché di quelle del Presidente e del Vice Presidente Vicario. Alla faccia dell’auspicata “maggiore e migliore collaborazione tra i vari Settori del nostro Comitato”.

Pesanti più di macigni le parole del Segretario, il Prof. Bruno De Luca; di fuoco e condivise dalla quasi totalità dei presenti quelle della Prof.ssa Concetta Balsorio (io le sottoscrivo alla grande). In soldoni: il Comitato Regionale Fidal Abruzzo nel 2011 ha toccato il minimo storico quanto a programmazione, comunicazione, gestione dei conflitti interni, conoscenza dei regolamenti (diciamo sommariamente così; spero che qualcuno abbia redatto un verbale della seduta).

Bene. Anzi no. Male. E mentre noi continuiamo a lessarci dentro una pignata spaccata, con dentro pochi fagioli e con le solite cotiche, sempre più rinsecchite ma attaccate tenacemente al fondo della stessa, ecco che altrove accade altro.
Guardate con attenzione il filmato che segue. Per carità, l’Abruzzo non è il Veneto; ma non è neppure il Botswana. Buona visione.


sabato 29 gennaio 2011

"Gettato in avanti"

Basta con le ciance. Generano interruzioni. Fanno perdere tempo. Ci legano ad un palo. Bisogna fare, su base progettuale. E progetto viene dal latino proicio, che significa scaglio, getto in avanti. Si deve andare avanti.
I progetti, quelli buoni, hanno bisogno di dialogo e non di assurdi recinti. Necessitano di alleanze, di collaborazioni plurime ed etiche. Ho letto da qualche parte che, grazie alla mediazione di Mario Pescante, tecnici israeliani potranno allenare atleti palestinesi per le Olimpiadi del 2012. Qui in Abruzzo, invece... Mi stoppo, ché sennò ricomincio. Ma non voglio chiudere così. Vi lascio le parole di un grande poeta, Czeslaw Milosz, Nobel per la Letteratura nel 1980: "Mandare avanti un progetto, come indica la derivazione della parola, significa estrarre da sé un'idea in modo tale che essa acquisti una propria autonomia e sia realizzata non soltanto dagli sforzi di chi l'ha originata, ma anche da quelli indipendenti dal proprio Io". 

martedì 2 marzo 2010

Il buco senza nulla intorno

Qualcuno, qui in Abruzzo, parla con insistenza di “poli di eccellenza” per alcuni settori dell’atletica leggera. Ho provato e riprovato a farmi un’idea di “polo di eccellenza” per l’atletica abruzzese, ma riesco solo ad incartarmi dentro pensieri improbabili e grotteschi. È più forte di me. È una questione di senso della realtà. Un “polo di eccellenza”, per intenderci, dovrebbe essere una Scuola, che so, della Marcia, oppure della Velocità, del Mezzofondo; un centro di riferimento culturale e logistico per gruppi o singole discipline dell’atletica. Insomma, strutture al top e docenti qualificati per le eccellenze della nostra Regina.
Ecco che qualche domanduccia sorge spontanea. Ma quante eccellenze abbiamo in atletica dalle nostre parti? Quanto costa un “polo di eccellenza”? Chi lo finanzia? Ce n’è davvero bisogno?

In questi giorni mi capita spesso di osservare i molti bambini che fanno attività motoria (diciamo prosaicamente così) dentro le strutture dello Stadio Adriatico di Pescara. I frugoletti sono davvero tanti, e impegnano fino allo spasimo i nostri istruttori che, se ne vedessero arrivare degli altri (non moltissimi di più), potrebbero avere, a malincuore, l’ingrato compito di dire ai loro genitori: “Tutto esaurito!”.
Prima di parlare di “poli di eccellenza”, di “Università dell’Atletica” bisognerebbe chiedersi qual è il livello generale di ‘alfabetizzazione’ atletica (o forse motoria) dei nostri giovani, a che punto siamo con i progetti per la pratica dell’Atletica Leggera nella Scuola di Base, e su quale supporto finanziario e formativo possono contare i nostri tecnici (soprattutto quelli del settore giovanile). Tutto il resto è un buco. Un buco senza nulla intorno.

domenica 14 febbraio 2010

Capitoli chiusi

Quando un impegno di lavoro difficile e delicato viene ad interrompersi improvvisamente, anche se per ragioni già palesi all’inizio del compito stesso (certe storie hanno la fine stampata in rilievo fin dalla prefazione), strani sentimenti iniziano a mulinare dentro al cervello. Inizialmente ci si può incazzare perché è andato alle ortiche un progetto che, nella sinusoide dei progressi preventivati, procedeva secondo quanto pianificato. Bisogna poi fare i conti con quei sentimenti, meno cerebrali, che definiamo "ragioni del cuore". Quando finisce un rapporto di lavoro, una collaborazione, drasticamente e per motivi legati all’incapacità di certuni nel procedere linearmente (c’è un responsabile del progetto, uno soltanto), unitamente alle insopportabili e risibili interferenze di chi dovrebbe occuparsi d’altro, allora si spezza l'anima nel veder naufragare la possibilità di una crescita, individuale e collettiva e, cosa straziante, assistere alla deriva di anime innocenti.
Quando chiudo un capitolo, giro pagina e vado avanti. Non torno indietro per rimettervi mano. È chiuso, appartiene alla memoria; appartiene all’esperienza. Rimane la bella consolazione (mai troppo apprezzata) di aver liberato (e quindi guadagnato) del tempo e molte energie per i giorni futuri, a patto che il capitolo, chiuso ma scolpito nel cervelletto, eviti al viandante, all’occorrenza, ulteriori 'cattivi' incontri (errare è umano, perseverare è da pirla).

martedì 9 febbraio 2010

Conticini elementari

L’altro giorno facevo due conticini elementari: calcolavo, ora più ora meno, il tempo che ho dedicato in un anno (il 2009) alle ‘questioni atletiche’. Ho quantificato l’impegno sul campo – quello che si definisce “in presenza” – in circa 400 ore. C’è poi lo studio, inteso come formazione-aggiornamento, come ricerca. Per questa attività ho speso addirittura più di 700 ore. E fin qui siamo al parametro “tempo” (che non voglio ‘tradurre’ in danaro; per ora). Quanto al “danaro”, investito in formazione, ricerca, eccetera, e a quello speso in benzina, telefono, eccetera, beh lì siamo ben sopra i 4000 €.
Chi si occupa di atletica leggera da allenatore, con professionalità e passione, conosce bene questi numeri perché appartengono al proprio bilancio esistenziale (pesando su quello familiare, prosaicamente parlando).
Dalle nostre parti, in Abruzzo, sento parlare con insistenza di rilancio dell’Atletica, di progetti per il reclutamento; addirittura di costituzione di poli di eccellenza per taluni settori e/o discipline. Battuta ironica (ma non troppo): qualcuno ha forse vinto al superenalotto? C’è un pool di mecenati desiderosi di investire fiumi di danaro sull’Atletica e non ne sapevamo nulla? Oppure, come solitamente accade in politica, si fanno progetti – sempre ambiziosi – senza avere i mezzi per realizzarli?

domenica 1 novembre 2009

Mubble mubble...

Altra giornata di lavoro duro e appassionante. Rimettere mano a vecchie scartoffie e scoprire che non sono poi così vecchie rinnova l’entusiasmo, infonde nuova energia. I Progetti (rigorosamente con la maiuscola) hanno bisogno del passato. Quello buono però. La memoria e gli amici sono indispensabili per cominciare bene.

sabato 24 gennaio 2009

Sotto il mare

Cover art for "The Woman Who Walked Into the Sea" by Philip R. Craig, acrylics on illustration board


Forse è giusto il detto che corre
sulle navi: ‘L’umanità si divide in tre
categorie: i Vivi, i Morti e i Naviganti’.
Dei Vivi tutti parlano e tutti si preoccupano.
Dei Morti pochi parlano e nessuno
si preoccupa.
Dei Naviganti nessuno parla e nessuno
si preoccupa. Tranne, naturalmente,
loro stessi.
Norberto Biso


C’è un mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua. Appena sotto e via via più giù. È una dimensione soavemente terrifica, onirica, fortemente simbolica e intellettualmente intrigante. Non occorre essere esperti nuotatori per godersi lo spettacolo di ciò che non si vede o si intravvede. Basta il giusto timore, la curiosità di un bambino e un’affinata tecnica respiratoria.
Dedico questo post criptico ed equoreo all’amico Valerio, conosciuto venti anni fa sul cammino per Barcellona ’92, ideatore geniale di quel progetto che rese possibile il bronzo olimpico di mio fratello Giovanni. Valerio, poeta scienziato, marciatore degli abissi, è ancora sulla breccia; ma di più, per ora, non posso dirvi…

venerdì 12 dicembre 2008

Goal!


Ieri sera (qualche ora fa) ho ricevuto una telefonata da un amico. Ottime notizie, di quelle che ti cambiano un tantinello la vita. Non voglio però aggiungere molto di più (leggasi scendere nei dettagli), e non per scaramanzia. La nuova ha a che fare con il progetto sportivo a cui sto lavorando da qualche tempo. La cosa mi fa sorridere un po': penso ai "tempi di reazione" della Fidal, ai suoi buoni propositi e alla triste realtà (sportiva) che abbiamo ancora sotto gli occhi. Sono convinto (ora ne ho le prove) che il cambiamento (palingenesi?) per l'Atletica avverrà grazie a forze esterne al suo mondo.

Notte a tutti o, se preferite, buongiorno.

martedì 28 ottobre 2008

Back on the road

Pure stavolta per partire uso un anglismo. Back on the road può voler dire rimettersi in gioco; ricominciare dal campo (inteso come pratica concreta della propria attività). Può anche significare, per chi come me si occupa di endurance nell’Atletica Leggera, un letterale tornare alla strada.
Il 16 novembre prossimo l’Atletica abruzzese dovrebbe voltar pagina. La Fidal d’Abruzzo avrà un nuovo presidente, così come un rinnovato consiglio regionale. Spero, dal canto mio, che si torni a “fare”, sempre su base progettuale, piuttosto che promettere o pascersi nel mito, oggi abbastanza sbiadito in verità, dell’Atletica Leggera regina di ogni sport.

Da qualche tempo sto lavorando ad un’ipotesi di progetto per il mezzofondo (ma anche per la marcia) giovanile in Abruzzo. Premetto che non è mia intenzione muovere nessuna reprimenda a chi fino ad oggi si è occupato di coordinare l’attività tecnica come responsabile di questo settore, nella Fidal abruzzese. Qualche considerazione va però fatta. Quest’anno ho vissuto direttamente (come tecnico intendo) alcune vicende spiacevoli occorse ai miei atleti del Cus Atletica Chieti; queste, unitamente ad altri episodi similari, mi hanno fatto riflettere.
I risultati positivi del nostro mezzofondo giovanile (il 4° posto agli Italiani Cadetti di Loris Di Marcantonio sui 1000m e il 9° sui 2000m di Daniele D’Onofrio in primis) sono il risultato del lavoro appassionato, continuo e intelligente di pochi tecnici, misconosciuti dalla federazione, supportati non senza fatica dalle loro società sportive. L’impressione che ho avuto, lavorando quotidianamente coi miei ragazzi, e dialogando con altri atleti e tecnici, è che sia stato fatto poco o nulla di concreto per motivarli (sia i ragazzi che i loro allenatori). Cercare come disperati estenuanti rincorse al minimo (fascia A, B, eccetera), gareggiando sovente fuori regione (ah, Marche benedette!), così come essere convocati come titolari per una rappresentativa interregionale, e poi “sconvocati” e sostituiti a tre giorni dall’evento, sono episodi che farebbero mollare tutto pure a Giobbe con la sua biblica pazienza.
Abbiamo energie nuove nel mezzofondo: una bella nidiata di Cadetti, diversi Ragazzi (e Ragazze), ed Esordienti, maschietti e femminucce. Un movimento numericamente significativo per qualità. Conoscerli è facile, basta affacciarsi periodicamente nelle varie “stradali” domenicali, oppure in quelle rare kermesse a loro dedicate, in pista. Eppure sbagliamo nelle convocazioni, segno che non conosciamo gli atleti che abbiamo, le loro prestazioni, non dico la loro condizione attuale.

La ricetta per uscire dal fosso potrebbe essere più semplice di quanto si pensi. Essa poggia su due concetti: motivazione e dialogo.
Motivazione vuol dire più opportunità in regione per fare attività: più manifestazioni su pista, adeguatamente organizzate (con premi sotto forma di materiale tecnico, ad esempio) e strutturazione di un circuito parallelo (da calendarizzare) di gare su strada. Non dimentichiamoci che i nostri migliori Esordienti (ma anche gli attuali Cadetti) vengono da lì (ecco che torna il back on the road). Coinvolgere le scuole in un rapporto meno “cervellotico-progettuale”, attraverso “tornei” d’istituto di una sola giornata (basterebbe una corsa campestre) e legando tali manifestazioni alle altre, federali, poste in calendario. Motivazione sta anche nella possibilità di incontrare i ragazzi e farli incontrare periodicamente (mini raduni, forse è una locuzione eccessiva?). E qui si arriva al secondo concetto, quello del dialogo, legato a tripla mandata col primo. Non può esserci motivazione se non c’è dialogo. Bisogna che la nuova Fidal Abruzzo, nella persona di un suo responsabile tecnico, incontri, con continuità, allenatori e atleti, favorendo la comunicazione fra loro e rinnovando, con il supporto delle proprie competenze, la motivazione a crescere e fare meglio. Dico una bestemmia se, in alcune circostanze, sarebbe bastata una telefonata, tempestiva, per evitare l’abbandono precoce di un giovane atleta? Dialogo con atleti, tecnici, ma anche con le famiglie, senza le quali è impossibile realizzare alcun progetto.

Oddio, mi accorgo di essermi allargato un tantino, e di non aver citato la parola magica “risorse” (finanziarie) senza le quali non si canta la messa. Eppure sono convinto che se si ripartirà con uno sguardo nuovo e veramente appassionato, con un progetto semplice ed efficace, dove chiari dovranno essere gli obiettivi e rigorose le verifiche in itinere, anche i soldi arriveranno. Per (ri)partire basta davvero poco.

venerdì 24 ottobre 2008

Un'idea (semplice) per il mezzofondo (giovanile e non)


Giornata troppo lunga. Un ultimo post prima di andare a nanna. Una sorta di anticipo di un'idea che presenterò a giorni. Un pensare attorno al movimento giovanile del nostro mezzofondo e, perché no, anche della marcia. La possibilità di "vivacizzare" l'ambiente con un progetto semplice che tenga insieme giovanissimi, giovani e masters. Niente di trascendentale, ma sicuramente qualcosa di pianificato e soggetto a verifica. La passione la do per scontata...
A presto.


martedì 23 settembre 2008

Una questione di stile (le style c'est l'homme). Una questione di sostanza (bis)

A dispetto del titolo non riattizzerò il fuoco di polemiche tanto inutili quanto dannose. Vorrei invece fare alcune considerazioni circa i rapporti, oggi sempre più tenui, tra le società di Atletica Leggera e, usando un'espressione molto lata, gli operatori economici. L'Atletica, quella delle società giovanili e amatoriali, campa di volontariato. Per carità, tanto di cappello alla passione e alla strenua tenacia di tecnici, atleti e (soprattutto) genitori. L'esperienza mi fa dire che sono cose buone, destinate però a durar poco. Mi spiego meglio. Nessun progetto sportivo, serio, con i suoi bravi obiettivi a breve, medio e lungo termine, le sue verifiche, eccetera eccetera, può "camminare" senza che qualcuno ci investa del danaro. Ecco quindi evocata la parola magica: sponsor. "Bisogna trovare qualcuno che ci sponsorizzi" è il refrain di chi si accinge ad intraprendere l'"avventura" di costituirsi come associazione sportiva; qualche soldino, sogni di gloria a parte, consente comunque la possibilità di coprire le spese di alcune trasferte, di una pizzata a fine anno e del materiale sportivo essenziale (tute, completini e borse). Può capitare anche la "grazia" di un mecenate che si avvicini al tal sodalizio sportivo per effetto della presenza di un campioncino locale. E tutto funziona. Finché il campioncino gira; finché il mecenate ci crede. Sono profondamente convinto che le strade da percorrere debbano essere altre. Non quelle della fortuna, dell'occasionalità, ma quelle del Progetto. L'Atletica non ha bisogno di trovare qualcuno che scommetta su di essa. C'è bisogno, al contrario, di chi sia coinvolto in spirito e cervello (e danaro, ovvio) come investitore in un progetto finalizzato. L'Atletica, in special modo quella di livello regionale, non può certo offrire la visibilità "spettacolare" del calcio; le appartiene però un patrimonio di valori culturali forti (morali, sociali, pedagogici, storici, ambientali) che costituisce l'oro nero da raffinare in benzina per far andare il suo splendido movimento. Di gente disposta a collaborare con noi (noi dell'Atletica, intendo), investendo del proprio, ce n'è più di quanta si immagini; purché si esca dagli angusti recinti di una cultura spesso provinciale e di basso profilo, che non riesce ad andare al di là del mero risultato tecnico, sì importante, ma non più del percorso culturale che l'ha determinato.

mercoledì 27 agosto 2008

Il progetto prima di andare a nanna

È quasi ora di dormire. Prima di spegnere il computer voglio dire due banalità (è o non è il mio blog?). Mettevo a posto l'archivio fotografico digitale (disordinato come il mio studio), cercando di fare un po' di pulizia, sistemando qualche cartella. Dal caos di date vecchie e più recenti salta fuori una foto di mio fratello. Giovanni indica qualcosa o qualcuno sugli spalti dell'Olimpico. Eravamo a Roma. Era il '95. Stava per partire la 20 km di marcia dei Mondiali Militari. Quella foto ha per me una forza particolare. Ha l'energia quieta di un altro gesto, identico nella postura, dove però il soggetto è mio padre; mio padre giovanissimo che mi tiene in braccio e mi fa vedere qualcosa; o qualcuno.
Sto per andare a nanna, dicevo. E vado rimuginando un progetto. Forse ve ne parlerò a giorni. Forse no. Prima di partire si cerca qualcosa (o qualcuno) che è più avanti. Dà sicurezza. Spiana la via.