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domenica 14 febbraio 2010

Capitoli chiusi

Quando un impegno di lavoro difficile e delicato viene ad interrompersi improvvisamente, anche se per ragioni già palesi all’inizio del compito stesso (certe storie hanno la fine stampata in rilievo fin dalla prefazione), strani sentimenti iniziano a mulinare dentro al cervello. Inizialmente ci si può incazzare perché è andato alle ortiche un progetto che, nella sinusoide dei progressi preventivati, procedeva secondo quanto pianificato. Bisogna poi fare i conti con quei sentimenti, meno cerebrali, che definiamo "ragioni del cuore". Quando finisce un rapporto di lavoro, una collaborazione, drasticamente e per motivi legati all’incapacità di certuni nel procedere linearmente (c’è un responsabile del progetto, uno soltanto), unitamente alle insopportabili e risibili interferenze di chi dovrebbe occuparsi d’altro, allora si spezza l'anima nel veder naufragare la possibilità di una crescita, individuale e collettiva e, cosa straziante, assistere alla deriva di anime innocenti.
Quando chiudo un capitolo, giro pagina e vado avanti. Non torno indietro per rimettervi mano. È chiuso, appartiene alla memoria; appartiene all’esperienza. Rimane la bella consolazione (mai troppo apprezzata) di aver liberato (e quindi guadagnato) del tempo e molte energie per i giorni futuri, a patto che il capitolo, chiuso ma scolpito nel cervelletto, eviti al viandante, all’occorrenza, ulteriori 'cattivi' incontri (errare è umano, perseverare è da pirla).