venerdì 31 luglio 2020

L'UMANITA', PRIMA DELLA TECNICA


Ci sono date di cui bisogna serbare memoria per più di una ragione; per motivi personali, di narcisismo buono – ed io non faccio nulla per sottrarmi a questo innocuo esercizio di vanità, che può pure addolcire l’esistenza – e per questioni più ‘serie’, legate ad una riflessione che mi fa piacere condividere con chi legge queste mie poche righe puerili.

Oggi dunque, 31 luglio 2020, voglio ricordare un altro 31 luglio, quello del 1992. Quel giorno mio fratello vinse il bronzo nella 20 km di marcia alle Olimpiadi di Barcellona. Fu l’unica medaglia per l’atletica leggera in quell’edizione dei giochi olimpici.

Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver costituito e tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.

domenica 5 luglio 2020

DEL TALENTO, DI NUOVO



L'alto livello nello sport si costruisce fin dalle categorie giovanili, posto che vi sia il pieno rispetto del talento con cui si lavora. Vincere titoli nazionali nelle categorie giovanili pascendosi di pericolose illusioni conduce a drop out scontati. Scrive Winfried Joch (1992): "Ha talento, oppure è un talento, colui che, sulla base di disposizioni delle disponibilità alla prestazione e delle possibilità che gli sono offerte dall'ambiente nel quale vive, ottiene (possibilmente in gara) risultati della prestazione superiori alla media della sua età, ma suscettibili di sviluppo. Tali risultati dovranno essere il prodotto di un processo attivo di trasformazione, pedagogicamente guidato e controllato attraverso l'allenamento, che è orientato in modo determinato verso quell'elevato livello di prestazione sportiva che dovrà essere svolto successivamente". 

Nell'allenamento del giovane, gli allenatori devono lasciarsi margine; bisogna sapersi accontentare dei risultati ottenuti senza insistere sulla disciplina che dà più "frutto". In Italia è assai frequente che l’allenatore non esperto si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere.

Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore meno esperto e competente affida il ‘suo’ giovane atleta ad un allenatore specialista di chiara fama. 
Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (dai 20 anni in su per un atleta dell’endurance), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Amo immaginare un progetto per l’alto livello nello sport dove i tecnici di base o meno esperti, una volta affidati i loro talenti ad allenatori specialisti di comprovata esperienza internazionale, possano ‘andare a bottega’ da questi ultimi, continuando a percepire un incentivo economico per l’atleta allenato anche dopo il passaggio di consegne e per tutta la sua carriera; tutto ciò avrebbe una duplice ricaduta positiva: rendere meno traumatico possibile il cambiamento nella vita sportiva (e non solo) del giovane atleta, e offrire al tecnico di base sia opportunità formative di qualità, sia un gratificante, oltre che meritato, incentivo economico.

lunedì 18 maggio 2020

NASCONDISMO


Leggevo del “Covid-like”, ovvero l’ennesimo triplo carpiato con avvitamento di un virus che ha surclassato nell’arte del ‘nascondismo’ il Tonino Mutandari di Corrado Guzzanti.

Al popolo di santi, poeti, navigatori e virologi mancava la versione camouflage - il Covid-like, appunto - di un bastardo “che di sé non ha coscienza”, che non dà sintomi, non viene rilevato dal tampone, ma produce ugualmente lesioni polmonari.

Ho capito: il prossimo investimento sarà un tomografo computerizzato di ultima generazione, da sistemare in salotto accanto alle orchidee di Evelina. E già che ci sono ingaggerò pure un radiologo a gettone che passerà al setaccio i miei alveoli polmonari dopo ogni passeggiata con Tonino.

Temo però che per l’anima e le sue inquietudini dovrò cavarmela da solo, as usual.

venerdì 1 maggio 2020

ALTRI PODI (IL CAMPIONE DOPO)


Ventisei anni fa moriva Ayrton Senna, il più umano tra i piloti di formula uno. Sembra davvero ieri.

Lo conobbi incrociandolo sul tratto di lungomare vicino casa mia, alla fine degli anni ‘80. Era quasi l’alba e correvamo entrambi.
Fu molto gentile e mi permise di scambiare quattro chiacchiere per circa un chilometro. Mi disse che ero fortunato a vivere a Pescara.

Ogni anno, dopo quel tragico 1 maggio, amo ricordarlo con un pensiero.
Questo è ciò che scrissi cinque anni fa.
Buona lettura, o rilettura, Se Vi va.

Chi non ha elaborato il lutto della perdita del proprio ruolo professionale (questa può essere la condizione degli atleti di livello medio-alto, chiusa la carriera agonistica), spesso ha dinanzi a sé due vie: quella del moto perpetuo alla ricerca di una patetica visibilità ad ogni costo (teatrini pseudo-politici inclusi), oppure il mesto sentiero dell'oblio, cercato con pervicace volontà, non senza maledire gli uomini e talvolta anche il Cielo.

Penso ad Ayrton Senna, uno che il lutto lo elaborò in silenzio durante gli anni migliori della sua carriera, fino a qualche mese prima di morire, a Imola, in quel tragico primo maggio del 1994: l'istituto che porta il suo nome (Instituto Ayrton Senna), fondato dal pilota nell’inverno del 1993, fino ad oggi ha realizzato programmi di scolarizzazione e assistenza medica per oltre 16 milioni di bambini.

(“L’istituto incassa 2 milioni e mezzo l’anno dalle royalties sui prodotti a marchio Senna – spiega Claudio Giovannone, padrino per l’Europa dell’Istituto Ayrton Senna – e li spende tutti in programmi di assistenza all’infanzia: dallo studio al gioco, alle cure mediche, per cercare di dare al maggior numero possibile di bambini brasiliani la possibilità di avere un futuro”).

"I ricchi non possono vivere su un'isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità". (Ayrton Senna)

martedì 14 aprile 2020

RIPENSARE LO SPORT (THE SHOW COULD GO OFF)


Credo che gli effetti prodotti dalla pandemia sulle relazioni sociali e sugli stili di vita ci obbligherà a ripensare lo sport in una dimensione assolutamente nuova e difficilmente gestibile con le categorie con cui eravamo abituati a organizzare la nostra esistenza.

Molti miei colleghi che si occupano di "alto livello" nello sport si preoccupano, giustamente, della programmazione e gestione dell'allenamento di atleti che hanno tra i loro obiettivi principali la partecipazione - con le giuste ambizioni di successo - alle olimpiadi e agli altri eventi sportivi internazionali procrastinati per il Covid-19. Tra restrizioni e incertezze, allenatori e atleti vanno comunque avanti, nella convinzione che l'impegno debba essere orientato verso il mantenimento di una condizione atletica che garantisca, finita l'emergenza, un pronto ritorno ai valori di eccellenza necessari per competere al meglio delle capacità individuali e di squadra.

Ma non esistono solo le olimpiadi e i mondiali, obiettivi mitici e raggiungibili solo da un'esigua fetta della popolazione. Penso alla salute psicofisica di ognuno di noi, all'immenso e paziente lavoro che bisognerà agire sui bambini e sui ragazzi, oggi più di ieri a rischio di un analfabetismo psicomotorio di sola andata, più che di ritorno. Allo stesso modo penso agli adulti, i cosiddetti tardo-adulti e gli anziani. L'ipocinesi non è meno insidiosa del Covid-19.

Parcheggiato il sogno di New York, Londra, Roma o Berlino (parlo delle maratone), almeno per un po', sarà necessario garantire alle moltitudini in pausa altri artifizi ludico-motori, magari meno narcissici e finalmente più vicini ad un'idea equilibrata di benessere.
Ne saremo capaci? Non so, ma è una sfida avvincente, oltreché necessaria.

mercoledì 8 aprile 2020

QUANDO UNA STELLA MUORE

(Foto: ANSA)
Il virus ingoia i miti e la povera gente. E assieme ad essi ogni puerile speranza di essere prossimi all’uscita di un tunnel ancora troppo, troppo buio.

E quando ad andarsene è un ex atleta (quando si è stati così grandi la preposizione latina “ex” stona assai) dal talento immenso e sfortunato, uno che hai avuto il privilegio di conoscere di persona, allora è come se ti mancasse la terra sotto i piedi.

Donato Sabia è morto. Ed io lo ricordo a Seoul, la mia prima olimpiade da allenatore; la sua ultima olimpiade da atleta. Allora aveva venticinque anni. Giovanissimo e già capace, l’anno prima, di dire no al doping, all’overboost che muta gli ‘aurei’ brocchi in purosangue.

Il Mito come narrazione buona, buona pedagogia sportiva da imitare, nella semplicità e nel coraggio di scelte esistenziali che definiscono un’etica fin troppo limpida per il nostro povero mondo.

Troppo presto ha appeso le scarpe al chiodo; troppo presto se n’è andato, Donato Sabia.

“Quando una stella muore, fa male...”, canta Giorgia.

lunedì 30 marzo 2020

DIDATTICA E DISTANZE



La 'quarantena nazionale' durerà più di quaranta giorni. E così pure il 'digiuno' da certe consuetudini  messe alla frusta da una necessità oggi sconosciuta a molti di noi, quella di apprendere, velocemente, ciò che intendeva Henry David Thoreau nel suo "Walden ovvero Vita nei boschi":

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici».

Già, "falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici".

Già, la semplicità.

Perciò penso al mio impegno nella scuola, alle mille e una difficoltà che bimbi e ragazzi (ma anche docenti e genitori) si trovano  a vivere oggi in un'esperienza scolastica che certuni, sbrigativamente, ritengono essere "diversa e piena di opportunità".

Sappiamo bene che empatia e simpatia non si ottengono facendo download o 'materializzandosi', più o meno virtualmente, attraverso display e monitor dei diversi device utilizzati. Ricordo pure a me stesso che le piattaforme digitali per le classi virtuali sono ancora una chimera per molti studenti ed insegnanti. Il digital divide è una realtà che credo confligga con le convinzioni della ministra dell'Istruzione, forse improntate ad un eccessivo ottimismo: "Il 67% delle scuole con didattica a distanza" (in Senato il 26 marzo u.s.).

Non tutti i bimbi e i ragazzi possono disporre a casa di un computer e/o un tablet, spesso usati dai loro genitori per lo smart working; stampare i materiali didattici inviati sta diventando una missione impossibile. La maggior parte dei genitori ha difficoltà nell'uso del software in uso negli istituti dei loro figlioli. Molti docenti sono 'semi-analfabeti' in ordine alla didattica digitale.

E comunque, anche se il 67% delle scuole italiane è capace di realizzare la didattica a distanza, il 33% di quelli che non possono realizzarla è un dato davvero inquietante.

"Falciare ampio e raso terra", scriveva Henry David Thoreau. È tempo che si torni tutti a scuola, per recuperare davvero l'essenza di una relazione fin troppo 'edulcorata' da certi 'pifferai magici' delle nuove tecnologie e dal loro bisogno di fare cassa sulla pelle dei nostri figli, soffiando su risibili narcisismi digitali di molti - troppi? - zelanti 'professori'.

Soluzioni a buon mercato per risolvere le mille e più difficoltà dell'essere comunità educante, in questo momento, non esistono. Non ci sono bacchette di Harry Potter capaci di rendere 'piano' e senza inciampi un percorso che era difficile e pieno di ostacoli ben prima dello tsunami del Covid-19.

Esiste però il buon senso, l'impegno continuo e appassionato di Tutti, la capacità di ascoltare, di esprimersi senza il timore di venir giudicati, una volta per tutte, in ogni occasione di confronto dialogico; bisogna lavorare sulla capacità di rimettersi in gioco e costruire con rinnovata sensibilità umana, insieme agli altri, strumenti e metodi utili per crescere.

Noi, Tutti Noi, nonostante gli inevitabili momenti di stanchezza e sconforto, stiamo lavorando a questo. E sapere di essere tutt'altro che soli, nonostante tutto, ci dà una forza immensa.

martedì 17 marzo 2020

RESALIO


Lo Sport può essere una palestra esistenziale perfetta, dove nell’esasperazione delle difficoltà, vissute nel corpo e nella mente, è possibile migliorare quella capacità psicologica preziosissima che è la resilienza. 

“Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per 
risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni 
rovesciate con il verbo «resalio». Forse il nome della qualità di chi non perde mai la 
speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui”. 
(Trabucchi, 2007). 

Lo Sport contemporaneo, ossessionato dalla ricerca del risultato, del primato agonistico ad ogni costo, ha perso di vista uno degli oggetti originari e principali del suo esistere: la formazione di individui capaci di fronteggiare stress e difficoltà, non solo in ambito sportivo. 

Se non si riparte dall’Educazione temo che non solo non avremo più Campioni veri, ma perderemo, definitivamente, il senso, e così i vantaggi, di una meravigliosa, necessaria opportunità.

giovedì 12 marzo 2020

PICCOLE PAURE DEVASTANTI


- Signore, si allontani!

Sono al supermercato di fronte casa. È il mio quartiere. Gente che conosco e che mi riconosce. Ma la signora che mi intima di stare distante, in prossimità del banco salumi, non so chi sia - ha la mascherina - e mi fa paura, oltre a generare in me un sentimento di imbarazzo misto a puerile vergogna.
Faccio due passi indietro e mi scuso con lei, arrossendo.

Il direttore del supermercato vede la scena e mi sorride, imbarazzato pure lui. È il figlio di un mio carissimo amico. Gli sorrido pure io, ma faccio fatica. Anche lui fa fatica (è dalle cinque del mattino che è in piedi).

Un uomo avanti con l'età cerca di infilarsi i guanti che danno all'ingresso. Ce l'ho di fianco, a circa un metro. Stavolta dovrei essere tranquillo. Ma quello non riesce a scollare i lembi dei guanti del reparto ortofrutta, e quindi trova sensato sputarsi sulle dita per 'scollarli'.
Questa volta alla paura che mi corre per la schiena segue uno stentoreo 'NGULAMMAMMETE - tutto interiore, per carità.

Ci si odia e si trema, tra angusti scaffali semivuoti. Un odio ridiretto e antico, per molti quasi necessario.

Bramo l'uscita. Fuori ci si odia di meno, mi pare.
Ma la via che porta alla cassa è una tonnara, coi clienti che hanno la testa minacciosa e piena di punte - lo so, sto delirando - come il Coronavirus...

Infilo barattoli, pacchi e pacchetti nelle buste, muovendomi come un capitone il mattino del 31 dicembre. Digitare il pagamento mi dà quasi piacere.
Ce l'ho fatta, sono fuori!

Purtroppo ho dimenticato le uova e il napisan. Voglio morire.

mercoledì 4 marzo 2020

QUALI TALENTI?


Lancio la trita provocazione, fidando nella benevolenza di chi legge e nel risibile alibi del panico da virus pandemico, qualora sparassi solenni baggianate.

“Nello sport di vertice attuale si definisce talento un soggetto che, tenuto conto dell’allenamento già realizzato, è capace di prestazioni sportive superiori alla media rispetto a gruppi di riferimento di soggetti dello stesso livello di sviluppo biologico e con abitudini di vita simili. Per cui, tenendo conto delle disposizioni personali interne (endogene) alla prestazione e di condizioni esterne (esogene), si può ragionevolmente supporre e, in particolare, si può determinare attraverso modelli matematici, che nella successiva fase di sviluppo potrà ottenere prestazioni sportive di alto livello” (Hohmann, Carl, 2001).

Bene, attraverso la citazione di Hohmann, si può provare a riflettere sul concetto spinoso di talento sportivo. Sembra chiaro – purtroppo non a tutti – che per avere dei campioni nello sport (ma campioni veri, mica chiacchiere!) occorre lavorare su talenti veri. È altrettanto evidente che dalle nostre parti – così come altrove – un bambino che sgambetta decentemente, e che magari vince qualche competizione stradale nelle infinite sagre paesane estive, spesso finisce con l'alimentare i sogni di gloria dei propri familiari, così come il chiassoso fanatismo di amici e conoscenti. Un ‘onesto’ allenatore, dal talento non necessariamente eccelso, sa come evitare le trappole dei “tutori dei talenti per forza”, quei genitori, parenti e ‘affini’ convinti fino allo spasimo della straordinaria bravura e del conseguente futuro luminoso dei loro ‘protetti’.

Un buon allenatore, quindi, cercherà, quanto più potrà, di tenersi a distanza dall’esercito di campioni mancati e mancanti, col loro coro di supporters, consanguinei e non, capaci di alitare sul collo del malcapitato di turno la propria livorosa apprensione, anche a parecchi chilometri di distanza. Pia è l’illusione di convincere costoro della pericolosità del loro agire nevrotico.

All’uopo, come spesso accade in questi miei post, ci viene in soccorso il grande Flaiano: “Il peggio che può capitare ad un genio (così come ad un talento sportivo, nds) è di essere compreso”.

mercoledì 19 febbraio 2020

LA MARCIA 'AL COPERTO'

Jozef Pribilinec e Michail Schennikov
È noto ai più che io di marcia capisca poco. Ed è opinione diffusa che agli ignoranti non faccia difetto l'impudenza. Perciò, apertis verbis, una riflessione voglio farla.

Credo molto nell'utilità delle competizioni indoor come occasioni di verifica tecnica per chi pratica la marcia.

C'è - sempre a mio modestissimo giudizio - una coerenza formidabile tra l'esasperazione controllata di un gesto magnificamente innaturale e la sua trasposizione sulle distanze più lunghe, olimpiche.

Un tempo - invero non molti anni fa - i migliori atleti del 'tacco-punta' non si sottraevano a questa verifica. Anzi, la cercavano con forte convinzione.

Un tempo - invero non molti anni fa - i marciatori esprimevano un gesto tecnico non peggiore di quello odierno (tutt'altro che peggiore, altroché).

Quanti marciatori (e marciatrici, of course) parteciperanno ai prossimi Campionati Italiani Assoluti Indoor? Pochi, io credo.
Ma questo è il pensiero di chi la marcia la conosce così così.

giovedì 13 febbraio 2020

IL TEMPO DEL TALENTO


È probabile che in molti si abbia un'idea abbastanza confusa, finanche assolutamente errata del sostantivo "talento".
Bastasse il talento per arrivare davanti, per affermarsi nella vita (ah, che brutta espressione!).

L’intelligenza – più spesso l’intuito, che del talento è il distillato preziosissimo – può fare la differenza tra un ‘aureo brocco’, sempre in cerca di alibi per i propri obiettivi disattesi, e un campione.
Sono le scelte opportune, operate velocemente e senza indugi a marcare questa differenza. Quel cogliere il momento opportuno, seguire la persona giusta, il giusto indirizzo; ciò che gli antichi greci chiamavano Kαιρός.

Kairòs, traslitterato in italiano, è quindi il Tempo della qualità. Qualcosa che può avere a che fare col fato benevolo, ma che ha comunque bisogno di un'intelligenza veloce per essere riconosciuto e colto.

Nello sport, come in tutte le attività umane, bisogna sempre fare i conti col Tempo, che non è solo Κρόνος (Krònos)la successione logica di secondi, minuti, ore...

venerdì 7 febbraio 2020

QUANDO SI SALTA UN GIRO

(ph Jae C. Hong/AP, Washington Post)
Per ora non si parla di "cancellazione dell'evento", almeno non tra gli uomini super efficienti del Comitato Organizzatore di Tokyo 2020, col Direttore Generale, Toshiro Muto (già governatore della Banca del Giappone) impegnato a garantire "lo svolgimento delle Olimpiadi in sicurezza per spettatori, staff e atleti".

E se saltassero davvero? Non sarebbe la prima volta. Le Olimpiadi moderne non si svolsero nel 1916, nel 1940 e nel 1944 a causa delle due guerre mondiali.

"Primum vivere deinde ludere", verrebbe da dire. E già, perché la pandemia sembra stia riportando drammaticamente in bolla quel senso della realtà che l'eterna società dello spettacolo ha smembrato in infiniti teatrini individuali e narcissici.

Prima la salute, quindi, poi si penserà alle Olimpiadi. E mi viene da sorridere un po' - solo un po' - ché se con la lotta al doping - che è innanzi tutto un impegno a tutela della salute - non si è riusciti a fermare, anche solo temporaneamente, il Circo Barnum di certo sport mondiale, allora forse una pandemia...

E poi nella vita non c'è solo lo sport, mi pare.

giovedì 28 novembre 2019

NUNC SCRIBENDUM EST

Donna Luisetta de Benedictis
Ma chi è l’uomo medio? È colui che ha negato per secoli che la terra girasse, che ha gettato nel rogo le streghe e ha bruciato i pazzi; che ha massacrato Pisacane e gli eroi del Risorgimento. È colui che è destinato a essere smentito dalla storia, dalla vita e dalla scienza, mentre la Società si evolve e si trasforma!…
Vuoi vedere che l’uomo medio sono io? (Marcello Marchesi)

Oggi voglio divagare, e lasciare lo sport altrove. Oggi si parlerà di imitatio, imitazione, mimesis se volete, e di origini.
L’antropologo francese René Girard pone l’imitazione come istanza fondamentale dell’agire umano. Non occorre addentrarsi in discorsi antropologici e psico-filosofici, o essere insegnanti, per comprendere l’importanza dell’imitazione nei processi di apprendimento. Dal canto mio, in modo maldestramente empirico, posso citare la mia esperienza di scribacchino appassionato, iniziata proprio per imitazione (una strana forma di questa, in verità).

Ho imparato a leggere molto presto, prima dei cinque anni. Mio nonno era un lettore infaticabile; mia madre continua a divorare libri. Ma la forza della narrazione entrò prepotentemente nella mia vita ben prima che imparassi i segreti della lettura. Dai discorsi familiari infiniti, che si facevano nei lunghi pomeriggi d’inverno (quelli con poca televisione), appresi che avevo una sorta di missione da compiere; un “vivere per raccontarla”, tanto per citare Gabriel García Márquez. Certo, l’epica familiare dei de Benedictis ha agevolato il compimento di questo mio bizzarro destino. Gli ingredienti c’erano tutti. Intanto un re, Ferdinando I re di Napoli, detto il Ferrante. La rivolta dei baroni ribelli, contro la Corona. I mercenari al soldo della mia famiglia, a Francavilla, messi al servizio del Ferrante stesso. Il soggiorno del re nel palazzo dei miei. Il titolo di barone accordato nel 1457 ad Evangelista de Benedictis e ratificato cinquant’anni dopo. Qualche migliaio di ettari del feudo. E poi, tre secoli più tardi, la famiglia ad Ortona a Mare nel Palazzetto de Benedictis, già dei Vesij-Castiglione, col suo bel portale in pietra e la cisterna con un magnifico anello; le prime cariche pubbliche.

L’Ottocento portò il disappunto familiare per quella cugina che sposò un poco di buono, figlio di giocatori d’azzardo, inaffidabili e rosi dai debiti – a detta dei miei. Quella cugina era Donna Luisetta de Benedictis, la mamma del poeta Gabriele d'Annunzio.

Pier Saverio de Benedictis, padre del mio bisnonno, era tra gli sponsor del cenacolo di MichettiCascella e d’Annunzio (sempre rimanendo all’epica familiare). In una notte si giocò a carte almeno un centinaio di ettari della sua proprietà. Pier Saverio e la sua relazione “segreta” con una ballerina russa, Romanova il suo cognome; un figlio illegittimo, Bruto, con un cognome “locale”: l’italianizzazione di quello materno: Bruto Romagnoli. Bruto, “nascosto” a Roma; la sua strana infanzia ed adolescenza. La sua laurea in ingegneria e i soggiorni estivi ad Ortona all’ultimo piano del Palazzetto de Benedictis, (una specie di mansarda).

E poi il mio bisnonno, Gaetano de Benedictis, che iniziò a lavorare a quarant’anni; segretario comunale con funzioni di podestà. Un uomo buono e mite. Di lui si ricordano le centinaia di giovanotti riformati per scapolare la guerra; i documenti, preparati a tempo di record, per il sogno dell’Argentina. E tutto senza nulla in cambio (nonno Gaetano aveva un rapporto stranissimo col danaro e con la roba; aveva sempre avuto tutto il “necessario” e i soldi appartenevano ad un sistema economico “moderno” a cui non si era mai adattato).
Note erano le “truffe” dei mezzadri che, in processione il lunedì, gli comunicavano: “Lu baro’ sanne morte trenda pecore. E mo’?”, “Lu grane è poche”, e via dicendo. E lui che piangeva con loro, sempre dopo aver provveduto a “risarcirli”.
Il suo matrimonio con Flavia Cancellieri, nobildonna del Vasto, ricca discendente dei d’Avalos. Si innamorò del mio bisnonno attraverso una foto (ce l’ho ancora!) che lo ritrae baffi all’in su, vestito di bianco, panama incluso e bastone d’”ordinanza”.

La seconda guerra mondiale massacrò il mondo e segnò anche il destino dei de Benedictis.
Lo sfollamento, mio padre bambino trascinato per centinaia di chilometri assieme ai cuginetti.
Il rientro a Ortona, le mani sugli occhi per non vedere i soldati straziati che pendevano dai balconi.
E il socialismo “ufficioso” di mio nonno Mario, allora impiegato del catasto di Pescara; la spilla del partito scagliata con rabbia nel fiume Pescara alla notizia della caduta del fascismo; il suo socialismo “ufficiale” e il sindacalismo feroce dal 1945. La passione, inconciliabile, per d’Annunzio e Pasolini. La sua profonda cultura, come “coltivazione lenta e costante dello spirito”.
D’Annunzio e Pasolini. Il parente e l’amico.


Del primo all’inizio ho avuto quasi repulsione. È stato per me quasi una condanna. “Sei il nipote di d’Annunzio, quindi devi scrivere bene”, questo il refrain che ha accompagnato parte della mia infanzia e tutta la mia adolescenza. Tanto da determinare in me una specie di afasia, una impraticabilità della scrittura. A scuola passavo dal nove al quattro, al “non classificato”. Il piacere di scrivere non esisteva più. La narrazione si era interrotta. Oggi torno spesso a d’Annunzio, quello de “L’onda”, di “Meriggio”, in “Alcyone”. Non è stato facile fare pace con lui.

E poi Pasolini. Lo conobbi che avevo dieci anni. Aveva la forma di un libro posato in pila con altri, sul comodino di mio nonno Mario (era “L’odore dell’India”). Pasolini è l’amico timido e misterioso che ritrovai a trent’anni, cagione di un rinnovato entusiasmo intellettuale, ancora oggi compagno delle mie peregrinazioni notturne sui sentieri della poesia, della politica, della linguistica. Anche grazie a lui ho ridefinito il mio rapporto con la cultura. Cultura come impegno sul campo.

La vita può iniziare con una fiaba.


martedì 19 novembre 2019

UN FIORE PER VITTORIO


Per diritto d'anagrafe ho avuto la fortuna di conoscere l'Atletica Leggera, quella intrisa di sanguigna e limpida umanità, praticata quotidianamente sul campo, con i giovani e per i giovani, lontana anni luce dalla logica dello sport spettacolo. Quell’atletica che, forse, per un triste gioco del destino, se ne andò nell'agosto del 1985 con Vittorio Maturo.

Vittorio è stato uno dei più grandi talent scout dell’atletica italiana (il termine è però improprio in quanto Vittorio non traeva nessun provento da questa attività, anzi…). Tra le sue scoperte, su tutti, gli olimpionici della marcia Vittorio Visini e mio fratello Giovanni.

Ricordo Vittorio Maturo col suo broncio proverbiale – burbero dal cuore buono – col cronometro e la fettuccia, con i nastri di nylon bianco e rosso, con le paline, assediato dalla caciara di centinaia di ragazzini, per i circoli didattici e le scuole medie di Pescara e provincia.

Ci voleva bene Vittorio; ci voleva atleti infaticabili e bravi studenti (proverbiali i suoi blitz a scuola, a colloquio con i professori), corretti sul campo come nella vita.
Oggi sono insegnante anche grazie a lui – io, qualche anno fa, studente confuso, con troppi chilometri sulle gambe e poca energia da spendere altrove – a testimonianza di un affetto sincero, concreto, che andava ben oltre il momento sportivo.

Oggi rifletto sul senso di una vita, quella di Vittorio; penso al senso di altre, interrogandomi sul significato di uno sport che è sempre più show business, coi suoi campioni drogati e coi giovani pronti ad imitarli, non solo sui campi di gara.

Penso ai mercanti di morte, ricchi alchimisti senza scrupoli che giocano a dadi con la vita degli altri, speculando sulla debolezza spirituale, culturale, morale di adulti e adolescenti.

Penso poi alle parole che Vittorio disse a mio padre a gennaio del 1978, quando io e mio fratello ci tesserammo per la sua società sportiva, la gloriosa Hadria Pescara: «Nino, come stanno col sistema cardiovascolare? L’hanno fatta la visita medica i ragazzi?»; un refrain che era solito ripetere a tutti quelli che firmavano il tesserino per lui.

Penso alla sua solitudine, a quando, per esorcizzare l'idea della morte, anima assetata d’affetto, era solito chiedere ai suoi ragazzi: «Quando morirò verrete a portarmi un fiore?».

Di Vittorio non si parla più.

Pier Paolo Pasolini, in una sua poesia, scrisse: «La morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi».

lunedì 18 novembre 2019

SORPRENDENTI ANONIMIE


Un’atleta etiope polverizza la migliore prestazione mondiale dei 15 km su strada. Di per sé il crono di 44:21, su una distanza non troppo frequentata, è eccezionale; leggendo però i passaggi di gara si rimane decisamente esterrefatti: 29:12 gli ultimi 10 km di gara (più veloci dell’attuale record mondiale femminile dei 10.000 in pista), 2:44 il decimo chilometro; 2:49, 2:52, 2:50 gli ultimi tre chilometri. 

Di questa ragazza non ricordo il nome, come non ricordo i nomi delle torme di atleti che negli ultimi cinque-sei anni corrono con apparente disinvoltura, settimanalmente, ogni distanza del mezzofondo e del fondo macinando tempi al chilometro da extraterrestri. 

Di lei non ricordo il nome, dicevo; ma l’eleganza del gesto sì. Ed è un vero peccato perché, forse, quel nome andrebbe mandato a memoria. 

Forse questo è il tempo della ‘velocità bruta’, che non concede nulla alla Bellezza, anzi, la annichilisce fino ad azzerarla coi suoi numeri fatti in serie e con la data di scadenza sempre più vicina. 

Penso che i record, e le anonime eccellenze atletiche che li ‘stampano’, seguano i ritmi del campionario estivo di questa o quella marca di calzature sportive.

sabato 9 novembre 2019

BREVE RIFLESSIONE SUL TALENTO SPORTIVO



Sono tornato a leggere l'edizione italiana del saggio di Vladimir b. Issurin, Athletic talent "Identification and its Development". Trovo che sia stata un'ottima occasione per fare chiarezza, una volta di più, su concetti troppo spesso abbandonati alla mercé dei luoghi comuni più triti.

Di certe esasperazioni agonistiche anticipate ho già scritto tanto. Sono solito ripetere che nello sport giovanile è nota la parafrasi del famoso adagio partenopeo: “Ogni scarrafone è talento a mamma soja”. A mamma, ma anche a papà.

Dinanzi alla ‘mediocrità atletica’ dei loro figlioli, certi ‘adulti’ non si rassegnano, anzi: rilanciano. “Deve fare le ripetute”, “quella gara non doveva farla; così non si velocizza”, “ma quando farà il salto di qualità?”, sono alcuni dei mantra che taluni genitori con vocazione da coach amano recitare agli istruttori dei loro figlioli, spesso in presenza di questi ultimi.

E se arriva qualche risultato discreto (discreto, non stratosferico), al primo momento di crisi, fisiologica e necessaria nella carriera di qualsiasi atleta, il genitore-coach perde la brocca. Cominciano così i pellegrinaggi da un allenatore all’altro, alla ricerca spasmodica di quello che non c’è; che non dovrebbe proprio esserci.

Il talento, vero, di un atleta può fare la fortuna di un allenatore. Così come la bravura di un allenatore può fare la fortuna di un atleta talentuoso (ché il talento da solo non basta). E la fortuna, vera, di un atleta - scarso, mediocre o campione che sia - è l’aver vissuto un’esperienza unica, formidabile, di crescita personale, sperimentando sul proprio corpo e nel profondo dell’anima la ruvida bellezza di un cammino difficile, ma possibile; di un abbraccio forte e rassicurante, comunque vada.

martedì 5 novembre 2019

Una nuova felicità per Sisifo


Le Olimpiadi di Tokyo si avvicinano e torno a chiedermi quale sia il valore autentico di una medaglia olimpica; oggi.

Temo che sia davvero difficile rispondere; e la risposta non sta “soffiando nel vento”.

Parlare di autenticità dinanzi agli ori, agli argenti e ai bronzi riassegnati per effetto di squalifiche per doping, 'a orologeria' e sempre troppo tardive, è cosa grottesca assai.

Quattro anni passano presto, ed eccoci di nuovo a discutere di olimpiadi, a fare voti affinché vi sia, per l'atletica italiana, la possibilità di ottenere qualche sparuta medaglia - in verità credo che nessuno sia più disposto ad illudersi - o almeno un tenue segnale di ripresa che apra alla sobria concretezza di un'inversione di tendenza.

Riformulo quindi la domanda iniziale e ne faccio subito un'altra: qual è il valore autentico di una medaglia olimpica vera? (L'aggettivo, ahimè, si pone come drammaticamente necessario). Possono ancora bastare talento e metodo - scientifico ed eticamente fondato - per raggiungere il podio di Tokyo?

Non ho risposte a buon mercato, ma credo che la sfida - seppur improba - vada comunque raccolta. Sisifo può essere diversamente felice.

domenica 3 novembre 2019

I TROPPI FANS DEL PODISMO (fans: farmaci anti-infiammatori non steroidei)



Pare che i miei ultimi post su certe 'esasperazioni podistiche' abbiano alzato un gran polverone.

Qualcosa di buono ne è sortito fuori: una riflessione collettiva ed equilibrata - cosa non comune -  sul fenomeno preoccupante e in velocissima espansione rappresentato dall'abuso di antidolorifici, in allenamento e in gara, da parte di molti (troppi) atleti amatori.

Sempre più spesso le bustine vuote di ketoprofene vanno a lastricare il percorso di questa o quella kermesse podistica, come coriandoli grotteschi di un pericolosissimo 'delirio' collettivo.

Riferisce al Corriere della Sera, Cesare Fiorentini, Direttore Sviluppo Area Clinica all’IRCCS Centro Cardiologico Monzino di Milano:

"I FANS infatti indeboliscono l’endotelio vascolare – quel tessuto interno di arterie e vene più a stretto contatto con il passaggio del sangue – rendendolo meno capace di vasodilatarsi e di rispondere allo stress a cui è sottoposto. Non solo, nelle persone con lesioni dell’endotelio i FANS destabilizzano quegli accumuli di grasso all’interno delle arterie - le placche aterosclerotiche - rendendoli liberi di “staccarsi” pericolosamente andando ad otturare altri vasi. Quando ciò si verifica a livello delle coronarie il risultato è un infarto, nel cervello è invece causa di ictus. Una ragione in più per assumerli solo quando servono".

E ancora: "Dal 2003 il ministero della Salute fa controlli a sorpresa nelle gare amatoriali di ciclismo e podismo. In 15 anni sono stati più di 20mila per un’unica, inquietante verità: un terzo degli amatori fa sistematico uso di antinfiammatori e antidolorifici per tacitare la sofferenza fisica e andare avanti".(Sandro Donati).

Parafrasando il pedagogista Roberto Maragliano dico che lo Sport non può essere alternativa seria al Mondo, che è poco serio. Lo Sport può essere però il luogo privilegiato dove è possibile praticare con successo valori umani universali.
È però necessario garantire un'autentica cultura del benessere che informi e formi cittadini consapevoli e competenti.

Potrei andare avanti, ma mi fermo qui.

sabato 2 novembre 2019

Rimedi taumaturgici fai da te


Domani si correrà la Maratona di New York.
Ed io torno a riproporre il mio pensiero su certe esasperazioni ‘sportive’.

Prosciutti, buoni benzina ai primi classificati e gare (molte le maratone); gare come se piovesse. Tutti campioni, il giorno dopo, sui social.

A vederli gareggiare, quei ‘campioni’, sembrano dare l’anima. E in effetti la danno; la sputano sfiatata ad ogni traguardo. Si amano e si odiano sul filo dei diciotto chilometri orari (i più bravi), i forzati del running di casa nostra, eroi del borgo e per una mezza giornata, una settimana al massimo, ché la domenica successiva si corre di nuovo.

Sembrano avere tendini d’acciaio, legamenti e articolazioni della stessa sostanza. I loro meccanismi di recupero parrebbero regolati da biochimiche extraterrestri.

Parrebbero.

Ogni tanto però qualcuno lì davanti si ammacca. Iniziano i pellegrinaggi infiniti presso santi e santoni della fisioterapia. Plantari d’ogni colore e consistenza promettono equilibri taumaturgici, dalla prima calzata. E se non funzionano (come può un plantare “curare” un’infiammazione?) allora giù con laser, ipertermia, diatermia e onde d’urto e chi più soldi ha più ne spenda; perché spesso – spessissimo – non c’è criterio scientifico dietro la scelta di questo o quell’intevento terapeutico.

Pochi seguono la logica trafila: medico di base, ortopedico/fisiatra (meglio se con una solida esperienza medico-sportiva), fisioterapista. Prevalgono le “mode”; il successo improbabile e rassicurante dell’amico che ce l’ha fatta curandosi con dieci sedute di...

Un suggerimento per gli organizzatori di manifestazioni podistiche: iniziate a pagare in buoni laser, diatermie, ecografie, risonanze, eccetera, eccetera; farete il tutto esaurito. Una moltitudine di vecchi (ma anche tanti giovani, ahimé!) runners traumatizzati non aspetta altro.

domenica 13 ottobre 2019

Il tempo dei muri da infrangere: tra ricerca scientifica, sogno e folle plaudenti

(Eliud Kipchoge, foto Reuters)

Eliud Kipchoge, keniano quasi trentacinquenne, campione olimpico e primatista mondiale della maratona, è sceso sotto il limite delle due ore, sulla distanza dei quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, appunto. 

Chiusa, in fretta, la ‘porta’ dell’”Oregon Project” (dopo la squalifica di quattro anni per doping del coach Alberto Salazar) per la multinazionale del “Just do it” si spalanca il ‘portone’ di una prestazione annunciata e fantascientifica. 

Eliud, novello Filippide dai calzari al carbonio – absit iniuria verbis – ha corso la sua prova a Vienna, dentro il Prater, nel tempo di 1:59:40, seguendo il raggio laser di un auto elettrica, ‘lepre meccanica’ regolare al millesimo, e con trentacinque ‘lepri umane’, e sei riserve – fior di atleti blasonati e celebrati, provenienti da ogni dove – a scortarlo dettando il ritmo di un copione ben noto. 

Ci aveva provato già due anni fa, a Monza, Eliud. Ma allora rimase ‘sopra’ di ventisei secondi. Migliora, quindi, di quarantasei secondi il proprio primato non omologabile. 

Già, non omologabile, perché le lepri, umane e non, i rifornimenti in corsa, il percorso di gara (quattro giri da 9,6 chilometri, più un pezzetto) ne fanno un risultato non ascrivibile nell’elenco dei record mondiali della IAAF, oggi World Athletics

Di che cosa stiamo parlando, quindi? Di un risultato eccezionale, sicuramente. Qualcosa che, comunque, Eliud aveva già dimostrato di valere, quando corse la distanza l’anno scorso a Berlino in 2:01:39, senza ‘effetti speciali’, ma certamente ‘memore’ dell’esperienza di Monza. 

Saltando a pie’ pari il livoroso vociare di chi associa, in modo malizioso, il risultato monstre al supporto di un super sponsor ciclistico e di una multinazionale sportiva – anch’essa sponsor, ma di un progetto sportivo recentemente chiuso per doping – da allenatore col pallino dell’educazione rifletto su due aspetti di questa vicenda significativa e spettacolare. 

C’è la questione tecnica. Quanto valgono i risultati della ricerca scientifica applicata ai progetti che hanno permesso, in due anni, di arrivare al successo di Vienna? Che ricadute avranno sul modo di allenare gli specialisti dell’endurance, podistico e non, professionisti e non? Potranno beneficiarne anche i ‘comuni mortali’, al di fuori dello sport? 

C’è anche la questione socio-pedagogica. Il tripudio mediatico scatenato dal successo sportivo e commerciale nella kermesse viennese avvicinerà alla disciplina un numero ingente di persone; adulti e giovanissimi. La dimensione spettacolare di un risultato sportivo di questo tipo, le dichiarazioni del campione nel post gara (“Volevo ispirare tante persone, nell'idea di spingersi oltre i limiti umani, ci ho provato tante volte e questa volta ci sono riuscito”) vanno trattate con cura, soprattutto in ambito educativo, quando si ha a che fare con i più giovani. Insegnare anche il “not everything is possible” credo non sia un’idea peregrina, ma di assoluto buonsenso. 

Guy Debord, filosofo, sociologo e scrittore francese, nel 1967 pubblicò “La Société du Spectacle”. “Lo spettacolo si presenta come un'enorme positività indiscutibile e inaccessibile. Esso non dice niente di più che questo, «ciò che appare è buono, ciò che è buono appare»”, scriveva Debord. Ed io mi fermo a pensare... 


giovedì 10 ottobre 2019

La scelta più difficile

Giorgio e Tania Cagnotto - foto di oasport.it
Ai primi di maggio di quest'anno scrissi un articolo per il seguitissimo sito specialistico Marcia dal Mondo. Lo feci in forma anonima, dacché non volevo far 'rumore', in un momento delicato della stagione agonistica dell'Atletica Leggera italiana. Lo scritto verte sull'annosa problematica dei genitori che allenano i figli.  Potete leggerlo cliccando su http://www.marciadalmondo.com/ita/dettagli_news.aspx?id=3473 (prima pubblicazione).
Lo copio-incollo di seguito e lo ripropongo alla vostra paziente e raffinata attenzione.
Buona lettura, se Vi va.
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Genitori che allenano i figli, tema quanto mai ‘scivoloso’; un argomento che pone in evidenza la complessità di un doppio ruolo: quello appunto del genitore e quello del tecnico (che è comunque un educatore). 

La storia dello sport, quella italiana e quella internazionale tout court, offre una miriade di narrazioni suggestive, relative a vicende di padri – o anche madri – che allenano i propri figlioli. Storie talvolta tormentate, di pressioni psicologiche soverchie e di successi che entrano nel mito, come l’esperienza di Andre Agassi, raccontata da lui stesso nel best seller “Open”. 

Verrebbe da dire: almeno Agassi si è realizzato come campione. Ma di Andre Agassi ce n’è uno. 

Non si può escludere che esistano anche binomi genitore-allenatore/figlio-atleta vincenti, sia sul piano dei risultati sportivi che su quello più difficile dell’armonia educativa finalizzata alla crescita della persona. È il caso di Giorgio e Tania Cagnotto, dove il primo, papà di Tania e secondo miglior tuffatore italiano di ogni tempo, ha sempre saputo contemperare in modo perfetto il ruolo di tecnico e quello genitoriale. Ma, anche qui, si potrebbe dire che di Giorgio Cagnotto ce n’è uno. 

In questa sede, però, non voglio scrivere se sia più o meno opportuno essere allenatori dei propri figli. Piuttosto vorrei ragionare sulla necessità di operare una scelta, difficile, da parte del genitore-allenatore, ove si riconoscano i propri limiti tecnici, o di tipo emotivo-psicologico, nella relazione con il figlio/a-atleta dal talento limpido. 

In Italia è assai frequente che l’allenatore non esperto si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere. Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore meno esperto e competente affida il ‘suo’ giovane atleta ad un allenatore specialista di chiara fama. 

Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (quella che conta, dai 20 anni in su, in molte discipline), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Amo immaginare un progetto per l’alto livello nello sport dove i tecnici di base o meno esperti, una volta affidati i loro talenti ad allenatori specialisti di comprovata esperienza internazionale, possano ‘andare a bottega’ da questi ultimi; e ciò avrebbe una duplice ricaduta positiva: rendere meno traumatico possibile il cambiamento nella vita sportiva (e non solo) del giovane atleta, e offrire opportunità formative di qualità per il tecnico di base. 

Da allenatore della Marcia ritengo che le problematiche fin qui espresse riguardino, drammaticamente, anche il mio settore.

lunedì 7 ottobre 2019

Della forza salvifica del dubbio e del disincanto

(Il Prof. Dario D'Ottavio, foto di Carlo Costantin)
Archiviati pure i Mondiali di Atletica Leggera 2019. Il tempo corre velocissimo e già si guarda con trepidazione alle olimpiadi di Tokyo. Tokyo 2020.

L'ennesima storia di doping (il caso dell'head coach statunitense Alberto Salazar, squalificato per quattro anni, per "organizzazione e istigazione al doping" e traffico di testosterone, e allenatore della doppia medaglia d'oro di Doha, 10.000 e 1500, Sifan Hassan), fa emergere una volta di più un trito ma non peregrino interrogativo: ovvero se nello sport sia realmente oro tutto ciò che luccica.

Di campioni senza valore ne abbiamo conosciuti tanti. Qualcuno l'ha fatta franca (più d'uno). Qualcun altro è crepato. Sì, perché di doping si muore e di questo dovrebbero tener conto sia i tifosi sempre entusiasti dinanzi alle mirabolanti imprese del proprio idolo sportivo, sia quelli che vorrebbero legalizzare ogni pratica dopante.

Sia lode al dubbio, quindi. Ma non quello patologico, sia beninteso. Perché il dubbio e la controprova sono le fondamenta della ricerca scientifica.

E ogni qual volta rifletto sulla necessità di questo raffinatissimo esercizio intellettuale, nello sport come nella vita, non posso non pensare al mio carissimo amico Dario D'Ottavio

Dario è un uomo di Scienza - la maiuscola è d'obbligo - generoso come pochi (pochissimi in verità), decisivo nei momenti che contano; forte, del coraggio dei Forti.

Con Lui ho condiviso esperienze indimenticabili che mi hanno permesso di crescere, non solo professionalmente. Un Maestro. Gli devo davvero tanto, come gli deve tantissimo chi, a vario titolo, si è occupato o si occupa di lotta al doping. Provate a digitare il suo nome (e cognome) su Google...

Permettetemi di condividere un Suo post, di cinque anni fa, dove vengono definite alcune delle "pietre miliari" della conoscenza del fenomeno doping.

Leggete e, Vi prego, condividete ché, come dice Dario, l’attività di formazione e di informazione è uno degli elementi fondamentali per la lotta al doping.

DAL GRUPPO FACEBOOK "ANTIDOPING: FACCIAMO QUALCOSA, POST del 24 luglio 2014, di Dario D'Ottavio

Io penso che dopo quasi due anni dalla nascita di questo Gruppo (il gruppo Facebook “ANTIDOPING: FACCIAMO QUALCOSA”, nds) si possa affermare che siano state poste alcune pietre miliari per quanto riguarda la conoscenza del fenomeno doping:

1) Un atleta negativo ai controlli antidoping non è detto che possa considerarsi sicuramente “pulito”. Ciò deriva dal fatto che il “doping” potrebbe essere stato attuato in tempi lontani dalle competizioni (quindi lontano dai controlli post gara), che molte molecole non sono analiticamente determinabili e quindi sfuggono ai controlli (emivita bassissima, mancanza di metodi analitici, modifica strutturale delle molecole basali - il caso “Balco” insegna), che molte molecole/sostanze pur avendo un carattere ergogenico conclamato non siano inserite espressamente nell’elenco delle sostanze vietate (caffeina, teofillina, ormoni tiroidei, ipoglicemizzanti orali, bicarbonato di sodio, vasodilatatori, antinfiammatori, etc.), che molecole in fase sperimentale od integratori a base di erbe di cui non si conosca il principio attivo, siano in grado di aumentare la prestazione.

2) L’attuale sistema di “controlli”, pur essendo un ottimo deterrente, non è esaustivo per un completo controllo del fenomeno sia per l’impossibilità di estenderlo a tutti gli atleti, sia per quanto riportato al punto 1. L’introduzione dei controlli a “sorpresa”, lontano o pre-gara, l’introduzione del passaporto biologico (solo per il doping “ematico”) hanno dimostrato la necessità di intraprendere “strade” diverse che però necessitano di una “ricerca mirata” e di un sostegno economico non indifferente nonché di uno staff “tecnico” di elevate capacità e competenze.

3) Le modalità con cui si ottiene l’esenzione terapeutica sono scientificamente “criticabili” per cui è necessario correre ai ripari avvalendosi di “Strutture Istituzionali” qualificate ed idonee.

4) A tutela degli atleti si deve stabilire con certezza quali possano essere i limiti della produzione endogena delle sostanze dopanti e/o porre in essere tutte quelle ricerche e procedure che possano identificare e differenziare con certezza una assunzione involontaria da quella volontaria.

5) L’attività di formazione e di informazione, che è uno degli elementi fondamentali per la lotta al doping , vista la latitanza delle istituzioni, è demandata ad opera di “volontariato” senza uno specifico progetto/programma che, partendo “dall’alto”, riesca a raggiungere la base. Non è accettabile che “la Scuola” come elemento formativo ed educativo dei giovani non sia implicata in attività socio/formative quali l’educazione sanitaria, l’educazione civica, l’educazione all’attività fisica e il rispetto per l’ambiente (solo per citarne alcune).

6) Essendo il “doping” (come la farmaco/tossicodipendenza) un problema sanitario dovrebbe essere gestito dalle Istituzioni competenti (Ministero della Salute o strutture Sanitarie) evitando l’intervento e la gestione da parte del mondo dello Sport facendo così venir meno il criticabile sistema controllato/controllore.

Quanto sopra rappresentato, “la storia degli ultimi 30 anni”, ha inevitabilmente generato la cosiddetta “Cultura del sospetto”, pienamente condivisibile, e in quanto “sospetto” non vuol dire colpevolezza e sino a prova contraria (positività ufficiale ai controlli) un atleta è sempre “innocente”. “Innocente” sì, ma non si può affermare per quanto detto sopra, che sia un atleta certamente “pulito”. Purtroppo questa è la triste realtà ed è la conseguenza di una sconsiderata azione da parte degli organi di controllo negli anni storici in cui, per svariati motivi, la rincorsa alla farmacia proibita era l’attività prioritaria per l’affermazione, attraverso i risultati nello Sport, dell’efficacia del proprio modello politico.

È ora di rimboccarci le maniche e, nel nostro piccolo, penso che la nostra parte la stiamo facendo. Spiace constatare che alcuni interventi “cozzino” con la “filosofia” sopra descritta ma, sia ben chiaro, l’appartenenza ad un Gruppo implica la condivisione delle finalità e dei principi del Gruppo stesso. Se non si è d’accordo, non ci si iscrive o si lascia. Non è un limite alla democrazia, assolutamente, ciascuno è libero di esprimere le proprie opinioni e di confrontarsi, ma su tematiche “coerenti” e senza dar adito a sterili polemiche che comportino dispendio di tempo e di energie.

È possibile che nel Gruppo ci siano degli iscritti che “monitorizzino” o che non condividano questi principi, lorsignori (se ce ne sono), comunque, sappiano sin d’ora che non c’è spazio per operazioni di disturbo che possano intralciare il nostro percorso.

sabato 28 settembre 2019

Il deserto dentro

(Andy Lyons/Getty Images for IAAF)

Doha, Mondiali di Atletica Leggera 2019. Mondiali sfigati, mi viene da dire; e ne avrei ben donde: due 'miei' atleti convocati in Qatar hanno dovuto dare forfait per motivi - diversi - di salute. Mondiali sfigati per i miei atleti e per me, quindi. Ma non solo.

Non sono uso ad invocare la malasorte quando le cose non girano per il verso giusto. Questi mondiali di atletica sono sfigati perché marcano, incontrovertibilmente, la differenza tra gli "sfigati" (in questo caso val bene l'accezione anglosassone del termine "sfigato" come perdente, "loser"), ovvero quelli che stanno fuori dallo stadio (maratoneti e marciatori) e gli altri.

Gli altri sono quelli che corrono veloce, saltano, lanciano o girano in tondo in pista correndo molto meno degli "sfigati". Gli altri hanno lo stadio con l'aria condizionata - pare lambisca solo le caviglie degli atleti - ma poco pubblico ad incoraggiarli.

Gli "sfigati" si lessano nell'indifferenza che li circonda. 

Perché i mondiali di atletica a Doha? Per i "piccioli", dicono un po' tutti. I soldi, come diceva mia nonna, mandano l'acqua all'insù; d'accordo. Ma l'Atletica muore; o, almeno, così muore, definitivamente, la coralità delle sue leggendarie discipline.

Oggi è presto per dire che di questi mondiali ricorderemo giusto qualche 'lampo' ipertrofico che taglia la pista davanti a tutti; credo però di non essere troppo distante dalla realtà.
Ottobre, tempo di foglie che cadono, qui in Italia; e di maratoneti che cadono, lì in Qatar.

"Spendi spandi effendi", cantava Rino Gaetano... Aridatece Primo Nebiolo! (Che mi tocca di'...).

martedì 27 agosto 2019

In medio stat virtus

D’inverno, molti anni fa, a Pescara il venerdì pomeriggio c’era il ‘medio’.
Per chi non è avvezzo al ‘lessico famigliare’ dei mezzofondisti “anni ‘80”, il ‘medio’ era la pratica crudele e necessaria di un mezzo di allenamento spesso ‘tirato alla morte’ (altro che ‘appesantire’ il ritmo gara di 15-20 sec/km!), su distanze che oscillavano tra i 10 e i 14 chilometri. 

Il ‘medio’ si correva al parco (al d’Avalos o in ‘Pinetina’) da novembre a gennaio, e su strada da febbraio in poi. 

Preferivo quello ‘stradale’ ché il cross mi stava proprio sul piloro. (Devo però dire che più di una volta, tra il 1986 e il 1987, corsi 16 chilometri nella gloriosa ‘Pinetina’ a circa 3’20”/km, da solo, ‘volando’ tra radici e curve a gomito per una ventina di giri). 

I ‘medi’ del venerdì pomeriggio, in alcune occasioni, avrebbero fatto la felicità di più d’un organizzatore di gare podistiche locali. Di frequente, infatti, a scannarsi letteralmente si era in dodici, quindici. Il più scarso prendeva 3-4 minuti dai primi, pur ‘viaggiando’ a 3’30”/km… Mancava solo il pettorale di gara. 

Altre volte il ‘medio’ era questione per pochi intimi. Due, tre ‘carbonari’ al massimo. 

A vent’anni ero molto bravo a ficcarmi nei guai. Avevo un talento speciale per massacrarmi da solo scegliendo ‘compagni di viaggio’ decisamente fuori dalla mia portata. Incoscienza e presunzione sovente vanno a braccetto. 

Un venerdì di febbraio 1986 invitai Luciano Carchesio a correre un ‘medio’ con me. E sapevo bene di che morte sarei morto. Per migliorare, solevo ripetermi, bisogna essere armati di un misurato, ma deciso masochismo. 

Il ‘medio’programmato in quell’umido venerdì di febbraio era lungo 12 chilometri. Teatro della pseudo-tenzone la riviera nord di Pescara; partenza dallo stabilimento “Delfino Verde”, giro di boa al sottopasso di Montesilvano (oggi zona “Porto Allegro”) e ritorno. 

Due parole due su Luciano Carchesio: uno dei più grandi talenti del mezzofondo nazionale; campione italiano dei 3000 siepi nel 1982, davanti a Francesco Panetta. Luciano Carchesio, uno che chiudeva in 37”-38” gli ultimi 300m di un 3000 ‘galoppato’ sul filo degli 8 minuti; un mezzofondista che si allenava poco e che correva la mezza maratona in 1h04’02”. Stop. 

Quel venerdì di febbraio del 1986 facemmo un breve riscaldamento. Giusto 3 km partendo subito a 3:40/km e chiudendo a 3:20. Qualche allungo di un centinaio di metri e via… 

Faceva freddo, eravamo in due, e Luciano aveva una gran voglia di chiudere subito la pratica. Partimmo a 3:12/km e tenemmo quel ritmo fino al 4° km. Il 5° km lo chiudemmo in 3:06. 

“Non vedi, Mario? Qui siamo in discesa… Guarda, le gambe girano da sole...”, mi fece Luciano. Ma la discesa non c’era. Il vento da nord invece, quello sì. 

Volli cedere alle sue suggestioni. E lo seguii per altri 4 km, tutti corsi sul filo dei 3:02-3:03 al km. 

Poi si rese conto della fatica che stavo facendo. Rallentammo nei due km che seguirono (il 10° e l’11°). 6:24 quel 2000m. Mancava un chilometro. Chiusi gli occhi e cercai di seguire Luciano. Lui fece 2:38. Io 2:47. 

Quel giorno venni promosso: da “tapascione” a “tapascione di lusso”. Compresi pure che per andar più forte devi necessariamente seguire uno più forte. 

Due mesi dopo – era l’aprile del 1986 – chiusi i 12 km del mio primo Vivicittà in 36:11.

lunedì 19 agosto 2019

Più movimento, meno 'effetti speciali'


Basterebbe il buon senso per capire che iscrivere i propri figlioli a questo o a quel corso di “avviamento allo sport”, per un’oretta di ‘attività motoria’, due-tre volte per settimana, non sia la panacea per risolvere i loro problemi derivanti da stili di vita non compatibili con la salute. 

Figuriamoci se tali interventi, seppur lodevoli, riescano, taumaturgicamente, a produrre campioni nello sport. 

Se da un lato crescono di numero gli ultraquarantenni che si dedicano ad attività sportive ‘coreograficamente’ sempre più estreme – spesso ridotti a gadget umani collegati a tutte le piattaforme esistenti di training analysis sportivo – dall’altro i loro figlioli si muovono sempre meno e mostrano i segni evidenti e devastanti di abitudini che sarà molto difficile cambiare nel breve-medio periodo. 

Non tutte le associazioni sportive, però, lavorano allo stesso modo. 

Da educatore, e da direttore tecnico di un'associazione sportiva dilettantistica (ma sì, diciamo anche il nome: https://www.facebook.com/passo.logico/), ritengo che sia prioritario porre attenzione sull’utilizzo del tempo nella seduta di allenamento. Da mie osservazioni ho potuto riscontrare che nel rapporto tra attività e pause c’è una preponderanza imbarazzante di queste (non si va mai al di sotto del 70%) contro un esercizio che può addirittura ridursi all’ 8-10% della seduta stessa. 

Si può perciò assistere ad un paradosso: bambini che non frequentano corsi di “avviamento allo sport”, ma che si dedicano in modo significativo a giochi spontanei di movimento, possono manifestare uno sviluppo delle capacità motorie maggiore di quello dei bambini frequentanti. 

Take home messages.
È necessario che gli istruttori preparino in modo puntuale le loro lezioni, al fine di azzerare i tempi morti; essi dovranno ridurre all’essenziale il tempo della parola aumentando notevolmente quello dell’esempio concreto, della dimostrazione pratica; il numero dei bambini da seguire sarà adeguato agli spazi e alle attività da eseguire; la scelta degli esercizi e delle modalità esecutive degli stessi sarà finalizzata al coinvolgimento simultaneo del numero maggiore possibile di bambini; preferire il ‘recupero attivo’ alla pausa assoluta, riducendo quest’ultima al minimo indispensabile.