venerdì 30 settembre 2022

INSEGNANTI DI EDUCAZIONE FISICA NELLA SCUOLA PRIMARIA: LA FINTA RIVOLUZIONE CHE SA DI BEFFA

 


Ne ho incontrati diversi. Si aggirano perlopiù spaesati, per corridoi scolastici che non portano a nessuna palestra. Perché sovente le palestre nella scuola primaria mancano del tutto. 

Sono insegnanti precari, laureati in Scienze Motorie, selezionati dalle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze). Lavorano circa sei ore settimanali in più dei colleghi della scuola secondaria, ma con uno stipendio, seppur di poco, inferiore.

Quest’anno insegnano solo ai ragazzini delle classi quinte. Dall’anno prossimo saranno impegnati anche con quelli delle quarte. Ed è già caos: tra spezzoni orari improbabili, i “non maestri di educazione fisica” saltano da un plesso scolastico all’altro, costringendo, loro malgrado, presidi e loro collaboratori ad ardite acrobazie nella gestione del tempo scuola, rientri pomeridiani inclusi.

Sì perché, sempre loro malgrado, si inseriscono a organizzazione oraria già definita e senza che per loro sia stato previsto, da contratto, un tempo per programmare le attività didattiche con i cosiddetti “maestri elementari” (oggi insegnanti di scuola primaria).

Perché da contratto, noi cosiddetti “maestri elementari” programmiamo le attività educativo-didattiche per due ore ogni settimana. Siffatta educazione fisica nella scuola primaria è l'ennesimo contentino di uno Stato che pacifica la propria coscienza e gioca a risolvere problemi cruciali e complessi tirando i dadi. Altro che programmazione.

Il disegno di legge di bilancio 2022, art. 103, "Insegnamento curricolare dell’educazione motoria nella scuola primaria", al comma 1 recita:

Al fine di conseguire gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e di promuovere nei giovani, fin dalla scuola primaria, l’assunzione di comportamenti e stili di vita funzionali alla crescita armoniosa, alla salute, al benessere psico-fisico e al pieno sviluppo della persona, riconoscendo l’educazione motoria quale espressione di un diritto personale e strumento di apprendimento cognitivo, nelle more di una complessiva revisione dell’insegnamento dell’educazione motoria nella scuola primaria, è introdotto l’insegnamento curricolare dell’educazione motoria nella scuola primaria nelle classi quarte e quinte da parte di docenti forniti di idoneo titolo e la correlata classe di concorso “Scienze motorie e sportive nella scuola primaria”.

Belle parole. Poi c’è la realtà dei fatti.
Poveri bambini. Poveri insegnanti. Poveri noi.

sabato 13 agosto 2022

SE SON ROSE NON BASTA IL GIARDINIERE

(foto da farm-it.desigusxpro.com)

Qui si parla di alto livello nello sport. E, forse, anche d'altro - lo sport come  traslato esistenziale e, se volete, l'educazione per tutta la vita.
Chi non si ferma alle apparenze e non si pasce di facili mitologie ad uso dei social - quelle, per intenderci, pronte a santificare guru, o pseudo-guru dell'allenamento sportivo - sa che dietro ogni successo sportivo vero (l'ultimo aggettivo è d'uopo) c'è il sapiente ordito di una pluralità di intelligenze dialoganti; e se qualcuno pensa all'allenatore come ad un direttore d'orchestra dovrebbe ben sapere che cos'è l'uno e cosa è l'altra.

Insomma, lo dico subito: non ho molta simpatia per i coach onnipresenti, (fintamente) onniscienti, che cercano di legare a sé, a tripla mandata, i propri atleti, in barba a quello che dovrebbe essere il primo obiettivo di ogni insegnante (un allenatore è un insegnante): l'autonomia dell'atleta che accompagna.

L'allenatore che vive costantemente l'ansia di dover dimostrare al mondo la sua (presunta o reale) bravura, forza sistematicamente i tempi della crescita dei propri allievi; anche la comunicazione allenatore-atleta risente negativamente di tale tensione, generando molto spesso fardelli insostenibili per "spalle" decisamente acerbe.

Con queste premesse il drop out giovanile diventa una soluzione obbligata. (Soluzione come via di fuga).

Riusciremo mai a mettere da parte "Io" per un pacifico, solido, costruttivo "Noi" dialogante?


 

domenica 31 luglio 2022

TRENT'ANNI FA, OGGI

 


Cerco di non pensare alla velocità con cui sono passati i trent’anni che separano la finale della 20 km di Marcia dei Giochi della XXV Olimpiade a Barcellona, da questa presente – e forse più afosa di allora – giornata di luglio.

Trent’anni fa avevo ventisette anni. Mio fratello ventiquattro. Se fossi nato quel giorno, quel 31 luglio del 1992, oggi ne avrei appunto trenta, comunque tre anni più “vecchio” – forse più esperto? – di quell’allenatore che ero in quei giorni; un ragazzetto bellino, poco più che adolescente, con dentro tre-quattro sane certezze e tanta curiosità e voglia di imparare.

Mio fratello vinse una medaglia ben più preziosa del metallo di cui è composta. L’unica medaglia per l’atletica leggera italiana in quell’edizione delle Olimpiadi. Un podio ossimorico perché raggiunto con rabbia e serena fiducia nel supporto intelligente di un formidabile gruppo di lavoro; un gruppo di amici veri.

Giovanni, mio fratello, si fece beffe della malasorte. Riprese a marciare con una certa regolarità solo quaranta giorni prima della finale olimpica, dopo circa venti giorni di stop per un banale incidente: una sciocca partitella di calcio post allenamento, due contro due, al Sestriere a maggio.

Ricordo la salita che porta al Montjuïc. La feci d’un fiato, ma non riuscii a raggiungere Giovanni. Entrai trafelato dentro lo stadio, ma Giovanni era già arrivato. E poi la corsa al villaggio olimpico. Appena fuori dall’ingresso troneggiava una grande vasca a mo’ di fontana luminosa, e seduto sul bordo, con le gambe a mollo a cercare un po’ di refrigerio, c’era il mitico Gabriele Pomilio. Era quasi buio e Gabriele, placidamente, quasi senza guardarmi, mi disse: “ Godetevi questo momento. Avete fatto una cosa grossa assai”. Nove giorni dopo, il 9 di agosto, Gabriele Pomilio, abruzzese come me, imprenditore geniale e allora consigliere federale nazionale della pallanuoto, portava a casa l’oro olimpico. E tra i “magnifici sette” che piegarono le velleità di vittoria dei padroni di casa, capitanati da Manuel Estiarte, c’erano due pescaresi: suo figlio Amedeo e Marco D’Altrui.

Trent’anni fa avevo ventisette anni, e la lezione di quella straordinaria esperienza la compresi diversi anni dopo.
Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.
Mi piace
Commenta
Condividi

Co

giovedì 28 luglio 2022

MARCIACCIA O CORSACCIA?



Lo scandaloso arrivo - peraltro vincente - della "marciatrice" francese nella finale dei 5000 metri di marcia (la tentazione di mettere le virgolette al termine è forte assai) al Festival Olimpico della Gioventù Europea, getta guano a palate su una disciplina la cui credibilità regolamentare è prossima a zero già da un po' - da un bel po', ahimé.
L'ennesimo post "apocalittico", "tafazzista" sulla Marcia Atletica? No. O, almeno, spero non venga interpretato come tale.
Il problema, a mio modesto parere, è che si stia accelerando, autolesionisticamente, verso la rottamazione della disciplina (si veda, appunto, il finale "vittorioso" dell'atleta francese agli EYOF).

Non giriamoci intorno: le velocità tenute dai cosiddetti marciatori, oggi, vanno ben oltre la possibilità di restare 'vicini' al suolo (non dico di restare 'incollati' al terreno) entro i confini della "decenza tecnica" (ma chi stabilisce quali siano tali limiti? In base a quali parametri?).
Fintanto che non verrà introdotto un sistema di valutazione del gesto che almeno integri il giudizio "occhiometrico" (quello "naked eye", il solo ammesso dal regolamento tecnico), saremo in balìa delle polemiche più diverse.

Bisogna, in qualche modo, tentare di "oggettivizzare" la disciplina.

Giusto dieci anni fa un matematico e fisico americano, Henry Reich, dal suo canale di YouTube, "minutephysics", lanciò una provocazione che sbobinai, traducendola alla meno peggio (cliccare qui per l'interessante video di Henry Reich: Is Racewaking a Sport?):

"Questo non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la Marcia. Ecco le regole: cammina in modo che un piede sia sempre a terra e tieni la gamba davanti tesa; in breve, cammina in modo buffo, velocemente. Qualcosa di buffo anche tra le regole, come i giudici che per determinare se un atleta sta “marciando”, possono solamente stare fermi ad un lato del percorso e giudicare ad OCCHIO NUDO se un atleta SEMBRA marciare.

Potrai pensare che per uno sport definito così tecnicamente, ci si possa avvalere di tutta la tecnologia possibile per far valere le regole. Quindi la marcia è ancora ferma ai secoli bui? Voglio dire, ci sono altri sport che non permettono ai giudici di vedere i replay, ma quando pensi all’elettronica nella scherma, il foto-finish nell’atletica, i touchpad del nuoto, e il tracking 3D delle palline da tennis… I giudici della marcia, d’altro canto, sembrano piuttosto indietro. Gli è proibito guardare dal livello del suolo o usare tecnologie moderne come specchi o binocoli. Quindi come fare con tutta questa burocrazia marciante?

Se guardi attentamente il passo in slow-motion o anche una fotografia dei marciatori stessi, ti renderai conto che quasi tutti si sollevano da terra… Non solo occasionalmente per una spinta o per non inciampare, che è permesso, ma quasi ad ogni passo. Infatti, è BEN NOTO alla comunità dei marciatori che la maggior parte di loro lascia il suolo regolarmente e può anche stare in aria fino al 10% del tempo… quindi TUTTI infrangono le regole.

Ora, gli sport sono pieni di regole arbitrarie… ma il fatto che la maggior parte degli atleti infranga la regola che DEFINISCE questo sport è perlomeno… sorprendente! E non è come il sospetto che quasi tutti i ciclisti professionisti si dopano, perché mentre ci sforziamo costantemente per beccare chi si dopa, non usiamo tutta la tecnologia a disposizione per beccare i marciatori “volanti”.

Sembra chiaro che la tecnofobia nella marcia deriva dal fatto che se si iniziasse ad usare telecamere ad alta velocità, potrebbero non avere più uno sport. E questo ci porta alla domanda sulla vera essenza dello sport – perché tutti i giochi, in realtà, sono solo un insieme arbitrario di regole e limitazioni a cui ci sottoponiamo con lo scopo di divertirci e sfidarci a vicenda. Voglio dire, c’è un motivo se l’atletica vieta le biciclette, il ciclismo vieta le moto, e il motociclismo proibisce l’uso dei razzi… Forse quelle ragioni sono arbitrarie tanto quanto nella marcia è bandita la tecnologia… Perché l’obiettivo non è tenere i piedi per terra – è vedere chi è il più veloce a camminare in modo buffo, come nel salto triplo per chi va più lontano con un salto buffo, nella corsa ad ostacoli chi riesce a correre più velocemente con barriere di plastica sulla sua strada, e il tennis per vedere chi sa mandare meglio una palla oltre una rete, ma solo entro certe linee accuratamente disegnate e con una racchetta e non con pagaie o mani o piedi.

Alla fine, non si tratta di sport, ma dei giocatori e le loro sfide. È quanto siamo in grado di spingere lontano i confini delle abilità umane… entro i confini definiti dalle regole. E così è la marcia, uno sport in contraddizione, che si aggrappa disperatamente al suo passato rifiutando di accettare la tecnologia che in principio migliorerebbe i giudici di questo sport, ma in realtà scuote le sue fondamenta? Non lo so.

Ma i marciatori sono atleti? Certamente".

Concludendo, mi viene da chiedere: atleti di quale sport?

martedì 26 luglio 2022

STANO, LA 35 KM E IL FUTURO DELLA MARCIA ITALIANA

Foto di FIDAL COLOMBO/FIDAL

Il successo di Massimo Stano nella 35 km dei Mondiali di Atletica Leggera di Eugene continua ad emozionarci, riproposto negli infiniti highlights di queste ore, in tv come nei social. Un capolavoro di talento e raffinata strategia, come ricordavo all'amico Maurizio Ruggeri nella diretta di gara in onda su RaiRadio1.

Allo stesso Ruggeri, qualche giorno prima della 35 km maschile di questi mondiali complicati (almeno per noi italiani), dicevo della scelta, assai azzeccata, del nostro campione olimpico, ovvero quella di spostarsi sulla nuova distanza, rinunciando alla più nota 20 km. Non una scelta 'semplicemente' coraggiosa, piuttosto l'esito di una riflessione ben ponderata. Massimo Stano e Patrizio Parcesepe, il suo allenatore, sanno che la 35 km è più 'vicina' alla 20 km che alla "defunta" (ahimé) 50 km. La 35 km è, quindi, una distanza per ventisti che sanno attendere qualche minuto in più, prima di sferrare l'esiziale progressione finale degli ultimi 8-10 km; un'accelerazione non violentissima ma ugualmente micidiale; e, forse, un filo più credibile tecnicamente dei concitati finali della 20 km.
Insomma, la 35 km risulta così essere una sorta di 20 km "allungata" e NON una 50 km più corta. Basti pensare al "podio fotocopia" della 20 km e della 35 km, femminili, sempre a Eugene. 

Stano ha perciò trovato la sua gara. Un ventista resistente con le qualità psicologiche di un paziente cinquantista. È la quadra perfetta.

E adesso che cosa accadrà alla Marcia? E all'Italia che marcia?

Lo dico subito: qui c'è il rischio concreto che, "sepolta" la 50 km, la 20 km faccia la stessa fine (e non voglio pensare neanche lontanamente alla possibilità di introdurre una staffetta mista come nuova disciplina!). Qualcuno potrebbe arrivare a dire: c'è la 35 km, non abbiamo bisogno di un "doppione".
Ma la 35 km, benché più credibile tecnicamente della 20 km - io però non ne sono molto convinto - viene giudicata dagli stessi occhi che hanno giudicato, e giudicano, tutte le altre distanze della specialità. Ergo...

L'Italia che marcia, Stano a parte, dovrà fare i conti con la "20 km allungata". E all'orizzonte, tolti Stano e Palmisano, vedo un bel numero di ragazze e ragazzi dal potenziale tecnico interessante, ma tutti ancora da "costruire", nella mente e nel "motore" (e nel "motore della mente"). La 35 km è sì 15 km più lunga di una 20 km, ma vuole comunque piedi veloci; coi giapponesi che possono permettersi di mandare alla "morte" uno dei migliori (giusto per capire che cosa succede a impostare una 35 km a 4'00" al chilometro) e coi russi che, prima o poi, torneranno.

giovedì 5 agosto 2021

IL BUON GIORNO SI VEDE DAL SOL LEVANTE

Foto di FIDAL COLOMBO/FIDAL

Il buon giorno del marciatore Massimo Stano si vedeva già dal mattino di quattordici anni fa. Chi ha buona memoria ricorda un quindicenne agilissimo e assai resistente capace nel 2007 di marciare in 17'07"3 la distanza dei 4 km su pista. Credo sia ancora la migliore prestazione italiana Under 16 (e chi gliela toglie).

Massimo Stano fu avviato alla marcia da Giovanni Zaccheo a Palo Del Colle (Bari). Era il 2006 e in quel periodo la Puglia brulicava di talenti del tacco-punta (Antonella Palmisano, Anna Clemente, Francesco FortunatoGiovanni Renò, solo per citarne alcuni) grazie alla dedizione di tecnici come appunto Giovanni Zaccheo, nel barese, e Tommaso Gentile nel tarantino, con la sua gloriosissima Atletica Don Milani, fucina inesauribile di talenti cristallini (Antonella Palmisano nasce atleticamente proprio lì).

Non sto qui a dirvi quanti siano stati gli 'inciampi' (infortuni a ripetizione e conseguenti problemi tecnici) che hanno impedito a Massimo di esprimere il proprio talento. Fu comunque capace di arrivare al bronzo nella 20 km degli Europei Under 23 nel 2013 (nel 2011 era entrato a far parte delle Fiamme Oro di Padova). A ottobre del 2013 si trasferì a Sesto San Giovanni per essere seguito dall'ex marciatore azzurro Alessandro Gandellini. Seguirono due anni nerissimi, il 2015 e il 2016, con microfratture alla tibia destra e successivamente alla sinistra.

Nel 2016 la decisione di cambiare ancora guida tecnica, trasferendosi a Castelporziano sotto le cure di Patrizio Parcesepe. Negli ultimi cinque anni non sono mancati i soliti problemi fisici, ma negli 'intervalli buoni' l'ottimo Massimo ha saputo mostrare al mondo lampi luminosissimi di assoluta eccellenza atletica; su tutti il record italiano nella 20 km in 1h17'45" realizzato nel 2019 a La Coruna, (Gran Premio Internazionale di Marcia Atletica Sergio Vázquez dei Cantones de La Coruña) classificandosi al 2° posto, in quello che poteva essere considerato un vero e proprio campionato del mondo della specialità.

Ancora due anni 'opachi' col Covid-19 a complicare le cose. Ancora problemi fisici nel 2021 risolti a circa un mese e mezzo dalle olimpiadi. E poi oggi, l'apoteosi, coi cinesi annichiliti, con gli spagnoli lasciati molto indietro, coi giapponesi a fare da comprimari; con Massimo Stano ad esprimere il gesto tecnico migliore tra quelli che picchiavano duro con lui, lì davanti.

Massimo, appassionato della cultura giapponese di certo conosce l'arte del kintsugi - letteralmente "riparare con l'oro" - che consiste nell'utilizzo di oro e argento, liquidi, per tenere insieme i frammenti di vasellame andato in pezzi. Amo pensare che il metallo guadagnato oggi a Sapporo serva a riempire i vuoti delle molte fratture che hanno martoriato la sua carriera, realizzando così, per traslato, quel capolavoro che ha proprio in quelle ferite la cifra della sua preziosità.

Grazie Massimo, per l'emozione fortissima e profonda che hai saputo darci oggi. Grazie Patrizio Parcesepe per averlo accompagnato tanto in alto, oggi.




venerdì 26 febbraio 2021

PALINGENESI?



Palingenesi, non è una parolaccia. Potremmo definirla "rinascita", qualcosa che ciclicamente invochiamo nella trita litania che accompagna l'insediamento di un nuovo governo, anche sportivo.

All'indomani della prima seduta del nuovo Consiglio federale FIDAL si torna dunque a parlare di rinnovamento, e tra le molte voci che ho ascoltato in questi giorni di grande e naturale euforia prevale, purtroppo, a mio modo di vedere, una nuda, stentorea richiesta di cambiamento; qualcosa che ha a che fare più con l’istinto, la pancia, che con il progetto.

Credo che non si possano pretendere miracoli da nessuno, soprattutto oggi, coi tempi durissimi che stiamo vivendo; bisogna quindi passare dalle speranze taumaturgiche a una profonda e onesta riflessione sul passato – da quello recente ai ‘gloriosi’ anni ‘80 – e sull’attuale temperie socioeconomica, per trovare, per una volta, la via di un progetto necessario che abbia il respiro più lungo – assai più lungo – di un mandato federale.

Non ho ‘ricette’ buone per tutte le stagioni. Credo che nessuno ne abbia. Ho però il vizio della memoria e, dopo esser tornato su carteggi personali di qualche anno fa, incrociati con studi recenti e rigorosi sulla Cultura sportiva del nostro Paese, vorrei cominciare a condividere qualche idea buona, per cominciare a progettare.
Inizio perciò col pubblicare l’email – datata, ha quasi dodici anni – di un amico, un ‘non addetto ai lavori’ (non addetto, ma molto addentro). A scrivermi è Enrico Longo, attento osservatore degli intricati garbugli dell’Atletica italiana. Non è un tecnico Enrico, neanche un dirigente sportivo (almeno non in atletica). È ‘soltanto’ una limpida voce critica, sanguinante ricordi di giovanissimo mezzofondista appassionato (fine anni ’70).

Con l'email che pubblico di seguito egli si inseriva in un dibattito telematico sul mio blog, "Opinioni Aerobiche", in merito al tema sempre caldo dell’organizzazione della ‘Cosa Fidal’; sul come provare a far ripartire l’Atletica. Non molte parole. Quasi uno sfiorare i temi cruciali. Ma quanta chiarezza; quanta profondità. Era il 29 settembre 2009. Il presidente della FIDAL era Franco Arese.

"Grazie, Mario,
per avermi coinvolto nella discussione. Come puoi immaginare, stando fuori dal mondo dell’atletica da molti anni, non ho più idea di quale sia oggi l’Organizzazione Federale, come siano composti i comitati, ecc.
Per parte mia ho la tendenza ad insistere sulla trasparenza della gestione economica. In un post sul tuo sito ho chiesto se qualcuno conosceva il Bilancio della Fidal (che esiste per forza). Sono andato sul sito fidal.it e non sono riuscito a trovarlo. C’è solo un accenno al consuntivo 2008 che parla di “seconda variazione di bilancio dell'esercizio 2009, per complessivi 805.000 Euro di investimenti, destinati in prevalenza ai Comitati Regionali ed alle esigenze dell'Area Tecnica”.
Non so se quei soldi sono tutto o solo parte di ciò che viene investito. Mi piacerebbe conoscere la situazione reale prima di parlare perché se i soldi sono pochi anche gli obiettivi perseguibili devono essere pochi.
Comunque, se in sede nazionale non c’è chiarezza, perché non partire dall’ambito locale? La Fidal Abruzzo fa un bilancio economico del proprio operato? Quanti soldi riceve dalla Fidal? Quanti dagli enti locali? Quanti da sponsor? Come vengono investiti? La risposta a queste domande sul sito fidalabruzzo.org non l’ho trovata. Forse è nell’area riservata. Comunque voi diretti interessati dovreste esserne a conoscenza. Se non c’è chiarezza sui danari diventa poi difficile parlare di obiettivi perseguibili. Si finisce per litigare fra poveri, come i topi in gabbia.
L’ambito locale, regionale o provinciale che sia, è quello, a mio giudizio, da cui occorre ripartire per quella che tu chiami ‘palingenesi’. I vertici nazionali non sono assolutamente in grado di riformare il movimento. Arese è il prodotto di un consiglio che lo ha eletto e non ha la forza per muoversi contro chi lo ha portato dov’è, ammesso che sia nelle sue intenzioni. Fidal è poi parte del CONI dove, a mio giudizio, la natura ‘politica’ dei rapporti si complica e porta a favorire l’uno o l’altro dei singoli, perdendo di vista il Movimento Atletico nel suo complesso.
Le rivoluzioni, ce lo insegna la storia, nascono sempre in ambito locale (Hu-Nan, Chiapas, Cantieri di Danzica, ecc.), a ‘Palazzo’ sono possibili solo colpi di mano, di solito a natura autoritaria.
Lo ribadisco, secondo me lo Sport, e quindi anche l’Atletica, deve avere due ‘attori’ principali: la Scuola e gli Enti Locali.
La scuola ha in mano i giovani, una parte degli impianti (le palestre e qualche campo) e un gruppo di insegnanti che magari sono demotivati dalle ultime ‘riforme’ ma forse sono ancora recuperabili, per dare una mano nella promozione, con qualche incentivo (esempio: punti in più in graduatoria per chi organizza Centri di Avviamento all’Atletica). Non saranno dei tecnici preparati ma spesso è più importante, per portare gente al movimento e farla gareggiare, una continuità di presenza sul campo piuttosto che una grande competenza specifica.
Gli enti locali hanno in mano il resto degli impianti (a parte le strutture private, che nell’atletica sono poche), la possibilità di tenerli aperti (distaccando personale di custodia che altrimenti si gratterebbe la pera in un ufficio) e qualche soldo da spendere. Soprattutto la Provincia (ente bistrattato, tanto che qualcuno lo vuole abolire) è l’ambito che ha la dimensione e la visibilità giusta per coordinare la disponibilità di ‘opportunità di fare atletica’ sul proprio territorio.
Recentemente ho scoperto che nello staff del presidente della provincia di Torino (Antonio Saitta) c’è una persona che si occupa di sport, ed è un allenatore di Atletica (Gianfranco Porqueddu). Spero che si muova nella direzione giusta, magari facilitando anche l’ingresso di ‘sponsor’ a livello locale.
Poi serve anche una struttura tecnica, con gente preparata, ed in questo la Fidal Regionale può fare la sua parte. Sempre che ci sia chiarezza sugli obiettivi e sui denari, altrimenti ogni discorso di qualità (efficienza ed efficacia degli investimenti) è pura fuffa.
Qualcuno, credo su Atleticanet, ha lamentato che l’Italia sia più lunga che larga e che un campionato italiano di categoria a Bari crei grossi problemi ai genovesi. Vero. Non è per fare il federalista (molto di moda oggi) ma in questo momento tutto ciò che è ‘nazionale’ è in crisi, non solo nell’atletica.
Meglio ripartire dall’ambito locale. Al vertice nazionale possiamo lasciare le dichiarazioni alla stampa (i commenti, avrai letto, parlano di ‘incredulità’ e ‘farneticazione’, per essere gentili) e i rapporti con il Ministero della Difesa (da cui dipendono quasi tutti gli atleti di vertice). Se il movimento continuerà sarà perché al ‘Città di Majano’ i ragazzini si sono divertiti a gareggiare (anche chi è arrivato in fondo alla classifica).
Complimenti per quello che riesci a fare, anche se con pochi mezzi.

Saluti cordiali
Enrico Longo"

lunedì 22 febbraio 2021

IL TEMPO LUNGO DEI MIGLIORI


Uno dei problemi principali dello sport italiano, in generale, è quello del tempo da impiegare per tornare a recitare un ruolo di primo piano nelle competizioni internazionali (Mondiali/Olimpiadi).

Un problema insolubile per chi da un bel po' ha fatto proprio il metodo della politica nazionale, con l'orizzonte che gioca con la punta del naso, o delle scarpe, di dirigenti e tecnici (non tutti, ma quasi, ahimè).

Messi come siamo - in atletica e non solo - non ci vuole il profeta illuminato di turno per immaginare la 'cura' necessaria: tre-quattro lustri, a partire da oggi, da dedicare alla ricostruzione (forse meglio costruzione "ex novo") di un sistema sportivo sano, che muova dai giovanissimi - tutti i giovanissimi - e non dal fenomeno di turno, peraltro sempre più raro.

Se ripartiamo oggi, quindi, ci vorranno non meno di quindici anni per "mettere le cose a posto". E dentro questo tempo ci possono stare pure due-tre mandati federali, per ogni federazione sportiva; un presidente nazionale potrebbe non vedere, da presidente, i possibili frutti maturi dell'impegno proprio e del suo staff. E forse è proprio questo il problema.

sabato 13 febbraio 2021

GENERAZIONE DI CERCA-FENOMENI


Si parla – e si scrive – sempre più insistentemente di bambini prodigio capaci di correre, a lungo e velocemente, tra lo stupore compiaciuto di molti adulti.
Sui social c’è chi commenta gridando al ‘delitto’, e chi invece sbeffeggia chi si scandalizza, costruendo ardite teorie, popolate di instancabili frugoletti Nandi, Kalenjin, Kikuyu, e pure di preadolescenti norvegesi dal moto perpetuo, anticipato e velocissimo, elevato dai loro genitori e dagli altri adulti di riferimento a pratica quotidiana indifferibile; a valore morale assoluto.

Confesso di non commentare più queste cose, direttamente. Ne ho noia. Riflettendoci su, trovo che in molti – troppi – stia montando la convinzione che la soluzione ai 'mali' dello sport italiano (o forse solo quello che si ritiene essere il 'male' dell'atletica italiana: la mancanza di campioni) sia quella di una precoce specializzazione dei cosiddetti talenti. E crediamo così ferocemente in questo da arrivare a spellarci le mani in applausi pure coi ‘record’ (le virgolette non stanno lì per caso) di bambini di sette, otto anni.

Se non vogliamo solo ‘giocare’ agli scienziati che con studiato distacco emotivo osservano lo svolgersi del fenomeno – quel fenomeno – spesso convinti che esista un’altra etica, al di fuori dell’etica, allora dobbiamo ‘riavvolgere il nastro’.

Che cos’è lo Sport? Riconosciamo ancora in esso un’attività che può contribuire significativamente alla crescita dei giovani? E i genitori? Qual è la corretta sinergia tra famiglia e insegnanti (perché anche gli allenatori sono insegnanti)?

Scrive la mia amica Laura Bortoli:

“[…] I genitori ovviamente desiderano sempre il meglio per i propri figli, ma spesso non conoscono realmente il contesto e le peculiarità dello sport giovanile; di frequente le loro convinzioni si rifanno a quanto appare dai mass media, dove l’enfasi è usualmente solo sulla vittoria, esasperata ed a volte ricercata a tutti i costi.
Può anche essere utile spiegare ai genitori in maniera sintetica qual è il percorso motorio che può portare i giovani a sviluppare in maniera ottimale le proprie capacità e ad acquisire, al di là dei gesti tecnici, molteplici abilità.” (da “Insegnare per allenare”, SdS Edizioni, 2016).

Laura Bortoli suggerisce pure un esempio di codice di condotta da consegnare (ogni associazione sportiva dovrebbe farlo) ai genitori, riportato dagli autori Weinberg e Gould (2014):

- resta nell’area degli spettatori durante le gare;

- non dare consigli all’allenatore su come deve allenare;

- non fare commenti offensivi nei confronti di tecnici, giudici di gara o altri genitori;

- non dare istruzioni a tuo figlio durante le gare;

- non bere alcolici durante le gare e non andare alle gare se hai bevuto troppo;

- fai il tifo per la squadra di tuo figlio;

- mostra interesse, entusiasmo e sostegno a tuo figlio;

- controlla le tue emozioni;

- renditi disponibile ad aiutare se ti viene richiesto dagli allenatori o dai giudici di gara;

- ringrazia gli allenatori, i giudici di gara e gli altri volontari che hanno contribuito all’organizzazione  dell’evento.

Per ora mi fermo qui. Per ora.


lunedì 18 gennaio 2021

DELLA NECESSITA', DELL'ADATTAMENTO

(Ph by Encyclopædia Britannica, Inc.)

“La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo.”
(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

“Ha da passà ‘a nuttata”. Il traslato però non aiuta, dacché la pandemia ‘gira’ dalle nostre parti da più di un anno e, in barba al vaccino, continuerà a ‘lavorare’ per almeno un altro anno buono.

Ci incazziamo coi no-vax, malediciamo chi ci governa, ci incazziamo con chi indossa le mascherine, insultiamo chi le tiene sotto il naso; rivendichiamo il nostro diritto a muoverci liberamente così come invochiamo lunghissimi lockdown e coprifuoco.

Ma il virus fa il virus e va avanti per la sua strada. Mentre continuiamo a far finta che tutto ‘rientrerà’, che il mondo tornerà a girare secondo regole, abitudini e nevrosi pre-Covid, perdiamo tempo preziosissimo.

È cambiato il modo di fare scuola - detto banalmente così - di praticare e seguire lo sport. La pandemia mette a nudo certe grottesche nefandezze dei sistemi di valutazione scolastica. Non si può verificare la preparazione di un alunno facendolo bendare dinanzi al suo laptop; ma qualcuno l’ha fatto.

Non si può - non si potrà forse ancora per un paio d’anni - partecipare alle manifestazioni sportive dove si corre insieme a migliaia di appassionati. Gli spalti di stadi e palazzetti dello sport saranno vuoti ancora per molto tempo.
Né della scuola né dello sport potremo mai fare a meno. Forse è arrivato il momento di adattarci, progettando quel cambiamento, necessario e ora improcrastinabile, forse mai agìto per molle, umana pigrizia.

martedì 29 dicembre 2020

PRENDETE E MANGIATENE TUTTI


Sia chiaro: non ce l’ho con gli chef stellati. Né storco il muso dinanzi a certe genialità del marketing; e neppure mi scandalizzo quando in nome di un’economia da far ripartire si ‘benedicano’ patatine all’acrilammide oppure dolci dalla dubbia qualità degli ingredienti che li compongono.

Sia chiaro pure che non ce l’ho con chi ‘fa voti’ affinché si investa danaro pubblico per progetti formativi di imprenditori, locali o stranieri; illuminati o meno.
Senza denari non si canta la messa, recita il trito adagio levantino. D’accordo. Ma credo ci sia bisogno anche d’altro, soprattutto in questo particolare momento storico. 

Il nostro è un tempo ‘complesso’, quanto mai incerto, dominato dalla precarietà dei valori e dal disorientamento, che trovano espressione compiuta in quel disagio giovanile del quale, a me pare, troppi parlano e pochissimi – soprattutto a livello istituzionale – si preoccupano, con scienza e coscienza.

La crescente fragilità dei sistemi relazionali – quelli familiari e non – come quella dei sistemi economici e del lavoro determinano quel senso di precarietà e di smarrimento che riconosciamo nei nostri giovani, sempre meno capaci di progettare e ‘progettarsi’, per il futuro, anche a breve termine.

Da educatore e tecnico dello sport credo ferocemente nell’efficacia di un’educazione orientata alla comprensione della “complessità del reale”. Lo Sport – il vivere lo sport come tirocinio alla mutevolezza dell’esistenza – con le sue opportunità di confronto, di dialogo, di relazioni ‘giocate’ con il corpo e la mente, può educare alla capacità di scelta e alla capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Così da poter pure distinguere tra un cibo spazzatura e qualcosa di egualmente gustoso, ma più sano.

Esiste finanche – pensate un po’ – un’imprenditoria sportiva buona che, in soldoni, non fa solo cassa. Quell’imprenditoria avrebbe bisogno di far proprie alcune lezioni di marketing dello chef stellato di turno; e pure delle concrete attenzioni delle istituzioni locali e nazionali.

venerdì 25 dicembre 2020

SFIDE PER POCHI


Mi piacciono le sfide sportive, che sono sempre ragionate; ponderate.
Le sfide, in questo senso, non hanno nulla a che vedere con le scommesse (io che non gioco manco il “gratta e vinci”).

Le sfide che intendo io sono sempre progetti condivisi, al cui centro c’è sempre l’atleta. L’obiettivo, il primo, il più importante, è la sua autonomia, che non significa fare a meno degli altri, ma la piena realizzazione della sintonia tra l'atleta stesso, la realtà circostante e tutte le persone che, a vario titolo, partecipano al progetto.

C'è bisogno pure di fiducia. Tanta fiducia. E di coraggio, di cui, inevitabilmente, l'atleta dovrà armarsi. Perché per raggiungere gli obiettivi più nobili è necessario, ad un certo punto, cambiare, abbandonare certe rassicuranti consuetudini e nascere altrove; per crescere.

Il successo, quello vero, è per pochi. (Quanti atleti - e non solo - si son persi per strada). 

Auguro a me stesso e ai miei compagni di viaggio ogni migliore energia volta alla realizzazione di progetti buoni. 
Buon Natale.

lunedì 21 dicembre 2020

IL PROGRAMMA

 


C’è sempre bisogno di “qualcosa di scritto”. Sì, carta canta.

‒ Me lo fai un programma? ‒ è il refrain dell’atleta (o anche pseudo tale) che sogna il successo e che non vuole perder tempo a pensare, a ragionare sul da farsi.

Il programma è il programma di allenamento, of course. La bacchetta magica, l’abracadabra che tiene lontani gli infortuni di ogni sorta; la “coperta di Linus” da stringere a sé ogni qualvolta il pensiero va all’imminente competizione.

Il programma di allenamento lo vogliono liofilizzato, buttato dentro un bicchiere: due giri di cucchiaino in acqua calda, e via.
Hai voglia a ragionare di pianificazione, periodizzazione e poi – molto poi – di programmazione e, quindi, di programma; di questo distillato, sovente, si ignora del tutto la genesi; soprattutto la storia personale di chi l’ha prodotto.

È così che gli allenatori diventano distillatori di numeri in successione sessagesimale; essi trasformano i sogni in verità approssimate. E, in fondo, qualcuno tra loro gongola pure quando ciclicamente torna il puerile refrain.

‒ Me lo fai un programma?

lunedì 14 dicembre 2020

CUM GRANO SALIS

 

Giovanni Grano vince il Campionato Italiano di Maratona 2020 a Reggio Emilia (ph da Atleticalive.it)

Giovanni Grano (Nuova Atletica Isernia) è il nuovo campione italiano di maratona. La sua prestazione mi ha molto colpito: un atleta molisano, non di primissima fascia - absit iniuria verbis - porta a casa in un colpo solo sia un titolo sportivo assai prestigioso, sia il primato personale (2:14:31) sulla distanza più consona alle sue attitudini atletiche (scorrendo la statistica delle sue migliori prestazioni noto un datato 30:21.5 sui 10000m in pista e un recente 1:04:06 nella mezza maratona).

Leggo sul sito federale, Fidal.it, che Giovanni Grano vive in Svizzera da quattro anni e lavora a tempo pieno come ricercatore di informatica presso l'università di Zurigo.

Giovanni Grano segue i programmi di Luciano Di Pardo, suo allenatore da sempre (ed anche allenatore dell'abruzzese Daniele D'Onofrio (Fiamme Oro), fresco reduce dalla maratona di Valencia, dove ha esordito col tempo di 2:15:40).

Giovanni Grano, dunque, non si allena 'a tempo pieno'. E non indossa una divisa militare. Fa, evidentemente, il giusto; ciò che gli ha permesso, comunque, di capitalizzare i talenti che ha.

Si può quindi studiare, lavorare, allenarsi ed esprimersi al meglio delle proprie potenzialità.

Cum Grano salis. Cum Grano cogito...

venerdì 11 dicembre 2020

INNOCUI NARCISISMI AFFETTUOSI



Spesso Facebook diventa la vetrina privilegiata di innocui narcisismi affettuosi. Definisco così quei post che celebrano imprese e pseudo-imprese di atleti, o pseudo tali, dimenticate un po' da tutti, fuorché dagli estensori di quegli stessi post.

Sovente sono foto ingiallite, per nulla a fuoco, oppure foto da smartphone di vecchie classifiche battute a macchina e tirate al ciclostile.

Ogni tanto cedo anch'io alla tentazione di mostrare al mondo - perché crediamo davvero che Facebook sia tutto il mondo - che da ragazzino e da giovanotto qualcosa sapevo fare, sgambettando.

E quindi ecco saltar fuori, grazie all'amico Augusto, un paio di ritagli tratti dalla rivista federale "Atletica". Piccola archeologia sportiva giovanile. Era il 1981, "luglio flagrava", ed io, coi miei 'pochi' sedici anni, correvo 12 km a 3:17.2/km...

lunedì 19 ottobre 2020

HOMBRE VERTICAL


 
Quanto valgono gli esempi che quotidianamente ci offre Alessio, col suo procedere silenzioso e determinato?
Quanto valgono la sua crescita sportiva e umana costanti, senza clamori, la sua fedeltà ai valori che guidano ogni suo passo, la tenacia e la speranza nei momenti più difficili?
Quanto vale la sua lealtà? Quanto la sua modestia (che non è altro che un onestissimo, limpido senso della realtà)?

Nella mia carriera ho allenato numerosissimi atleti; talenti notevolissimi, Campioni ed anche molti ‘amatori’ dal curricolo sportivo povero assai; ed oggi posso dire che Alessio Bisogno è quello che ha radicato in me la convinzione che il titolo più prestigioso è nel raggiungere, anche solo per un momento, quel traguardo simbolico e per nulla mondano che può bastare a dare un senso alla vita intera; e a illuminare un po’ anche l’esistenza altrui.

Grazie di questi magnifici quindici anni di compagnia e di Amicizia, Alessio.

martedì 15 settembre 2020

FERMI TUTTI

 

Ci preoccupiamo, giustamente, dell’educazione civica dei nostri ragazzi; progettiamo currricoli verticali laboriosissimi, ‘difficili’, pesando ore, minuti, secondi da dedicare annualmente a qualcosa che, a me pare, tende, mestamente, a piegare sulla china dell’ennesimo, italico, complicato esercizio burocratico.

Da maestro della scuola Primaria, che lavora in un plesso scolastico con organizzazione oraria a tempo pieno, ho anche altre preoccupazioni, più 'elementari' e urgenti. Vengo perciò subito al dunque.

Qualcuno ha pensato alle conseguenze di otto ore filate inchiodati ad un banco - le uscite dall'aula saranno contingentate per i noti motivi sanitari - ricreazione e post mensa inclusi, con l'ora di educazione fisica da praticare possibilmente all'aperto (dove?) o all'interno di palestre che garantiscano un'adeguata aerazione e il dovuto distanziamento interpersonale di due metri?

Qualcuno ha pensato all'aggressività, alla rabbia represse, 'compresse', dei nostri bambini? E il sistema immunitario, dentro quelle otto ore, che sorte avrà?

Ma non c'è solo questo.

Il bambino - e non solo il bambino - apprende attraverso il movimento, il gioco; è storia nota. 
Di più: "L'apprendimento logico-matematico o logico-razionale non è un apprendimento attraverso i sensi, ma è legato alle azioni che si compiono per risolvere problemi. I problemi che vengono affrontati, partendo dai bambini, che vi si approcciano attraverso il gioco, attraverso l'esperienza ludica, fino ai problemi che vengono affrontati anche alle scuole superiori o all'università, sono sempre, in ogni caso legati  - anche se sotto forma di euristica - all'associazione alle proprie esperienze motorie; perciò il partire dalle esperienze motorie, in ogni caso, anche per le istruzioni di tipo superiore, è di fondamentale importanza...". (Beppe Pea, "Dal corpo alla matematica", intervista del 1 dicembre 2016).

Qualcuno avrà testa e cuore per un curricolo, 'vero', praticabile, per l'Educazione al Corpo e al Movimento?

lunedì 24 agosto 2020

LA FIDAL E LA SCUOLA: NUNC EST MOVENDUM!


La FIDAL nazionale andrà a elezioni. Presto, parrebbe. Quale che sarà il suo nuovo governo, una cosa è certa: se non saprà riannodare i fili con la Scuola – non parlo di pallidi tentativi buoni a guarnire trite campagne elettorali, ma di un solido progetto condiviso – perderà l’ultima occasione per garantire futuro al suo movimento, e non solo a quello (parlo di futuro prossimo; qualcosa di drammaticamente concreto e vicino). 
E quando parlo di Scuola non intendo ‘solo’ la Secondaria di primo e secondo grado. Parlo anche, e soprattutto, di Scuola Primaria

Qualcuno in Federazione sa – o dovrebbe sapere – che le palestre scolastiche italiane (laddove esistono) in questo momento sono diventate dei bizzarri “non luoghi” in attesa di un “da farsi” pedagogico-didattico tutto in mente Dei; palestre comunque chiuse alle associazioni sportive dilettantistiche. 

Quante ore effettive di educazione fisica praticheranno i nostri alunni? E la già ‘risicatissima’ educazione motoria nella Scuola Primaria, che fine farà? 

Qualche idea ce l’avrei, ma bisogna cominciare a lavorarci da subito. Tanto, da quel che so, ‘ste olimpiadi salteranno un giro…

giovedì 13 agosto 2020

IL CORRIDORE PERFETTO

 

Steve Ovett

Avevo dodici-tredici anni ed ero già malato di atletica leggera. A quel tempo i miei eroi del mezzofondo, della marcia e della velocità si confondevano con i supereroi della Marvel Comics; e non era infrequente per me tifare Spider-Man e Pietro Mennea, e magari vederli pure gareggiare insieme (con la fantasia, ci mancherebbe; ah, la fantasia...).

Intorno ai sedici anni però non mi bastava più il risultato metrico/cronometrico monstre: il mio supereroe del mezzofondo - o della marcia, o della velocità - doveva arrivare davanti, sì, ma esprimendo un gesto atletico nobilissimo; esteticamente sublime e perciò terribilmente efficace. 

Fu Augusto Vancini, Amico fraterno, a farmi conoscere Steve Ovett, mezzofondista britannico dal talento precocissimo e limpido come il cristallo. Conobbi Ovett e la sua storia che avevo quindici anni.

Tanto si è scritto del dualismo epico di Steve Ovett con il connazionale Sebastian Coe (a tal proposito mi permetto di suggerire la lettura dell'ottimo libro dell'amico Maurizio Ruggeri: "I rivali perfetti. Steve Ovett e Sebastian Coe: se amavi l'uno, odiavi l'altro"). Tanto si è scritto del personaggio Ovett, definito antipatico e maleducato da chi aveva interesse a vendere qualche copia in più sfruttando una puerile contrapposizione col rivale Coe, a cui, tra i tantissimi pregi, si attribuivano garbo e simpatia.

Ma a me sta simpatico assai Steve Ovett, oggi più di ieri. Il corridore perfetto, bello ed efficace dagli 800 ai 5000; capace di correre da front runner anche nei difficili cross britannici (lunghi anche 14 km). Il suo immenso eclettismo atletico è stato da un lato il freno ad una carriera comunque luminosissima, dall'altro il motivo dell'affetto profondo e sincero e dell'ammirazione che nutro nei suoi riguardi.

Steve Ovett, un purosangue leggendario capace di dimenticare il se stesso campione, di chiuderlo in un cassetto e fare altro. Lo Sport vissuto ai massimi livelli e poi messo 'tra parentesi', come espressione massima di una inarrivabile autoironia.

You find out a lot of about yourself through athletics. If you’re cut out to be a winner or a failure or a quitter, athletics will bring it out of you. You’re always stripping yourself down to the bones of your personality. And sometimes you just get a glimpse of the kind of talent you’ve been given. Sometimes I run and I don’t even feel the effort of running. I don’t even feel the ground. I’m just drifting. Incredible feeling. All the agony and the frustation, they’re all justified by one moment like that.
(Steve Ovett)









venerdì 31 luglio 2020

L'UMANITA', PRIMA DELLA TECNICA


Ci sono date di cui bisogna serbare memoria per più di una ragione; per motivi personali, di narcisismo buono – ed io non faccio nulla per sottrarmi a questo innocuo esercizio di vanità, che può pure addolcire l’esistenza – e per questioni più ‘serie’, legate ad una riflessione che mi fa piacere condividere con chi legge queste mie poche righe puerili.

Oggi dunque, 31 luglio 2020, voglio ricordare un altro 31 luglio, quello del 1992. Quel giorno mio fratello vinse il bronzo nella 20 km di marcia alle Olimpiadi di Barcellona. Fu l’unica medaglia per l’atletica leggera in quell’edizione dei giochi olimpici.

Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver costituito e tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.

domenica 5 luglio 2020

DEL TALENTO, DI NUOVO



L'alto livello nello sport si costruisce fin dalle categorie giovanili, posto che vi sia il pieno rispetto del talento con cui si lavora. Vincere titoli nazionali nelle categorie giovanili pascendosi di pericolose illusioni conduce a drop out scontati. Scrive Winfried Joch (1992): "Ha talento, oppure è un talento, colui che, sulla base di disposizioni delle disponibilità alla prestazione e delle possibilità che gli sono offerte dall'ambiente nel quale vive, ottiene (possibilmente in gara) risultati della prestazione superiori alla media della sua età, ma suscettibili di sviluppo. Tali risultati dovranno essere il prodotto di un processo attivo di trasformazione, pedagogicamente guidato e controllato attraverso l'allenamento, che è orientato in modo determinato verso quell'elevato livello di prestazione sportiva che dovrà essere svolto successivamente". 

Nell'allenamento del giovane, gli allenatori devono lasciarsi margine; bisogna sapersi accontentare dei risultati ottenuti senza insistere sulla disciplina che dà più "frutto". In Italia è assai frequente che l’allenatore non esperto si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere.

Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore meno esperto e competente affida il ‘suo’ giovane atleta ad un allenatore specialista di chiara fama. 
Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (dai 20 anni in su per un atleta dell’endurance), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Amo immaginare un progetto per l’alto livello nello sport dove i tecnici di base o meno esperti, una volta affidati i loro talenti ad allenatori specialisti di comprovata esperienza internazionale, possano ‘andare a bottega’ da questi ultimi, continuando a percepire un incentivo economico per l’atleta allenato anche dopo il passaggio di consegne e per tutta la sua carriera; tutto ciò avrebbe una duplice ricaduta positiva: rendere meno traumatico possibile il cambiamento nella vita sportiva (e non solo) del giovane atleta, e offrire al tecnico di base sia opportunità formative di qualità, sia un gratificante, oltre che meritato, incentivo economico.

lunedì 18 maggio 2020

NASCONDISMO


Leggevo del “Covid-like”, ovvero l’ennesimo triplo carpiato con avvitamento di un virus che ha surclassato nell’arte del ‘nascondismo’ il Tonino Mutandari di Corrado Guzzanti.

Al popolo di santi, poeti, navigatori e virologi mancava la versione camouflage - il Covid-like, appunto - di un bastardo “che di sé non ha coscienza”, che non dà sintomi, non viene rilevato dal tampone, ma produce ugualmente lesioni polmonari.

Ho capito: il prossimo investimento sarà un tomografo computerizzato di ultima generazione, da sistemare in salotto accanto alle orchidee di Evelina. E già che ci sono ingaggerò pure un radiologo a gettone che passerà al setaccio i miei alveoli polmonari dopo ogni passeggiata con Tonino.

Temo però che per l’anima e le sue inquietudini dovrò cavarmela da solo, as usual.

venerdì 1 maggio 2020

ALTRI PODI (IL CAMPIONE DOPO)


Ventisei anni fa moriva Ayrton Senna, il più umano tra i piloti di formula uno. Sembra davvero ieri.

Lo conobbi incrociandolo sul tratto di lungomare vicino casa mia, alla fine degli anni ‘80. Era quasi l’alba e correvamo entrambi.
Fu molto gentile e mi permise di scambiare quattro chiacchiere per circa un chilometro. Mi disse che ero fortunato a vivere a Pescara.

Ogni anno, dopo quel tragico 1 maggio, amo ricordarlo con un pensiero.
Questo è ciò che scrissi cinque anni fa.
Buona lettura, o rilettura, Se Vi va.

Chi non ha elaborato il lutto della perdita del proprio ruolo professionale (questa può essere la condizione degli atleti di livello medio-alto, chiusa la carriera agonistica), spesso ha dinanzi a sé due vie: quella del moto perpetuo alla ricerca di una patetica visibilità ad ogni costo (teatrini pseudo-politici inclusi), oppure il mesto sentiero dell'oblio, cercato con pervicace volontà, non senza maledire gli uomini e talvolta anche il Cielo.

Penso ad Ayrton Senna, uno che il lutto lo elaborò in silenzio durante gli anni migliori della sua carriera, fino a qualche mese prima di morire, a Imola, in quel tragico primo maggio del 1994: l'istituto che porta il suo nome (Instituto Ayrton Senna), fondato dal pilota nell’inverno del 1993, fino ad oggi ha realizzato programmi di scolarizzazione e assistenza medica per oltre 16 milioni di bambini.

(“L’istituto incassa 2 milioni e mezzo l’anno dalle royalties sui prodotti a marchio Senna – spiega Claudio Giovannone, padrino per l’Europa dell’Istituto Ayrton Senna – e li spende tutti in programmi di assistenza all’infanzia: dallo studio al gioco, alle cure mediche, per cercare di dare al maggior numero possibile di bambini brasiliani la possibilità di avere un futuro”).

"I ricchi non possono vivere su un'isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità". (Ayrton Senna)

martedì 14 aprile 2020

RIPENSARE LO SPORT (THE SHOW COULD GO OFF)


Credo che gli effetti prodotti dalla pandemia sulle relazioni sociali e sugli stili di vita ci obbligherà a ripensare lo sport in una dimensione assolutamente nuova e difficilmente gestibile con le categorie con cui eravamo abituati a organizzare la nostra esistenza.

Molti miei colleghi che si occupano di "alto livello" nello sport si preoccupano, giustamente, della programmazione e gestione dell'allenamento di atleti che hanno tra i loro obiettivi principali la partecipazione - con le giuste ambizioni di successo - alle olimpiadi e agli altri eventi sportivi internazionali procrastinati per il Covid-19. Tra restrizioni e incertezze, allenatori e atleti vanno comunque avanti, nella convinzione che l'impegno debba essere orientato verso il mantenimento di una condizione atletica che garantisca, finita l'emergenza, un pronto ritorno ai valori di eccellenza necessari per competere al meglio delle capacità individuali e di squadra.

Ma non esistono solo le olimpiadi e i mondiali, obiettivi mitici e raggiungibili solo da un'esigua fetta della popolazione. Penso alla salute psicofisica di ognuno di noi, all'immenso e paziente lavoro che bisognerà agire sui bambini e sui ragazzi, oggi più di ieri a rischio di un analfabetismo psicomotorio di sola andata, più che di ritorno. Allo stesso modo penso agli adulti, i cosiddetti tardo-adulti e gli anziani. L'ipocinesi non è meno insidiosa del Covid-19.

Parcheggiato il sogno di New York, Londra, Roma o Berlino (parlo delle maratone), almeno per un po', sarà necessario garantire alle moltitudini in pausa altri artifizi ludico-motori, magari meno narcissici e finalmente più vicini ad un'idea equilibrata di benessere.
Ne saremo capaci? Non so, ma è una sfida avvincente, oltreché necessaria.