venerdì 26 febbraio 2021

PALINGENESI?



Palingenesi, non è una parolaccia. Potremmo definirla "rinascita", qualcosa che ciclicamente invochiamo nella trita litania che accompagna l'insediamento di un nuovo governo, anche sportivo.

All'indomani della prima seduta del nuovo Consiglio federale FIDAL si torna dunque a parlare di rinnovamento, e tra le molte voci che ho ascoltato in questi giorni di grande e naturale euforia prevale, purtroppo, a mio modo di vedere, una nuda, stentorea richiesta di cambiamento; qualcosa che ha a che fare più con l’istinto, la pancia, che con il progetto.

Credo che non si possano pretendere miracoli da nessuno, soprattutto oggi, coi tempi durissimi che stiamo vivendo; bisogna quindi passare dalle speranze taumaturgiche a una profonda e onesta riflessione sul passato – da quello recente ai ‘gloriosi’ anni ‘80 – e sull’attuale temperie socioeconomica, per trovare, per una volta, la via di un progetto necessario che abbia il respiro più lungo – assai più lungo – di un mandato federale.

Non ho ‘ricette’ buone per tutte le stagioni. Credo che nessuno ne abbia. Ho però il vizio della memoria e, dopo esser tornato su carteggi personali di qualche anno fa, incrociati con studi recenti e rigorosi sulla Cultura sportiva del nostro Paese, vorrei cominciare a condividere qualche idea buona, per cominciare a progettare.
Inizio perciò col pubblicare l’email – datata, ha quasi dodici anni – di un amico, un ‘non addetto ai lavori’ (non addetto, ma molto addentro). A scrivermi è Enrico Longo, attento osservatore degli intricati garbugli dell’Atletica italiana. Non è un tecnico Enrico, neanche un dirigente sportivo (almeno non in atletica). È ‘soltanto’ una limpida voce critica, sanguinante ricordi di giovanissimo mezzofondista appassionato (fine anni ’70).

Con l'email che pubblico di seguito egli si inseriva in un dibattito telematico sul mio blog, "Opinioni Aerobiche", in merito al tema sempre caldo dell’organizzazione della ‘Cosa Fidal’; sul come provare a far ripartire l’Atletica. Non molte parole. Quasi uno sfiorare i temi cruciali. Ma quanta chiarezza; quanta profondità. Era il 29 settembre 2009. Il presidente della FIDAL era Franco Arese.

"Grazie, Mario,
per avermi coinvolto nella discussione. Come puoi immaginare, stando fuori dal mondo dell’atletica da molti anni, non ho più idea di quale sia oggi l’Organizzazione Federale, come siano composti i comitati, ecc.
Per parte mia ho la tendenza ad insistere sulla trasparenza della gestione economica. In un post sul tuo sito ho chiesto se qualcuno conosceva il Bilancio della Fidal (che esiste per forza). Sono andato sul sito fidal.it e non sono riuscito a trovarlo. C’è solo un accenno al consuntivo 2008 che parla di “seconda variazione di bilancio dell'esercizio 2009, per complessivi 805.000 Euro di investimenti, destinati in prevalenza ai Comitati Regionali ed alle esigenze dell'Area Tecnica”.
Non so se quei soldi sono tutto o solo parte di ciò che viene investito. Mi piacerebbe conoscere la situazione reale prima di parlare perché se i soldi sono pochi anche gli obiettivi perseguibili devono essere pochi.
Comunque, se in sede nazionale non c’è chiarezza, perché non partire dall’ambito locale? La Fidal Abruzzo fa un bilancio economico del proprio operato? Quanti soldi riceve dalla Fidal? Quanti dagli enti locali? Quanti da sponsor? Come vengono investiti? La risposta a queste domande sul sito fidalabruzzo.org non l’ho trovata. Forse è nell’area riservata. Comunque voi diretti interessati dovreste esserne a conoscenza. Se non c’è chiarezza sui danari diventa poi difficile parlare di obiettivi perseguibili. Si finisce per litigare fra poveri, come i topi in gabbia.
L’ambito locale, regionale o provinciale che sia, è quello, a mio giudizio, da cui occorre ripartire per quella che tu chiami ‘palingenesi’. I vertici nazionali non sono assolutamente in grado di riformare il movimento. Arese è il prodotto di un consiglio che lo ha eletto e non ha la forza per muoversi contro chi lo ha portato dov’è, ammesso che sia nelle sue intenzioni. Fidal è poi parte del CONI dove, a mio giudizio, la natura ‘politica’ dei rapporti si complica e porta a favorire l’uno o l’altro dei singoli, perdendo di vista il Movimento Atletico nel suo complesso.
Le rivoluzioni, ce lo insegna la storia, nascono sempre in ambito locale (Hu-Nan, Chiapas, Cantieri di Danzica, ecc.), a ‘Palazzo’ sono possibili solo colpi di mano, di solito a natura autoritaria.
Lo ribadisco, secondo me lo Sport, e quindi anche l’Atletica, deve avere due ‘attori’ principali: la Scuola e gli Enti Locali.
La scuola ha in mano i giovani, una parte degli impianti (le palestre e qualche campo) e un gruppo di insegnanti che magari sono demotivati dalle ultime ‘riforme’ ma forse sono ancora recuperabili, per dare una mano nella promozione, con qualche incentivo (esempio: punti in più in graduatoria per chi organizza Centri di Avviamento all’Atletica). Non saranno dei tecnici preparati ma spesso è più importante, per portare gente al movimento e farla gareggiare, una continuità di presenza sul campo piuttosto che una grande competenza specifica.
Gli enti locali hanno in mano il resto degli impianti (a parte le strutture private, che nell’atletica sono poche), la possibilità di tenerli aperti (distaccando personale di custodia che altrimenti si gratterebbe la pera in un ufficio) e qualche soldo da spendere. Soprattutto la Provincia (ente bistrattato, tanto che qualcuno lo vuole abolire) è l’ambito che ha la dimensione e la visibilità giusta per coordinare la disponibilità di ‘opportunità di fare atletica’ sul proprio territorio.
Recentemente ho scoperto che nello staff del presidente della provincia di Torino (Antonio Saitta) c’è una persona che si occupa di sport, ed è un allenatore di Atletica (Gianfranco Porqueddu). Spero che si muova nella direzione giusta, magari facilitando anche l’ingresso di ‘sponsor’ a livello locale.
Poi serve anche una struttura tecnica, con gente preparata, ed in questo la Fidal Regionale può fare la sua parte. Sempre che ci sia chiarezza sugli obiettivi e sui denari, altrimenti ogni discorso di qualità (efficienza ed efficacia degli investimenti) è pura fuffa.
Qualcuno, credo su Atleticanet, ha lamentato che l’Italia sia più lunga che larga e che un campionato italiano di categoria a Bari crei grossi problemi ai genovesi. Vero. Non è per fare il federalista (molto di moda oggi) ma in questo momento tutto ciò che è ‘nazionale’ è in crisi, non solo nell’atletica.
Meglio ripartire dall’ambito locale. Al vertice nazionale possiamo lasciare le dichiarazioni alla stampa (i commenti, avrai letto, parlano di ‘incredulità’ e ‘farneticazione’, per essere gentili) e i rapporti con il Ministero della Difesa (da cui dipendono quasi tutti gli atleti di vertice). Se il movimento continuerà sarà perché al ‘Città di Majano’ i ragazzini si sono divertiti a gareggiare (anche chi è arrivato in fondo alla classifica).
Complimenti per quello che riesci a fare, anche se con pochi mezzi.

Saluti cordiali
Enrico Longo"

lunedì 22 febbraio 2021

IL TEMPO LUNGO DEI MIGLIORI


Uno dei problemi principali dello sport italiano, in generale, è quello del tempo da impiegare per tornare a recitare un ruolo di primo piano nelle competizioni internazionali (Mondiali/Olimpiadi).

Un problema insolubile per chi da un bel po' ha fatto proprio il metodo della politica nazionale, con l'orizzonte che gioca con la punta del naso, o delle scarpe, di dirigenti e tecnici (non tutti, ma quasi, ahimè).

Messi come siamo - in atletica e non solo - non ci vuole il profeta illuminato di turno per immaginare la 'cura' necessaria: tre-quattro lustri, a partire da oggi, da dedicare alla ricostruzione (forse meglio costruzione "ex novo") di un sistema sportivo sano, che muova dai giovanissimi - tutti i giovanissimi - e non dal fenomeno di turno, peraltro sempre più raro.

Se ripartiamo oggi, quindi, ci vorranno non meno di quindici anni per "mettere le cose a posto". E dentro questo tempo ci possono stare pure due-tre mandati federali, per ogni federazione sportiva; un presidente nazionale potrebbe non vedere, da presidente, i possibili frutti maturi dell'impegno proprio e del suo staff. E forse è proprio questo il problema.

sabato 13 febbraio 2021

GENERAZIONE DI CERCA-FENOMENI


Si parla – e si scrive – sempre più insistentemente di bambini prodigio capaci di correre, a lungo e velocemente, tra lo stupore compiaciuto di molti adulti.
Sui social c’è chi commenta gridando al ‘delitto’, e chi invece sbeffeggia chi si scandalizza, costruendo ardite teorie, popolate di instancabili frugoletti Nandi, Kalenjin, Kikuyu, e pure di preadolescenti norvegesi dal moto perpetuo, anticipato e velocissimo, elevato dai loro genitori e dagli altri adulti di riferimento a pratica quotidiana indifferibile; a valore morale assoluto.

Confesso di non commentare più queste cose, direttamente. Ne ho noia. Riflettendoci su, trovo che in molti – troppi – stia montando la convinzione che la soluzione ai 'mali' dello sport italiano (o forse solo quello che si ritiene essere il 'male' dell'atletica italiana: la mancanza di campioni) sia quella di una precoce specializzazione dei cosiddetti talenti. E crediamo così ferocemente in questo da arrivare a spellarci le mani in applausi pure coi ‘record’ (le virgolette non stanno lì per caso) di bambini di sette, otto anni.

Se non vogliamo solo ‘giocare’ agli scienziati che con studiato distacco emotivo osservano lo svolgersi del fenomeno – quel fenomeno – spesso convinti che esista un’altra etica, al di fuori dell’etica, allora dobbiamo ‘riavvolgere il nastro’.

Che cos’è lo Sport? Riconosciamo ancora in esso un’attività che può contribuire significativamente alla crescita dei giovani? E i genitori? Qual è la corretta sinergia tra famiglia e insegnanti (perché anche gli allenatori sono insegnanti)?

Scrive la mia amica Laura Bortoli:

“[…] I genitori ovviamente desiderano sempre il meglio per i propri figli, ma spesso non conoscono realmente il contesto e le peculiarità dello sport giovanile; di frequente le loro convinzioni si rifanno a quanto appare dai mass media, dove l’enfasi è usualmente solo sulla vittoria, esasperata ed a volte ricercata a tutti i costi.
Può anche essere utile spiegare ai genitori in maniera sintetica qual è il percorso motorio che può portare i giovani a sviluppare in maniera ottimale le proprie capacità e ad acquisire, al di là dei gesti tecnici, molteplici abilità.” (da “Insegnare per allenare”, SdS Edizioni, 2016).

Laura Bortoli suggerisce pure un esempio di codice di condotta da consegnare (ogni associazione sportiva dovrebbe farlo) ai genitori, riportato dagli autori Weinberg e Gould (2014):

- resta nell’area degli spettatori durante le gare;

- non dare consigli all’allenatore su come deve allenare;

- non fare commenti offensivi nei confronti di tecnici, giudici di gara o altri genitori;

- non dare istruzioni a tuo figlio durante le gare;

- non bere alcolici durante le gare e non andare alle gare se hai bevuto troppo;

- fai il tifo per la squadra di tuo figlio;

- mostra interesse, entusiasmo e sostegno a tuo figlio;

- controlla le tue emozioni;

- renditi disponibile ad aiutare se ti viene richiesto dagli allenatori o dai giudici di gara;

- ringrazia gli allenatori, i giudici di gara e gli altri volontari che hanno contribuito all’organizzazione  dell’evento.

Per ora mi fermo qui. Per ora.


lunedì 18 gennaio 2021

DELLA NECESSITA', DELL'ADATTAMENTO

(Ph by Encyclopædia Britannica, Inc.)

“La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio di adattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo.”
(Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947)

“Ha da passà ‘a nuttata”. Il traslato però non aiuta, dacché la pandemia ‘gira’ dalle nostre parti da più di un anno e, in barba al vaccino, continuerà a ‘lavorare’ per almeno un altro anno buono.

Ci incazziamo coi no-vax, malediciamo chi ci governa, ci incazziamo con chi indossa le mascherine, insultiamo chi le tiene sotto il naso; rivendichiamo il nostro diritto a muoverci liberamente così come invochiamo lunghissimi lockdown e coprifuoco.

Ma il virus fa il virus e va avanti per la sua strada. Mentre continuiamo a far finta che tutto ‘rientrerà’, che il mondo tornerà a girare secondo regole, abitudini e nevrosi pre-Covid, perdiamo tempo preziosissimo.

È cambiato il modo di fare scuola - detto banalmente così - di praticare e seguire lo sport. La pandemia mette a nudo certe grottesche nefandezze dei sistemi di valutazione scolastica. Non si può verificare la preparazione di un alunno facendolo bendare dinanzi al suo laptop; ma qualcuno l’ha fatto.

Non si può - non si potrà forse ancora per un paio d’anni - partecipare alle manifestazioni sportive dove si corre insieme a migliaia di appassionati. Gli spalti di stadi e palazzetti dello sport saranno vuoti ancora per molto tempo.
Né della scuola né dello sport potremo mai fare a meno. Forse è arrivato il momento di adattarci, progettando quel cambiamento, necessario e ora improcrastinabile, forse mai agìto per molle, umana pigrizia.

martedì 29 dicembre 2020

PRENDETE E MANGIATENE TUTTI


Sia chiaro: non ce l’ho con gli chef stellati. Né storco il muso dinanzi a certe genialità del marketing; e neppure mi scandalizzo quando in nome di un’economia da far ripartire si ‘benedicano’ patatine all’acrilammide oppure dolci dalla dubbia qualità degli ingredienti che li compongono.

Sia chiaro pure che non ce l’ho con chi ‘fa voti’ affinché si investa danaro pubblico per progetti formativi di imprenditori, locali o stranieri; illuminati o meno.
Senza denari non si canta la messa, recita il trito adagio levantino. D’accordo. Ma credo ci sia bisogno anche d’altro, soprattutto in questo particolare momento storico. 

Il nostro è un tempo ‘complesso’, quanto mai incerto, dominato dalla precarietà dei valori e dal disorientamento, che trovano espressione compiuta in quel disagio giovanile del quale, a me pare, troppi parlano e pochissimi – soprattutto a livello istituzionale – si preoccupano, con scienza e coscienza.

La crescente fragilità dei sistemi relazionali – quelli familiari e non – come quella dei sistemi economici e del lavoro determinano quel senso di precarietà e di smarrimento che riconosciamo nei nostri giovani, sempre meno capaci di progettare e ‘progettarsi’, per il futuro, anche a breve termine.

Da educatore e tecnico dello sport credo ferocemente nell’efficacia di un’educazione orientata alla comprensione della “complessità del reale”. Lo Sport – il vivere lo sport come tirocinio alla mutevolezza dell’esistenza – con le sue opportunità di confronto, di dialogo, di relazioni ‘giocate’ con il corpo e la mente, può educare alla capacità di scelta e alla capacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Così da poter pure distinguere tra un cibo spazzatura e qualcosa di egualmente gustoso, ma più sano.

Esiste finanche – pensate un po’ – un’imprenditoria sportiva buona che, in soldoni, non fa solo cassa. Quell’imprenditoria avrebbe bisogno di far proprie alcune lezioni di marketing dello chef stellato di turno; e pure delle concrete attenzioni delle istituzioni locali e nazionali.

venerdì 25 dicembre 2020

SFIDE PER POCHI


Mi piacciono le sfide sportive, che sono sempre ragionate; ponderate.
Le sfide, in questo senso, non hanno nulla a che vedere con le scommesse (io che non gioco manco il “gratta e vinci”).

Le sfide che intendo io sono sempre progetti condivisi, al cui centro c’è sempre l’atleta. L’obiettivo, il primo, il più importante, è la sua autonomia, che non significa fare a meno degli altri, ma la piena realizzazione della sintonia tra l'atleta stesso, la realtà circostante e tutte le persone che, a vario titolo, partecipano al progetto.

C'è bisogno pure di fiducia. Tanta fiducia. E di coraggio, di cui, inevitabilmente, l'atleta dovrà armarsi. Perché per raggiungere gli obiettivi più nobili è necessario, ad un certo punto, cambiare, abbandonare certe rassicuranti consuetudini e nascere altrove; per crescere.

Il successo, quello vero, è per pochi. (Quanti atleti - e non solo - si son persi per strada). 

Auguro a me stesso e ai miei compagni di viaggio ogni migliore energia volta alla realizzazione di progetti buoni. 
Buon Natale.

lunedì 21 dicembre 2020

IL PROGRAMMA

 


C’è sempre bisogno di “qualcosa di scritto”. Sì, carta canta.

‒ Me lo fai un programma? ‒ è il refrain dell’atleta (o anche pseudo tale) che sogna il successo e che non vuole perder tempo a pensare, a ragionare sul da farsi.

Il programma è il programma di allenamento, of course. La bacchetta magica, l’abracadabra che tiene lontani gli infortuni di ogni sorta; la “coperta di Linus” da stringere a sé ogni qualvolta il pensiero va all’imminente competizione.

Il programma di allenamento lo vogliono liofilizzato, buttato dentro un bicchiere: due giri di cucchiaino in acqua calda, e via.
Hai voglia a ragionare di pianificazione, periodizzazione e poi – molto poi – di programmazione e, quindi, di programma; di questo distillato, sovente, si ignora del tutto la genesi; soprattutto la storia personale di chi l’ha prodotto.

È così che gli allenatori diventano distillatori di numeri in successione sessagesimale; essi trasformano i sogni in verità approssimate. E, in fondo, qualcuno tra loro gongola pure quando ciclicamente torna il puerile refrain.

‒ Me lo fai un programma?

lunedì 14 dicembre 2020

CUM GRANO SALIS

 

Giovanni Grano vince il Campionato Italiano di Maratona 2020 a Reggio Emilia (ph da Atleticalive.it)

Giovanni Grano (Nuova Atletica Isernia) è il nuovo campione italiano di maratona. La sua prestazione mi ha molto colpito: un atleta molisano, non di primissima fascia - absit iniuria verbis - porta a casa in un colpo solo sia un titolo sportivo assai prestigioso, sia il primato personale (2:14:31) sulla distanza più consona alle sue attitudini atletiche (scorrendo la statistica delle sue migliori prestazioni noto un datato 30:21.5 sui 10000m in pista e un recente 1:04:06 nella mezza maratona).

Leggo sul sito federale, Fidal.it, che Giovanni Grano vive in Svizzera da quattro anni e lavora a tempo pieno come ricercatore di informatica presso l'università di Zurigo.

Giovanni Grano segue i programmi di Luciano Di Pardo, suo allenatore da sempre (ed anche allenatore dell'abruzzese Daniele D'Onofrio (Fiamme Oro), fresco reduce dalla maratona di Valencia, dove ha esordito col tempo di 2:15:40).

Giovanni Grano, dunque, non si allena 'a tempo pieno'. E non indossa una divisa militare. Fa, evidentemente, il giusto; ciò che gli ha permesso, comunque, di capitalizzare i talenti che ha.

Si può quindi studiare, lavorare, allenarsi ed esprimersi al meglio delle proprie potenzialità.

Cum Grano salis. Cum Grano cogito...

venerdì 11 dicembre 2020

INNOCUI NARCISISMI AFFETTUOSI



Spesso Facebook diventa la vetrina privilegiata di innocui narcisismi affettuosi. Definisco così quei post che celebrano imprese e pseudo-imprese di atleti, o pseudo tali, dimenticate un po' da tutti, fuorché dagli estensori di quegli stessi post.

Sovente sono foto ingiallite, per nulla a fuoco, oppure foto da smartphone di vecchie classifiche battute a macchina e tirate al ciclostile.

Ogni tanto cedo anch'io alla tentazione di mostrare al mondo - perché crediamo davvero che Facebook sia tutto il mondo - che da ragazzino e da giovanotto qualcosa sapevo fare, sgambettando.

E quindi ecco saltar fuori, grazie all'amico Augusto, un paio di ritagli tratti dalla rivista federale "Atletica". Piccola archeologia sportiva giovanile. Era il 1981, "luglio flagrava", ed io, coi miei 'pochi' sedici anni, correvo 12 km a 3:17.2/km...

lunedì 19 ottobre 2020

HOMBRE VERTICAL


 
Quanto valgono gli esempi che quotidianamente ci offre Alessio, col suo procedere silenzioso e determinato?
Quanto valgono la sua crescita sportiva e umana costanti, senza clamori, la sua fedeltà ai valori che guidano ogni suo passo, la tenacia e la speranza nei momenti più difficili?
Quanto vale la sua lealtà? Quanto la sua modestia (che non è altro che un onestissimo, limpido senso della realtà)?

Nella mia carriera ho allenato numerosissimi atleti; talenti notevolissimi, Campioni ed anche molti ‘amatori’ dal curricolo sportivo povero assai; ed oggi posso dire che Alessio Bisogno è quello che ha radicato in me la convinzione che il titolo più prestigioso è nel raggiungere, anche solo per un momento, quel traguardo simbolico e per nulla mondano che può bastare a dare un senso alla vita intera; e a illuminare un po’ anche l’esistenza altrui.

Grazie di questi magnifici quindici anni di compagnia e di Amicizia, Alessio.

martedì 15 settembre 2020

FERMI TUTTI

 

Ci preoccupiamo, giustamente, dell’educazione civica dei nostri ragazzi; progettiamo currricoli verticali laboriosissimi, ‘difficili’, pesando ore, minuti, secondi da dedicare annualmente a qualcosa che, a me pare, tende, mestamente, a piegare sulla china dell’ennesimo, italico, complicato esercizio burocratico.

Da maestro della scuola Primaria, che lavora in un plesso scolastico con organizzazione oraria a tempo pieno, ho anche altre preoccupazioni, più 'elementari' e urgenti. Vengo perciò subito al dunque.

Qualcuno ha pensato alle conseguenze di otto ore filate inchiodati ad un banco - le uscite dall'aula saranno contingentate per i noti motivi sanitari - ricreazione e post mensa inclusi, con l'ora di educazione fisica da praticare possibilmente all'aperto (dove?) o all'interno di palestre che garantiscano un'adeguata aerazione e il dovuto distanziamento interpersonale di due metri?

Qualcuno ha pensato all'aggressività, alla rabbia represse, 'compresse', dei nostri bambini? E il sistema immunitario, dentro quelle otto ore, che sorte avrà?

Ma non c'è solo questo.

Il bambino - e non solo il bambino - apprende attraverso il movimento, il gioco; è storia nota. 
Di più: "L'apprendimento logico-matematico o logico-razionale non è un apprendimento attraverso i sensi, ma è legato alle azioni che si compiono per risolvere problemi. I problemi che vengono affrontati, partendo dai bambini, che vi si approcciano attraverso il gioco, attraverso l'esperienza ludica, fino ai problemi che vengono affrontati anche alle scuole superiori o all'università, sono sempre, in ogni caso legati  - anche se sotto forma di euristica - all'associazione alle proprie esperienze motorie; perciò il partire dalle esperienze motorie, in ogni caso, anche per le istruzioni di tipo superiore, è di fondamentale importanza...". (Beppe Pea, "Dal corpo alla matematica", intervista del 1 dicembre 2016).

Qualcuno avrà testa e cuore per un curricolo, 'vero', praticabile, per l'Educazione al Corpo e al Movimento?

lunedì 24 agosto 2020

LA FIDAL E LA SCUOLA: NUNC EST MOVENDUM!


La FIDAL nazionale andrà a elezioni. Presto, parrebbe. Quale che sarà il suo nuovo governo, una cosa è certa: se non saprà riannodare i fili con la Scuola – non parlo di pallidi tentativi buoni a guarnire trite campagne elettorali, ma di un solido progetto condiviso – perderà l’ultima occasione per garantire futuro al suo movimento, e non solo a quello (parlo di futuro prossimo; qualcosa di drammaticamente concreto e vicino). 
E quando parlo di Scuola non intendo ‘solo’ la Secondaria di primo e secondo grado. Parlo anche, e soprattutto, di Scuola Primaria

Qualcuno in Federazione sa – o dovrebbe sapere – che le palestre scolastiche italiane (laddove esistono) in questo momento sono diventate dei bizzarri “non luoghi” in attesa di un “da farsi” pedagogico-didattico tutto in mente Dei; palestre comunque chiuse alle associazioni sportive dilettantistiche. 

Quante ore effettive di educazione fisica praticheranno i nostri alunni? E la già ‘risicatissima’ educazione motoria nella Scuola Primaria, che fine farà? 

Qualche idea ce l’avrei, ma bisogna cominciare a lavorarci da subito. Tanto, da quel che so, ‘ste olimpiadi salteranno un giro…

giovedì 13 agosto 2020

IL CORRIDORE PERFETTO

 

Steve Ovett

Avevo dodici-tredici anni ed ero già malato di atletica leggera. A quel tempo i miei eroi del mezzofondo, della marcia e della velocità si confondevano con i supereroi della Marvel Comics; e non era infrequente per me tifare Spider-Man e Pietro Mennea, e magari vederli pure gareggiare insieme (con la fantasia, ci mancherebbe; ah, la fantasia...).

Intorno ai sedici anni però non mi bastava più il risultato metrico/cronometrico monstre: il mio supereroe del mezzofondo - o della marcia, o della velocità - doveva arrivare davanti, sì, ma esprimendo un gesto atletico nobilissimo; esteticamente sublime e perciò terribilmente efficace. 

Fu Augusto Vancini, Amico fraterno, a farmi conoscere Steve Ovett, mezzofondista britannico dal talento precocissimo e limpido come il cristallo. Conobbi Ovett e la sua storia che avevo quindici anni.

Tanto si è scritto del dualismo epico di Steve Ovett con il connazionale Sebastian Coe (a tal proposito mi permetto di suggerire la lettura dell'ottimo libro dell'amico Maurizio Ruggeri: "I rivali perfetti. Steve Ovett e Sebastian Coe: se amavi l'uno, odiavi l'altro"). Tanto si è scritto del personaggio Ovett, definito antipatico e maleducato da chi aveva interesse a vendere qualche copia in più sfruttando una puerile contrapposizione col rivale Coe, a cui, tra i tantissimi pregi, si attribuivano garbo e simpatia.

Ma a me sta simpatico assai Steve Ovett, oggi più di ieri. Il corridore perfetto, bello ed efficace dagli 800 ai 5000; capace di correre da front runner anche nei difficili cross britannici (lunghi anche 14 km). Il suo immenso eclettismo atletico è stato da un lato il freno ad una carriera comunque luminosissima, dall'altro il motivo dell'affetto profondo e sincero e dell'ammirazione che nutro nei suoi riguardi.

Steve Ovett, un purosangue leggendario capace di dimenticare il se stesso campione, di chiuderlo in un cassetto e fare altro. Lo Sport vissuto ai massimi livelli e poi messo 'tra parentesi', come espressione massima di una inarrivabile autoironia.

You find out a lot of about yourself through athletics. If you’re cut out to be a winner or a failure or a quitter, athletics will bring it out of you. You’re always stripping yourself down to the bones of your personality. And sometimes you just get a glimpse of the kind of talent you’ve been given. Sometimes I run and I don’t even feel the effort of running. I don’t even feel the ground. I’m just drifting. Incredible feeling. All the agony and the frustation, they’re all justified by one moment like that.
(Steve Ovett)









venerdì 31 luglio 2020

L'UMANITA', PRIMA DELLA TECNICA


Ci sono date di cui bisogna serbare memoria per più di una ragione; per motivi personali, di narcisismo buono – ed io non faccio nulla per sottrarmi a questo innocuo esercizio di vanità, che può pure addolcire l’esistenza – e per questioni più ‘serie’, legate ad una riflessione che mi fa piacere condividere con chi legge queste mie poche righe puerili.

Oggi dunque, 31 luglio 2020, voglio ricordare un altro 31 luglio, quello del 1992. Quel giorno mio fratello vinse il bronzo nella 20 km di marcia alle Olimpiadi di Barcellona. Fu l’unica medaglia per l’atletica leggera in quell’edizione dei giochi olimpici.

Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver costituito e tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.

domenica 5 luglio 2020

DEL TALENTO, DI NUOVO



L'alto livello nello sport si costruisce fin dalle categorie giovanili, posto che vi sia il pieno rispetto del talento con cui si lavora. Vincere titoli nazionali nelle categorie giovanili pascendosi di pericolose illusioni conduce a drop out scontati. Scrive Winfried Joch (1992): "Ha talento, oppure è un talento, colui che, sulla base di disposizioni delle disponibilità alla prestazione e delle possibilità che gli sono offerte dall'ambiente nel quale vive, ottiene (possibilmente in gara) risultati della prestazione superiori alla media della sua età, ma suscettibili di sviluppo. Tali risultati dovranno essere il prodotto di un processo attivo di trasformazione, pedagogicamente guidato e controllato attraverso l'allenamento, che è orientato in modo determinato verso quell'elevato livello di prestazione sportiva che dovrà essere svolto successivamente". 

Nell'allenamento del giovane, gli allenatori devono lasciarsi margine; bisogna sapersi accontentare dei risultati ottenuti senza insistere sulla disciplina che dà più "frutto". In Italia è assai frequente che l’allenatore non esperto si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere.

Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore meno esperto e competente affida il ‘suo’ giovane atleta ad un allenatore specialista di chiara fama. 
Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (dai 20 anni in su per un atleta dell’endurance), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Amo immaginare un progetto per l’alto livello nello sport dove i tecnici di base o meno esperti, una volta affidati i loro talenti ad allenatori specialisti di comprovata esperienza internazionale, possano ‘andare a bottega’ da questi ultimi, continuando a percepire un incentivo economico per l’atleta allenato anche dopo il passaggio di consegne e per tutta la sua carriera; tutto ciò avrebbe una duplice ricaduta positiva: rendere meno traumatico possibile il cambiamento nella vita sportiva (e non solo) del giovane atleta, e offrire al tecnico di base sia opportunità formative di qualità, sia un gratificante, oltre che meritato, incentivo economico.

lunedì 18 maggio 2020

NASCONDISMO


Leggevo del “Covid-like”, ovvero l’ennesimo triplo carpiato con avvitamento di un virus che ha surclassato nell’arte del ‘nascondismo’ il Tonino Mutandari di Corrado Guzzanti.

Al popolo di santi, poeti, navigatori e virologi mancava la versione camouflage - il Covid-like, appunto - di un bastardo “che di sé non ha coscienza”, che non dà sintomi, non viene rilevato dal tampone, ma produce ugualmente lesioni polmonari.

Ho capito: il prossimo investimento sarà un tomografo computerizzato di ultima generazione, da sistemare in salotto accanto alle orchidee di Evelina. E già che ci sono ingaggerò pure un radiologo a gettone che passerà al setaccio i miei alveoli polmonari dopo ogni passeggiata con Tonino.

Temo però che per l’anima e le sue inquietudini dovrò cavarmela da solo, as usual.

venerdì 1 maggio 2020

ALTRI PODI (IL CAMPIONE DOPO)


Ventisei anni fa moriva Ayrton Senna, il più umano tra i piloti di formula uno. Sembra davvero ieri.

Lo conobbi incrociandolo sul tratto di lungomare vicino casa mia, alla fine degli anni ‘80. Era quasi l’alba e correvamo entrambi.
Fu molto gentile e mi permise di scambiare quattro chiacchiere per circa un chilometro. Mi disse che ero fortunato a vivere a Pescara.

Ogni anno, dopo quel tragico 1 maggio, amo ricordarlo con un pensiero.
Questo è ciò che scrissi cinque anni fa.
Buona lettura, o rilettura, Se Vi va.

Chi non ha elaborato il lutto della perdita del proprio ruolo professionale (questa può essere la condizione degli atleti di livello medio-alto, chiusa la carriera agonistica), spesso ha dinanzi a sé due vie: quella del moto perpetuo alla ricerca di una patetica visibilità ad ogni costo (teatrini pseudo-politici inclusi), oppure il mesto sentiero dell'oblio, cercato con pervicace volontà, non senza maledire gli uomini e talvolta anche il Cielo.

Penso ad Ayrton Senna, uno che il lutto lo elaborò in silenzio durante gli anni migliori della sua carriera, fino a qualche mese prima di morire, a Imola, in quel tragico primo maggio del 1994: l'istituto che porta il suo nome (Instituto Ayrton Senna), fondato dal pilota nell’inverno del 1993, fino ad oggi ha realizzato programmi di scolarizzazione e assistenza medica per oltre 16 milioni di bambini.

(“L’istituto incassa 2 milioni e mezzo l’anno dalle royalties sui prodotti a marchio Senna – spiega Claudio Giovannone, padrino per l’Europa dell’Istituto Ayrton Senna – e li spende tutti in programmi di assistenza all’infanzia: dallo studio al gioco, alle cure mediche, per cercare di dare al maggior numero possibile di bambini brasiliani la possibilità di avere un futuro”).

"I ricchi non possono vivere su un'isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità". (Ayrton Senna)

martedì 14 aprile 2020

RIPENSARE LO SPORT (THE SHOW COULD GO OFF)


Credo che gli effetti prodotti dalla pandemia sulle relazioni sociali e sugli stili di vita ci obbligherà a ripensare lo sport in una dimensione assolutamente nuova e difficilmente gestibile con le categorie con cui eravamo abituati a organizzare la nostra esistenza.

Molti miei colleghi che si occupano di "alto livello" nello sport si preoccupano, giustamente, della programmazione e gestione dell'allenamento di atleti che hanno tra i loro obiettivi principali la partecipazione - con le giuste ambizioni di successo - alle olimpiadi e agli altri eventi sportivi internazionali procrastinati per il Covid-19. Tra restrizioni e incertezze, allenatori e atleti vanno comunque avanti, nella convinzione che l'impegno debba essere orientato verso il mantenimento di una condizione atletica che garantisca, finita l'emergenza, un pronto ritorno ai valori di eccellenza necessari per competere al meglio delle capacità individuali e di squadra.

Ma non esistono solo le olimpiadi e i mondiali, obiettivi mitici e raggiungibili solo da un'esigua fetta della popolazione. Penso alla salute psicofisica di ognuno di noi, all'immenso e paziente lavoro che bisognerà agire sui bambini e sui ragazzi, oggi più di ieri a rischio di un analfabetismo psicomotorio di sola andata, più che di ritorno. Allo stesso modo penso agli adulti, i cosiddetti tardo-adulti e gli anziani. L'ipocinesi non è meno insidiosa del Covid-19.

Parcheggiato il sogno di New York, Londra, Roma o Berlino (parlo delle maratone), almeno per un po', sarà necessario garantire alle moltitudini in pausa altri artifizi ludico-motori, magari meno narcissici e finalmente più vicini ad un'idea equilibrata di benessere.
Ne saremo capaci? Non so, ma è una sfida avvincente, oltreché necessaria.

mercoledì 8 aprile 2020

QUANDO UNA STELLA MUORE

(Foto: ANSA)
Il virus ingoia i miti e la povera gente. E assieme ad essi ogni puerile speranza di essere prossimi all’uscita di un tunnel ancora troppo, troppo buio.

E quando ad andarsene è un ex atleta (quando si è stati così grandi la preposizione latina “ex” stona assai) dal talento immenso e sfortunato, uno che hai avuto il privilegio di conoscere di persona, allora è come se ti mancasse la terra sotto i piedi.

Donato Sabia è morto. Ed io lo ricordo a Seoul, la mia prima olimpiade da allenatore; la sua ultima olimpiade da atleta. Allora aveva venticinque anni. Giovanissimo e già capace, l’anno prima, di dire no al doping, all’overboost che muta gli ‘aurei’ brocchi in purosangue.

Il Mito come narrazione buona, buona pedagogia sportiva da imitare, nella semplicità e nel coraggio di scelte esistenziali che definiscono un’etica fin troppo limpida per il nostro povero mondo.

Troppo presto ha appeso le scarpe al chiodo; troppo presto se n’è andato, Donato Sabia.

“Quando una stella muore, fa male...”, canta Giorgia.

lunedì 30 marzo 2020

DIDATTICA E DISTANZE



La 'quarantena nazionale' durerà più di quaranta giorni. E così pure il 'digiuno' da certe consuetudini  messe alla frusta da una necessità oggi sconosciuta a molti di noi, quella di apprendere, velocemente, ciò che intendeva Henry David Thoreau nel suo "Walden ovvero Vita nei boschi":

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici».

Già, "falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici".

Già, la semplicità.

Perciò penso al mio impegno nella scuola, alle mille e una difficoltà che bimbi e ragazzi (ma anche docenti e genitori) si trovano  a vivere oggi in un'esperienza scolastica che certuni, sbrigativamente, ritengono essere "diversa e piena di opportunità".

Sappiamo bene che empatia e simpatia non si ottengono facendo download o 'materializzandosi', più o meno virtualmente, attraverso display e monitor dei diversi device utilizzati. Ricordo pure a me stesso che le piattaforme digitali per le classi virtuali sono ancora una chimera per molti studenti ed insegnanti. Il digital divide è una realtà che credo confligga con le convinzioni della ministra dell'Istruzione, forse improntate ad un eccessivo ottimismo: "Il 67% delle scuole con didattica a distanza" (in Senato il 26 marzo u.s.).

Non tutti i bimbi e i ragazzi possono disporre a casa di un computer e/o un tablet, spesso usati dai loro genitori per lo smart working; stampare i materiali didattici inviati sta diventando una missione impossibile. La maggior parte dei genitori ha difficoltà nell'uso del software in uso negli istituti dei loro figlioli. Molti docenti sono 'semi-analfabeti' in ordine alla didattica digitale.

E comunque, anche se il 67% delle scuole italiane è capace di realizzare la didattica a distanza, il 33% di quelli che non possono realizzarla è un dato davvero inquietante.

"Falciare ampio e raso terra", scriveva Henry David Thoreau. È tempo che si torni tutti a scuola, per recuperare davvero l'essenza di una relazione fin troppo 'edulcorata' da certi 'pifferai magici' delle nuove tecnologie e dal loro bisogno di fare cassa sulla pelle dei nostri figli, soffiando su risibili narcisismi digitali di molti - troppi? - zelanti 'professori'.

Soluzioni a buon mercato per risolvere le mille e più difficoltà dell'essere comunità educante, in questo momento, non esistono. Non ci sono bacchette di Harry Potter capaci di rendere 'piano' e senza inciampi un percorso che era difficile e pieno di ostacoli ben prima dello tsunami del Covid-19.

Esiste però il buon senso, l'impegno continuo e appassionato di Tutti, la capacità di ascoltare, di esprimersi senza il timore di venir giudicati, una volta per tutte, in ogni occasione di confronto dialogico; bisogna lavorare sulla capacità di rimettersi in gioco e costruire con rinnovata sensibilità umana, insieme agli altri, strumenti e metodi utili per crescere.

Noi, Tutti Noi, nonostante gli inevitabili momenti di stanchezza e sconforto, stiamo lavorando a questo. E sapere di essere tutt'altro che soli, nonostante tutto, ci dà una forza immensa.

martedì 17 marzo 2020

RESALIO


Lo Sport può essere una palestra esistenziale perfetta, dove nell’esasperazione delle difficoltà, vissute nel corpo e nella mente, è possibile migliorare quella capacità psicologica preziosissima che è la resilienza. 

“Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per 
risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni 
rovesciate con il verbo «resalio». Forse il nome della qualità di chi non perde mai la 
speranza e continua a lottare contro le avversità, la resilienza, deriva da qui”. 
(Trabucchi, 2007). 

Lo Sport contemporaneo, ossessionato dalla ricerca del risultato, del primato agonistico ad ogni costo, ha perso di vista uno degli oggetti originari e principali del suo esistere: la formazione di individui capaci di fronteggiare stress e difficoltà, non solo in ambito sportivo. 

Se non si riparte dall’Educazione temo che non solo non avremo più Campioni veri, ma perderemo, definitivamente, il senso, e così i vantaggi, di una meravigliosa, necessaria opportunità.

giovedì 12 marzo 2020

PICCOLE PAURE DEVASTANTI


- Signore, si allontani!

Sono al supermercato di fronte casa. È il mio quartiere. Gente che conosco e che mi riconosce. Ma la signora che mi intima di stare distante, in prossimità del banco salumi, non so chi sia - ha la mascherina - e mi fa paura, oltre a generare in me un sentimento di imbarazzo misto a puerile vergogna.
Faccio due passi indietro e mi scuso con lei, arrossendo.

Il direttore del supermercato vede la scena e mi sorride, imbarazzato pure lui. È il figlio di un mio carissimo amico. Gli sorrido pure io, ma faccio fatica. Anche lui fa fatica (è dalle cinque del mattino che è in piedi).

Un uomo avanti con l'età cerca di infilarsi i guanti che danno all'ingresso. Ce l'ho di fianco, a circa un metro. Stavolta dovrei essere tranquillo. Ma quello non riesce a scollare i lembi dei guanti del reparto ortofrutta, e quindi trova sensato sputarsi sulle dita per 'scollarli'.
Questa volta alla paura che mi corre per la schiena segue uno stentoreo 'NGULAMMAMMETE - tutto interiore, per carità.

Ci si odia e si trema, tra angusti scaffali semivuoti. Un odio ridiretto e antico, per molti quasi necessario.

Bramo l'uscita. Fuori ci si odia di meno, mi pare.
Ma la via che porta alla cassa è una tonnara, coi clienti che hanno la testa minacciosa e piena di punte - lo so, sto delirando - come il Coronavirus...

Infilo barattoli, pacchi e pacchetti nelle buste, muovendomi come un capitone il mattino del 31 dicembre. Digitare il pagamento mi dà quasi piacere.
Ce l'ho fatta, sono fuori!

Purtroppo ho dimenticato le uova e il napisan. Voglio morire.

mercoledì 4 marzo 2020

QUALI TALENTI?


Lancio la trita provocazione, fidando nella benevolenza di chi legge e nel risibile alibi del panico da virus pandemico, qualora sparassi solenni baggianate.

“Nello sport di vertice attuale si definisce talento un soggetto che, tenuto conto dell’allenamento già realizzato, è capace di prestazioni sportive superiori alla media rispetto a gruppi di riferimento di soggetti dello stesso livello di sviluppo biologico e con abitudini di vita simili. Per cui, tenendo conto delle disposizioni personali interne (endogene) alla prestazione e di condizioni esterne (esogene), si può ragionevolmente supporre e, in particolare, si può determinare attraverso modelli matematici, che nella successiva fase di sviluppo potrà ottenere prestazioni sportive di alto livello” (Hohmann, Carl, 2001).

Bene, attraverso la citazione di Hohmann, si può provare a riflettere sul concetto spinoso di talento sportivo. Sembra chiaro – purtroppo non a tutti – che per avere dei campioni nello sport (ma campioni veri, mica chiacchiere!) occorre lavorare su talenti veri. È altrettanto evidente che dalle nostre parti – così come altrove – un bambino che sgambetta decentemente, e che magari vince qualche competizione stradale nelle infinite sagre paesane estive, spesso finisce con l'alimentare i sogni di gloria dei propri familiari, così come il chiassoso fanatismo di amici e conoscenti. Un ‘onesto’ allenatore, dal talento non necessariamente eccelso, sa come evitare le trappole dei “tutori dei talenti per forza”, quei genitori, parenti e ‘affini’ convinti fino allo spasimo della straordinaria bravura e del conseguente futuro luminoso dei loro ‘protetti’.

Un buon allenatore, quindi, cercherà, quanto più potrà, di tenersi a distanza dall’esercito di campioni mancati e mancanti, col loro coro di supporters, consanguinei e non, capaci di alitare sul collo del malcapitato di turno la propria livorosa apprensione, anche a parecchi chilometri di distanza. Pia è l’illusione di convincere costoro della pericolosità del loro agire nevrotico.

All’uopo, come spesso accade in questi miei post, ci viene in soccorso il grande Flaiano: “Il peggio che può capitare ad un genio (così come ad un talento sportivo, nds) è di essere compreso”.

mercoledì 19 febbraio 2020

LA MARCIA 'AL COPERTO'

Jozef Pribilinec e Michail Schennikov
È noto ai più che io di marcia capisca poco. Ed è opinione diffusa che agli ignoranti non faccia difetto l'impudenza. Perciò, apertis verbis, una riflessione voglio farla.

Credo molto nell'utilità delle competizioni indoor come occasioni di verifica tecnica per chi pratica la marcia.

C'è - sempre a mio modestissimo giudizio - una coerenza formidabile tra l'esasperazione controllata di un gesto magnificamente innaturale e la sua trasposizione sulle distanze più lunghe, olimpiche.

Un tempo - invero non molti anni fa - i migliori atleti del 'tacco-punta' non si sottraevano a questa verifica. Anzi, la cercavano con forte convinzione.

Un tempo - invero non molti anni fa - i marciatori esprimevano un gesto tecnico non peggiore di quello odierno (tutt'altro che peggiore, altroché).

Quanti marciatori (e marciatrici, of course) parteciperanno ai prossimi Campionati Italiani Assoluti Indoor? Pochi, io credo.
Ma questo è il pensiero di chi la marcia la conosce così così.

giovedì 13 febbraio 2020

IL TEMPO DEL TALENTO


È probabile che in molti si abbia un'idea abbastanza confusa, finanche assolutamente errata del sostantivo "talento".
Bastasse il talento per arrivare davanti, per affermarsi nella vita (ah, che brutta espressione!).

L’intelligenza – più spesso l’intuito, che del talento è il distillato preziosissimo – può fare la differenza tra un ‘aureo brocco’, sempre in cerca di alibi per i propri obiettivi disattesi, e un campione.
Sono le scelte opportune, operate velocemente e senza indugi a marcare questa differenza. Quel cogliere il momento opportuno, seguire la persona giusta, il giusto indirizzo; ciò che gli antichi greci chiamavano Kαιρός.

Kairòs, traslitterato in italiano, è quindi il Tempo della qualità. Qualcosa che può avere a che fare col fato benevolo, ma che ha comunque bisogno di un'intelligenza veloce per essere riconosciuto e colto.

Nello sport, come in tutte le attività umane, bisogna sempre fare i conti col Tempo, che non è solo Κρόνος (Krònos)la successione logica di secondi, minuti, ore...

venerdì 7 febbraio 2020

QUANDO SI SALTA UN GIRO

(ph Jae C. Hong/AP, Washington Post)
Per ora non si parla di "cancellazione dell'evento", almeno non tra gli uomini super efficienti del Comitato Organizzatore di Tokyo 2020, col Direttore Generale, Toshiro Muto (già governatore della Banca del Giappone) impegnato a garantire "lo svolgimento delle Olimpiadi in sicurezza per spettatori, staff e atleti".

E se saltassero davvero? Non sarebbe la prima volta. Le Olimpiadi moderne non si svolsero nel 1916, nel 1940 e nel 1944 a causa delle due guerre mondiali.

"Primum vivere deinde ludere", verrebbe da dire. E già, perché la pandemia sembra stia riportando drammaticamente in bolla quel senso della realtà che l'eterna società dello spettacolo ha smembrato in infiniti teatrini individuali e narcissici.

Prima la salute, quindi, poi si penserà alle Olimpiadi. E mi viene da sorridere un po' - solo un po' - ché se con la lotta al doping - che è innanzi tutto un impegno a tutela della salute - non si è riusciti a fermare, anche solo temporaneamente, il Circo Barnum di certo sport mondiale, allora forse una pandemia...

E poi nella vita non c'è solo lo sport, mi pare.

giovedì 28 novembre 2019

NUNC SCRIBENDUM EST

Donna Luisetta de Benedictis
Ma chi è l’uomo medio? È colui che ha negato per secoli che la terra girasse, che ha gettato nel rogo le streghe e ha bruciato i pazzi; che ha massacrato Pisacane e gli eroi del Risorgimento. È colui che è destinato a essere smentito dalla storia, dalla vita e dalla scienza, mentre la Società si evolve e si trasforma!…
Vuoi vedere che l’uomo medio sono io? (Marcello Marchesi)

Oggi voglio divagare, e lasciare lo sport altrove. Oggi si parlerà di imitatio, imitazione, mimesis se volete, e di origini.
L’antropologo francese René Girard pone l’imitazione come istanza fondamentale dell’agire umano. Non occorre addentrarsi in discorsi antropologici e psico-filosofici, o essere insegnanti, per comprendere l’importanza dell’imitazione nei processi di apprendimento. Dal canto mio, in modo maldestramente empirico, posso citare la mia esperienza di scribacchino appassionato, iniziata proprio per imitazione (una strana forma di questa, in verità).

Ho imparato a leggere molto presto, prima dei cinque anni. Mio nonno era un lettore infaticabile; mia madre continua a divorare libri. Ma la forza della narrazione entrò prepotentemente nella mia vita ben prima che imparassi i segreti della lettura. Dai discorsi familiari infiniti, che si facevano nei lunghi pomeriggi d’inverno (quelli con poca televisione), appresi che avevo una sorta di missione da compiere; un “vivere per raccontarla”, tanto per citare Gabriel García Márquez. Certo, l’epica familiare dei de Benedictis ha agevolato il compimento di questo mio bizzarro destino. Gli ingredienti c’erano tutti. Intanto un re, Ferdinando I re di Napoli, detto il Ferrante. La rivolta dei baroni ribelli, contro la Corona. I mercenari al soldo della mia famiglia, a Francavilla, messi al servizio del Ferrante stesso. Il soggiorno del re nel palazzo dei miei. Il titolo di barone accordato nel 1457 ad Evangelista de Benedictis e ratificato cinquant’anni dopo. Qualche migliaio di ettari del feudo. E poi, tre secoli più tardi, la famiglia ad Ortona a Mare nel Palazzetto de Benedictis, già dei Vesij-Castiglione, col suo bel portale in pietra e la cisterna con un magnifico anello; le prime cariche pubbliche.

L’Ottocento portò il disappunto familiare per quella cugina che sposò un poco di buono, figlio di giocatori d’azzardo, inaffidabili e rosi dai debiti – a detta dei miei. Quella cugina era Donna Luisetta de Benedictis, la mamma del poeta Gabriele d'Annunzio.

Pier Saverio de Benedictis, padre del mio bisnonno, era tra gli sponsor del cenacolo di MichettiCascella e d’Annunzio (sempre rimanendo all’epica familiare). In una notte si giocò a carte almeno un centinaio di ettari della sua proprietà. Pier Saverio e la sua relazione “segreta” con una ballerina russa, Romanova il suo cognome; un figlio illegittimo, Bruto, con un cognome “locale”: l’italianizzazione di quello materno: Bruto Romagnoli. Bruto, “nascosto” a Roma; la sua strana infanzia ed adolescenza. La sua laurea in ingegneria e i soggiorni estivi ad Ortona all’ultimo piano del Palazzetto de Benedictis, (una specie di mansarda).

E poi il mio bisnonno, Gaetano de Benedictis, che iniziò a lavorare a quarant’anni; segretario comunale con funzioni di podestà. Un uomo buono e mite. Di lui si ricordano le centinaia di giovanotti riformati per scapolare la guerra; i documenti, preparati a tempo di record, per il sogno dell’Argentina. E tutto senza nulla in cambio (nonno Gaetano aveva un rapporto stranissimo col danaro e con la roba; aveva sempre avuto tutto il “necessario” e i soldi appartenevano ad un sistema economico “moderno” a cui non si era mai adattato).
Note erano le “truffe” dei mezzadri che, in processione il lunedì, gli comunicavano: “Lu baro’ sanne morte trenda pecore. E mo’?”, “Lu grane è poche”, e via dicendo. E lui che piangeva con loro, sempre dopo aver provveduto a “risarcirli”.
Il suo matrimonio con Flavia Cancellieri, nobildonna del Vasto, ricca discendente dei d’Avalos. Si innamorò del mio bisnonno attraverso una foto (ce l’ho ancora!) che lo ritrae baffi all’in su, vestito di bianco, panama incluso e bastone d’”ordinanza”.

La seconda guerra mondiale massacrò il mondo e segnò anche il destino dei de Benedictis.
Lo sfollamento, mio padre bambino trascinato per centinaia di chilometri assieme ai cuginetti.
Il rientro a Ortona, le mani sugli occhi per non vedere i soldati straziati che pendevano dai balconi.
E il socialismo “ufficioso” di mio nonno Mario, allora impiegato del catasto di Pescara; la spilla del partito scagliata con rabbia nel fiume Pescara alla notizia della caduta del fascismo; il suo socialismo “ufficiale” e il sindacalismo feroce dal 1945. La passione, inconciliabile, per d’Annunzio e Pasolini. La sua profonda cultura, come “coltivazione lenta e costante dello spirito”.
D’Annunzio e Pasolini. Il parente e l’amico.


Del primo all’inizio ho avuto quasi repulsione. È stato per me quasi una condanna. “Sei il nipote di d’Annunzio, quindi devi scrivere bene”, questo il refrain che ha accompagnato parte della mia infanzia e tutta la mia adolescenza. Tanto da determinare in me una specie di afasia, una impraticabilità della scrittura. A scuola passavo dal nove al quattro, al “non classificato”. Il piacere di scrivere non esisteva più. La narrazione si era interrotta. Oggi torno spesso a d’Annunzio, quello de “L’onda”, di “Meriggio”, in “Alcyone”. Non è stato facile fare pace con lui.

E poi Pasolini. Lo conobbi che avevo dieci anni. Aveva la forma di un libro posato in pila con altri, sul comodino di mio nonno Mario (era “L’odore dell’India”). Pasolini è l’amico timido e misterioso che ritrovai a trent’anni, cagione di un rinnovato entusiasmo intellettuale, ancora oggi compagno delle mie peregrinazioni notturne sui sentieri della poesia, della politica, della linguistica. Anche grazie a lui ho ridefinito il mio rapporto con la cultura. Cultura come impegno sul campo.

La vita può iniziare con una fiaba.


martedì 19 novembre 2019

UN FIORE PER VITTORIO


Per diritto d'anagrafe ho avuto la fortuna di conoscere l'Atletica Leggera, quella intrisa di sanguigna e limpida umanità, praticata quotidianamente sul campo, con i giovani e per i giovani, lontana anni luce dalla logica dello sport spettacolo. Quell’atletica che, forse, per un triste gioco del destino, se ne andò nell'agosto del 1985 con Vittorio Maturo.

Vittorio è stato uno dei più grandi talent scout dell’atletica italiana (il termine è però improprio in quanto Vittorio non traeva nessun provento da questa attività, anzi…). Tra le sue scoperte, su tutti, gli olimpionici della marcia Vittorio Visini e mio fratello Giovanni.

Ricordo Vittorio Maturo col suo broncio proverbiale – burbero dal cuore buono – col cronometro e la fettuccia, con i nastri di nylon bianco e rosso, con le paline, assediato dalla caciara di centinaia di ragazzini, per i circoli didattici e le scuole medie di Pescara e provincia.

Ci voleva bene Vittorio; ci voleva atleti infaticabili e bravi studenti (proverbiali i suoi blitz a scuola, a colloquio con i professori), corretti sul campo come nella vita.
Oggi sono insegnante anche grazie a lui – io, qualche anno fa, studente confuso, con troppi chilometri sulle gambe e poca energia da spendere altrove – a testimonianza di un affetto sincero, concreto, che andava ben oltre il momento sportivo.

Oggi rifletto sul senso di una vita, quella di Vittorio; penso al senso di altre, interrogandomi sul significato di uno sport che è sempre più show business, coi suoi campioni drogati e coi giovani pronti ad imitarli, non solo sui campi di gara.

Penso ai mercanti di morte, ricchi alchimisti senza scrupoli che giocano a dadi con la vita degli altri, speculando sulla debolezza spirituale, culturale, morale di adulti e adolescenti.

Penso poi alle parole che Vittorio disse a mio padre a gennaio del 1978, quando io e mio fratello ci tesserammo per la sua società sportiva, la gloriosa Hadria Pescara: «Nino, come stanno col sistema cardiovascolare? L’hanno fatta la visita medica i ragazzi?»; un refrain che era solito ripetere a tutti quelli che firmavano il tesserino per lui.

Penso alla sua solitudine, a quando, per esorcizzare l'idea della morte, anima assetata d’affetto, era solito chiedere ai suoi ragazzi: «Quando morirò verrete a portarmi un fiore?».

Di Vittorio non si parla più.

Pier Paolo Pasolini, in una sua poesia, scrisse: «La morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi».

lunedì 18 novembre 2019

SORPRENDENTI ANONIMIE


Un’atleta etiope polverizza la migliore prestazione mondiale dei 15 km su strada. Di per sé il crono di 44:21, su una distanza non troppo frequentata, è eccezionale; leggendo però i passaggi di gara si rimane decisamente esterrefatti: 29:12 gli ultimi 10 km di gara (più veloci dell’attuale record mondiale femminile dei 10.000 in pista), 2:44 il decimo chilometro; 2:49, 2:52, 2:50 gli ultimi tre chilometri. 

Di questa ragazza non ricordo il nome, come non ricordo i nomi delle torme di atleti che negli ultimi cinque-sei anni corrono con apparente disinvoltura, settimanalmente, ogni distanza del mezzofondo e del fondo macinando tempi al chilometro da extraterrestri. 

Di lei non ricordo il nome, dicevo; ma l’eleganza del gesto sì. Ed è un vero peccato perché, forse, quel nome andrebbe mandato a memoria. 

Forse questo è il tempo della ‘velocità bruta’, che non concede nulla alla Bellezza, anzi, la annichilisce fino ad azzerarla coi suoi numeri fatti in serie e con la data di scadenza sempre più vicina. 

Penso che i record, e le anonime eccellenze atletiche che li ‘stampano’, seguano i ritmi del campionario estivo di questa o quella marca di calzature sportive.