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sabato 13 agosto 2022

SE SON ROSE NON BASTA IL GIARDINIERE

(foto da farm-it.desigusxpro.com)

Qui si parla di alto livello nello sport. E, forse, anche d'altro - lo sport come  traslato esistenziale e, se volete, l'educazione per tutta la vita.
Chi non si ferma alle apparenze e non si pasce di facili mitologie ad uso dei social - quelle, per intenderci, pronte a santificare guru, o pseudo-guru dell'allenamento sportivo - sa che dietro ogni successo sportivo vero (l'ultimo aggettivo è d'uopo) c'è il sapiente ordito di una pluralità di intelligenze dialoganti; e se qualcuno pensa all'allenatore come ad un direttore d'orchestra dovrebbe ben sapere che cos'è l'uno e cosa è l'altra.

Insomma, lo dico subito: non ho molta simpatia per i coach onnipresenti, (fintamente) onniscienti, che cercano di legare a sé, a tripla mandata, i propri atleti, in barba a quello che dovrebbe essere il primo obiettivo di ogni insegnante (un allenatore è un insegnante): l'autonomia dell'atleta che accompagna.

L'allenatore che vive costantemente l'ansia di dover dimostrare al mondo la sua (presunta o reale) bravura, forza sistematicamente i tempi della crescita dei propri allievi; anche la comunicazione allenatore-atleta risente negativamente di tale tensione, generando molto spesso fardelli insostenibili per "spalle" decisamente acerbe.

Con queste premesse il drop out giovanile diventa una soluzione obbligata. (Soluzione come via di fuga).

Riusciremo mai a mettere da parte "Io" per un pacifico, solido, costruttivo "Noi" dialogante?


 

giovedì 10 ottobre 2019

La scelta più difficile

Giorgio e Tania Cagnotto - foto di oasport.it

Genitori che allenano i figli, tema quanto mai ‘scivoloso’; un argomento che pone in evidenza la complessità di un doppio ruolo: quello appunto del genitore e quello del tecnico (che è comunque un educatore). 

La storia dello sport, quella italiana e quella internazionale tout court, offre una miriade di narrazioni suggestive, relative a vicende di padri – o anche madri – che allenano i propri figlioli. Storie talvolta tormentate, di pressioni psicologiche soverchie e di successi che entrano nel mito, come l’esperienza di Andre Agassi, raccontata da lui stesso nel best seller “Open”. 

Verrebbe da dire: almeno Agassi si è realizzato come campione. Ma di Andre Agassi ce n’è uno. 

Non si può escludere che esistano anche binomi genitore-allenatore/figlio-atleta vincenti, sia sul piano dei risultati sportivi che su quello più difficile dell’armonia educativa finalizzata alla crescita della persona. È il caso di Giorgio e Tania Cagnotto, dove il primo, papà di Tania e secondo miglior tuffatore italiano di ogni tempo, ha sempre saputo contemperare in modo perfetto il ruolo di tecnico e quello genitoriale. Ma, anche qui, si potrebbe dire che di Giorgio Cagnotto ce n’è uno. 

In questa sede, però, non voglio scrivere se sia più o meno opportuno essere allenatori dei propri figli. Piuttosto vorrei ragionare sulla necessità di operare una scelta, difficile, da parte del genitore-allenatore, ove si riconoscano i propri limiti – di tipo emotivo-psicologico oppure meramente tecnici – nella relazione con il figlio/a-atleta dal talento limpido. 

In Italia è assai frequente che l’allenatore, esperto o meno, si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere. Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore in difficoltà affida ad altri l'atleta che ha avviato allo sport, spesso a suon di iniziali risultati eclatanti.

Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (quella che conta, dai 20 anni in su, in molte discipline), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Ma torniamo ai genitori che allenano i propri figli. Quando il rapporto tecnico-atleta si interrompe – e il genitore in questione è anche tecnico competente – che sorte avrà la relazione genitore-figlio? La possibile rottura di questo rapporto avrà sicure conseguenze nel prosieguo della carriera dell'atleta; immagino non positive.

Un progetto serio per l’alto livello nello sport dovrebbe fornire garanzie a tutela della persona, prima che del mero talento. Un sistema sportivo moderno dovrebbe garantire ai tecnici che allenano talenti – tecnici di base e non – un percorso formativo in LifeLong Learning, che preveda, da subito, il confronto e il dialogo costanti con i tecnici federali più esperti. Un dialogo con il settore tecnico nazionale sostanziato anche da incentivi economici che possano continuare, in una misura da definire, anche dopo un eventuale passaggio ad altro allenatore. Si potrebbero così evitare quei cambi bruschi, e dolorosi, di guida tecnica, spesso vissuti da alcuni allenatori come degli odiosissimi scippi, e assai di frequente forieri di successivi, anticipati declini. 

mercoledì 26 agosto 2015

Ripensando alla corsa verso il mare


Riprendo un post di cinque anni fa, ancora drammaticamente attuale.
Quando penso ai nostri "mini-mezzofondisti" (o "mini-marciatori") corro con l'immaginazione ad una metafora, quella delle tartarughine Caretta Caretta che, appena dopo la schiusa, cercano disperatamente la via del mare, il loro naturale, innato bisogno di futuro, di crescita; di continuità. Anche i mini-mezzofondisti (i mini-atleti, tout court) cercano per istinto qualcosa del genere. Pochissimi raggiungeranno il mare. Sembra crudele, ma deve andare così...
(Troppi "gabbiani" col cronometro ad attenderle, sui campi di atletica e tra le mura domestiche, ahimè).

domenica 11 settembre 2011

Quei bravi ragazzi...

(Ph by http://www.motifake.com/)
Ci sarà qualcosa di vero nell’opinione che corre da anni tra noi tecnici di atletica, quel refrain che vuole l’Italia primatista mondiale dei talenti inespressi? Tempo fa scrivevo del curriculum di un allenatore. Tra le note relative agli atleti da lui allenati mi sconvolse una frase, non velatamente compiaciuta, che suonava più o meno così: “Ha allenato XY, campione italiano dei Giochi della Gioventù”. Credo che la ‘carriera’ di quel povero quattordicenne, campione di giochi improbabili, molto più ‘grandi’ di lui, nonostante qualche altro ‘guizzo’ atletico, sia cominciata e finita lì.

Da qualche tempo sono impegnato in una ricerca statistica – in verità molto semplice – centrata sull’analisi dei risultati espressi dai migliori mezzofondisti e marciatori abruzzesi, delle categorie Ragazzi/Cadetti, degli ultimi 10 anni, seguendone l’evoluzione (o l’involuzione) tecnica nelle successive categorie (Allievi, Junior, Promesse). Posso garantire che da una prima lettura dei dati finora raccolti c’è da mettersi le mani nei capelli.

Domanda numero 1: in questi ‘fallimenti silenziosi’ c’è sempre lo zampino della sfiga o c’è pure la responsabilità di noi allenatori?

Domanda numero 2: ma quanto sono competenti i nostri istruttori/allenatori?

Domanda numero 3: perché non ‘testare’, periodicamente, i livelli di competenza degli allenatori (anche degli specialisti, perché no? Lo vado ripetendo anche a scuola a proposito della valutazione degli insegnanti)?

A breve partirà un corso per Istruttori Fidal, qui in Abruzzo (clicca qui) . È cosa buona e giusta. Spero che gli aspiranti tecnici siano formati a dovere e, soprattutto, affiancati da tutor esperti e competenti durante il loro iniziale cammino esperienziale, ché l’impegno più delicato e complesso è proprio coi giovanissimi.

sabato 21 maggio 2011

Drop-out, dropouts e dintorni

Nel post precedente si parlava delle discipline di endurance dell’Atletica Leggera; di infanzia, pre-adolescenza e adolescenza. Di ‘pensieri pesanti’ (demotivazione; incapacità di finalizzare il proprio impegno sportivo) e, senza citarli in modo diretto, di involuzione tecnica e conseguente abbandono dell’attività. Drop-out nello sport significa abbandono dello sport agonistico prima di giungere all’apice della carriera agonistica (Elbe, Beckmann, Szymanski, 2002), un fenomeno che non dovrebbe riguardare affatto i giovanissimi. Il drop-out è l’abbandono e dropout, secondo i summenzionati autori, è il soggetto, agonista o semplice sportivo, che abbandona anzitempo la pratica sportiva.

Il drop-out sembra però fisiologico anche nei giovanissimi, nel mezzofondo e nella marcia, soprattutto oggi, nell’era delle merendine a tutte le ore, dei gadget tecnologici e dei motorini ‘obbligatori’ dai quattordici anni in su per percorrere poche centinaia di metri. Bamboccioni e bamboccetti motorizzati, dalla pappa pronta e dall’autonomia zero, è assai improbabile che possano affermarsi nei ‘podismi di elite’.

Per la selezione del talento (qualcosa di assolutamente diverso dal reclutare ragazzini cui proporre attività ludico-motorie ‘buone per la salute’ – passatemi l’infelice dizione) Paul Schmidt, ex-campione tedesco degli 800m negli anni ’50-’60, allenatore di molti campioni del mezzofondo (Thomas Wessinghage su tutti) ha stilato un profilo delle attitudini verso le corse di mezzofondo (Schmidt, 2005, nella trad. di M. Gulinelli). In esso, nella sezione "Sistemi funzionali", mi è caduto l’occhio su tre delle otto sottosezioni: quella del "Controllo dello stress", dell’"Autoorganizzazione" e delle "Condizioni ambientali". La prima recita così: “Lo stress di allenamento e di gara è tollerato e rielaborato bene; la tolleranza dello stress aumenta con l’aumento dell’esperienza in situazioni di allenamento e di gara – ciò vale anche per le delusioni”. La seconda: “Le esigenze della scuola, della formazione professionale, della professione come anche le necessità private sono coordinate in modo tale che il tempo disponibile è sufficiente per riuscire a raggiungere gli obiettivi”. La terza: “Famiglia, amici, scuola/professione, allenatore, mentore, club promuovono lo sviluppo motorio e si sforzano di creare i presupposti che sono indispensabili perché si possa realizzare completamente il potenziale individuale”.

Schmidt scrive scientificamente del talento nel mezzofondo distinguendo tra talenti e grandi talenti. Molti dei nostri migliori ragazzini, corridori e marciatori, vivono la iattura di essere considerati talenti senza esserlo. Ce lo dicono le scarne e viepiù pietose graduatorie regionali – e nazionali – delle categorie Allievi e Juniores. (Negli anni ’80 la mezz’ora di corsa in pista, categoria Allievi, in Abruzzo contava, mediamente, una quindicina di partenti; chiedete all’unico partecipante di quest’anno, l’ottimo ed eroico Antonio Lupone della Gran Sasso Teramo, cosa significhi girare in tondo mezz’ora, da solo).