lunedì 10 agosto 2015
Vividi ricordi sbiaditi
giovedì 9 ottobre 2008
Quando sognavo la canotta militare
Stavolta il post è un remembering. Rovistando tra i miei appunti e muovendomi tra racconti brevi mai pubblicati, bozze di racconti autobiografici, quasi subito "ripudiati", eccetera, ho trovato qualcosa che mi ha fatto tornare il sorriso. Lo dico subito, un giochetto letterario buono per una serata tra amici e forse neanche per quella. Peraltro un giochetto monco, perché ricordo doveva essere sviluppato e modellato nella forma di un racconto lungo. La cosa mi piacque all'inizio, ma poi, preso da altro, l'abbandonai in un "cassetto" digitale del mio hard disk. Oggi lo do in pasto alla curiosità di voi viandanti del Web, confidando nella vostra temperanza e benevolenza.Prima di partire col racconto, scrivo due righe introduttive. Il testo è stato scritto circa tre anni fa. Stavo per compiere quarant'anni ed ero da poco tornato a correre con l'entusiasmo di un adolescente. In quei giorni la testa riandava spesso su immagini di un passato formidabile e bizzarro. Il mio passato di mezzofondista-marciatore.
Buona lettura.
Militare
Il 25 aprile ho rivisto il Ciampi circondato da divise. E le divise mi fanno tornare indietro di vent'anni e più. Perchè intorno ai vent'anni non solo si può capire meno di un ciufolo, ma si possono fare casini immensi. Altro che ciufoli.
Storie di abiti che fanno i monaci; di tute e canotte come divise; di carabinieri e finanzieri che corrono ma non sparano. Tutta la mia meglio gioventù.
Buona lettura. marius
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Fricativa postalveolare sorda. Merda di un appuntato capo. Tutto quello che mi rimane del mio militare, cioè due giorni di visita medico-psicofisico-attitudinale (tolgo l'attitudinale perché riformato al secondo giorno, e i test attitudinali mi sembra si facessero al terzo) sono quelle due esse strascinate, in divisa d'appuntato capo, carabiniere campano prossimo alla pensione e dalla weltanschauung dicotomica: ‘e scpine (leggasi spine, con la sc di scemo) da una parte e i sckarti (leggasi scarti, stessa sc) dall'altra. Ed io ero o sckarto. Ma procediamo con ordine.
Venticinque anni fa avevo quindici anni. Cioè oggi dovrei essere la somma di un cazzonetto adolescente ed un coglioncello buono per gli happy hour in centro. Esaltante. A quindici anni facevo più chilometri a piedi di un keniano ipercinetico. Mio padre, che allora mi allenava, aveva le idee chiare in fatto di obiettivi atletici da raggiungere: io e mio fratello avremmo partecipato alle olimpiadi; anche più d'una. O magari soltanto io; oppure solo mio fratello. Il nome, contava il nome. DE BENEDICTIS prima o poi avrebbe dovuto significare qualcosa nella storia del mezzofondo e della marcia mondiale. Meglio prima che poi, cosicchè all'età di dodici anni (mio fratello ne aveva dieci, cinquanta chili di buon nome familiare in due) iniziai a sciropparmi qualcosa come quindici chilometri al giorno - domenica compresa -, roba da far venire un colpo al presidente di Telefono Azzurro. Anche perchè mio fratello spesso e volentieri in allenamento mi legnava e qualche volta faceva pure alcuni chilometri in più per sfottermi un tantino. Bastardo.
A tredici anni avevo la struttura di un aeroplanino di balsa e la resistenza di un varano dopato, tanto da meritarmi a scuola e nel quartiere gli appellativi di: DE BENEDISTICK, buco di culo coi denti, vaffanculecurrenn', eccetera eccetera. E per l'autostima tutto ciò era una mano santa. Quando c'era il ballo della scopa, in una delle rare volte che potevo prendere parte alla agognatissima festicciola di compleanno della racchietta del palazzo (che si trasformava magicamente in una figa perchè a correr troppo si può diventare sessualmente daltonici), stavo bene attento a lasciar filtrare un po' di luce in sala. Essere scambiati per la scopa non era cosa tanto improbabile.
Tutto ciò che indossavo, anche al di fuori dell'attività sportiva, dall'orologio digitale (giapponese, a cristalli liquidi, uno dei primissimi, col cronometro al centesimo di secondo), alle calzature, ricordava in modo ineludibile il mio cavolo di destino aerobico. Portavo la tuta più ore dell'Uomo Ragno e, al pari di Superman, quando vestivo in borghese non mi riconosceva un cazzo di nessuno. Cosicché preferivo stare in tuta perchè l'identità è l'identità.
Quando mi diedero la tuta sociale, d'un giallo canarino bordato da ampie fasce blu elettrico, sembravo davvero un supereroe della Marvel Comics. Vidi bene di inaugurarla alla festa di compleanno del mio dirimpettaio (dodici anni credo). Non so se mi presero per scemo o cosa, ma io me la tiravo che sembravo Berlusca il pomeriggio del 13 maggio 2001 (va bene pure l'11 aprile 2006). Scivolavo tra ragazzini coi jeans roy rogers e t-shirts fruit of the loom, mentre io, incurante del caldo torrido della sala gremitissima di sguazzoncelli sudati, appiccicati e limonanti, facevo piroette al ritmo della Dee D. Jackson, quella di Meteor Man. Mi muovevo come Jeff Bridges in Starman di John Carpenter. Solo un po' più impacciato.
La tuta, la tuta. Finché non arrivò quella maledetta canotta gialloverde finanza.
Tutta colpa d'un coglione mio coetaneo, iperpatito di gadgets sportivi all'ultima moda. Uno che quando correva manco sudava per non sporcare il completino Fila. Ricordo che ad un campionato di corsa campestre, corso dentro un letamaio piemontese, arrivò al traguardo con addosso qualche raro schizzetto di fango, che lo faceva addirittura più bello; tutt'intorno c'erano mamme ed allenatori che stentavano a riconoscere figli ed atleti ridotti a colate di fango con le zampe.
F.N., questo il suo nome, un giorno (in quel frangente avevamo entrambi sedici anni) non si sa come, riuscì a far scivolare una canotta del gruppo sportivo della Finanza (le mitiche Fiamme Gialle) dentro la sua sacca. Insomma, la rubò negli spogliatoi dello stadio della Stella Polare di Ostia, a conclusione di un Campionato Italiano Allievi di maratonina andato male. O meglio, a lui era andato male, io ero arrivato sesto con un rimonta finale che se c'era ancora un chilometro avrei beccato pure il terzo. Quel giorno ad Ostia faceva un caldo della madonna. Luglio flagrava, per dirla col poeta Kavafis, ed io ero andato in gita premio per sostenere il buon F.N. che, per l'occasione, avrebbe dovuto fare sfragelli. Era lui la star del team in cui allora militavo. Invece saltò come tanti altri dopo appena qualche chilometro. Lesso, che se non avesse avuto completino e scarpette lo avrebbero fermato per vagabondaggio.
Le scuse che era capace di accampare il buon F.N. ogni volta che toppava erano pari per fantasia soltanto alle cazzate che sparava quando voleva esaltare le sue migliori (e comunque mediocri) performance. Per la cagata di Ostia tirò fuori dal cilindro il dramma delle lenti a contatto. A sentir lui ne aveva persa una durante il terzo chilometro. Si dovette quindi fermare a cercarla, carponi. Passò al setaccio metri e metri quadri di asfalto senza cavarne nulla finchè non la ritrovò grazie ai Ray Ban di un amico di Teramo che passava per caso da quelle parti. I Ray Ban, sempre secondo F.N., avrebbero consentito l'individuazione della lente fantasma un po' come il metal detector per le armi negli aeroporti. Lo avrei mandato volentieri a fanculo per l'enormità della boiata. Lui però non me ne diede il tempo aggiungendo che una volta ritrovata la lente si era messo alla ricerca di una fontana per sciacquarla. Feci un rapido calcolo a mente: tutta l'operazione del recupero con risciacquo non poteva essere durata meno di quattro minuti. Io gliene avevo smollati due e il primo classificato mi aveva staccato di circa un minuto. Senza quella sfiga F.N. avrebbe vinto con almeno un minuto sul secondo.
Vaffanculo ovunque tu sia, F.N..
Affanculo anche perché tornò con quella diavolo di canotta gialloverde; FIAMME GIALLE c'aveva sul petto. E se lui che era arrivato due minuti dopo di me poteva giocare a fare il finanziere, io come minimo potevo avere la divisa dei carabinieri, tuta e borsa comprese.
Credo che iniziarono così i miei ingenui e strampalati sogni di gloria: quali guerre e medaglie al valore! Io volevo soltanto correre, allenarmi e andare forte. Da mane a sera. Del resto era ciò che già facevo, e da un pezzo, per le salite di Pescara Colli, zona cimitero. Ma sapevo pure che i carabinieri, così come i finanzieri e i poliziotti, le loro amministrazioni intendo, pagavano uno stipendio per farlo e garantivano pure un posto tranquillo (il mito del posto statale!) una volta smessi i panni dell’atleta.
Ma a sedici anni o giù di lì è alquanto improbabile immaginarsi ex-qualcuno o ex-qualcosa, tantomeno vedersi nei panni naftalinici di un pensionato maratoneta; un sedicenne che corre come un varano dopato immagina di sgambettare tutta la vita e basta. Diciamo che farlo con la “divisa” sgargiante e traforata mi esaltava un mondo, e mi bastava. Eccome se mi bastava.
I sogni però, spesso, vanno in aceto.
sabato 2 agosto 2008
Raffaello Ducceschi, la memoria e i nostri giovani marciatori
Pubblico volentieri un altro scritto dell'amico Raffaello Ducceschi. Memoria in marcia la sua; sì datata, ma comunque ottima per riflettere su questioni analoghe e più recenti. Non condivido un passaggio nella sua chiusura, nel post scriptum per intenderci, quando scrive del "metodo italiano elastico del buon senso (o della mafietta) e dell'intuito". Si può conservare il buon senso, l'elasticità, eccetera, senza necessariamente ricorrere alla "mafietta". Basta stabilire dei criteri ed applicarli.
Malato di protagonismo... Mondiali Juniores
Leggendo la storia di questi mondiali junior e i suoi tormentoni la memoria mi va ai miei europei juniores mancati (nel 1981, Utrecht; i mondiali ancora non c'erano). Ai campionati italiani juniores aveva vinto facile Walter Arena con 43’ e 10” circa, io secondo con grosso modo un 43'45” battendo di pochi secondi Sergio Spagnulo. Arena andava sicuro agli europei ma chi era il secondo? Fino a quel punto Sergio mi aveva sempre battuto ma io lo avevo sconfitto agli italiani. Che fare? Ci organizzarono una “disfida” all'Arena di Milano solo per noi due. La marcia lombarda ci venne a vedere divisa in due: “Sergisti” e “Raffaellisti”. In difficoltà chi era amico di entrambi senza preferenze.
Ho visto le foto di Macchia, di Di Bari e Tontodonati; per quel che ho visto, ragazzi, mi piacete tutti e tre... marciate veramente bene, non mollate, insistete, il futuro vi darà grandi soddisfazioni.
Ultimi dettagli: Campione europeo quell'anno (1981, nds) fu Ralf Kovalsky. Per scherno mi chiamarono più volte Kovalsky per analogia di nome. Da senior Ralf incominciò con un record mondiale indoor sui 30 km e una lotta con Maurizio Damilano e Pezzatini sui 20 km a Piacenza, ma poi scappò in Germania ovest per un posto in Banca, un'auto e una casa... senza rendersi conto che la sua carriera di campione finiva lì... Poco tempo dopo su quell'auto (su quella o su un'altra) ci moriva in un incidente. La vita è strana e crudele. Invece il secondo degli eurojunior... arrivò tante volte secondo... ai mondiali... alle olimpiadi... era Potashov il russo secondo più volte all'amico Perlov. Le storie di sport specialmente quelle di marcia sono anche belle storie di amicizia.
P.S.: Trials
domenica 29 giugno 2008
Raffaello Ducceschi (a post for)
Glielo avevo “promesso”. Nell’ultimo post, quello dell’invito a lasciare commenti, chi ti “risento”? Chi mi riscrive? Il grande Raffaello Ducceschi (nella foto) in anima e computer. Per i piccini, ma anche per gli adulti con memoria (sportiva, e non solo) corta, voglio ricordare due o tre cose di lui. Innanzi tutto che è stato un marciatore. Un grande marciatore. Uno dei più interessanti talenti che si siano mai visti nella difficile disciplina del taccopunta. Capace a soli ventidue anni di arrivare 5° in un'Olimpiade (Los Angeles, 1984, 50 km), di classificarsi 8° in quella successiva (Seoul, 1988, 50 km), vinse le Universiadi nel 1987, sulla 20 km. Sempre nel 1987 fu 4° nella 50 km ai Mondiali di Roma. Di lui si è detto e scritto di tutto: del genio artistico-pittorico (oggi si occupa professionalmente di industrial design – per ulteriori notizie vai su http://www.piccinato.com/pagine/noi/collaboratori/raffaello_ducceschi/pag/raffaello_ducceschi_ita.htm ), dell’immenso talento atletico. Qualcuno tra i giornalisti favoleggiò addirittura di suoi trascorsi giovanili come madonnaro (fola di quelle che certa stampa utilizza per dar benzina all’immagine di personaggi emergenti); in molti (ed io tra questi) lo ricordano per aver “vivacizzato” con trascinante ironia il mondo esoterico e claustrale della marcia.Prima di chiudere voglio ricordare un aneddoto. Si era a alle olimpiadi di Seoul, nel lontano 1988. Il giorno prima di ripartire per l’Italia, riuscii ad imboscarmi nella mega-mensa internazionale del villaggio olimpico. Io e Raffaello mangiammo insieme un “pastrocchio” di riso, cucina cinese. Mi chiese se sapevo usare le bacchette. Provai a spiegare con un esempio, ma mi incartai. Lui allora, cominciò a sbacchettare, prima fingendosi impacciato e poi spazzolandosi il piatto come neanche un mingong di Shanghai. Ridemmo di gusto entrambi.
See you soon, Duccio, and... good luck!

