sabato 12 novembre 2022

LEGGENDO CERTI AMERICANI


Leggevo un autore americano, un coach benemerito, a proposito di “ingredienti del successo” nello sport.

Ogni tanto torno al pragmatismo statunitense che negli allenatori a stelle e strisce sovente è una miscela di empiria giocata sul campo e ricerca scientifica, anche ben documentata. Il tutto si traduce in chiare narrazioni a mo’ di consigli facilmente spendibili nel quotidiano reale.

Premetto che l’allenatore americano benemerito si riferisce a mezzofondisti e fondisti dell’atletica, in età da college, e pone in cima ai sopra citati "ingredienti del successo" l’”abilità innata” che potremmo definire impropriamente “talento”, ciò che il buon Dio - o più ‘laicamente’, mamma e papà - ci ha donato: struttura fisica, sistema cardiorespiratorio, eccetera eccetera.

Al secondo posto viene indicata la “motivazione intrinseca”, ciò che molto sinteticamente definirei volontà di successo, nella pratica della disciplina in questione.
Il potenziale campione perfetto è la somma di “abilità innata” e “motivazione intrinseca”.

Poi c’è l’ingrediente “opportunità”, che potremmo individuare nel contesto sociale e familiare di provenienza, nelle agenzie educativo-formative di riferimento (scuola, associazioni sportive, eccetera) e, non da ultima, detta prosaicamente, anche la sospirata botta di culo.

Per ultimo, udite udite, il benemerito allenatore cita l’”indirizzo”, cioè il contributo tecnico, dato dall’allenatore o anche dall’autoformazione (le letture, gli studi, nomadici o ufficiali che l’atleta fa in proprio). E su questo - come sugli altri punti - ci sarebbe tanto da discutere.

Il coach americano quindi ridimensiona il peso del supporto tecnico, vuoi che sia il frutto della ricerca personale dell'atleta, vuoi che discenda dall'impegno di un allenatore di comprovata competenza. E nel farlo cita pure l'esempio di certi coach di blasonate università americane che devono la loro fama all'enorme bacino di talenti da cui 'pescano' campioni a profusione, spesso applicando il metodo del "breaking eggs against a wall" (letteralmente: rompere le uova contro un muro); ovvero: ho un gruppo di ragazzi talentuosi, li spremo come agrumi sotto una pressa e quei pochi che reggono - perché alla fine, sui grandi numeri qualcuno regge - andranno a bersaglio. (Quanti ne ho visti di "eggs distroyer", anche dalle mie parti).

Spesso tendiamo a sopravvalutare, mitizzandolo, il ruolo dell'allenatore perché egli, per necessità o per tendenza personale ad occuparsi di ambiti professionali non di sua pertinenza, risolve - più spesso tenta di risolvere - problemi, un po' come Mr Wolf di "Pulp Fiction". E anche su questo tema potremmo discutere, scrivere per giorni e giorni.

"Nihil sub sole novum", niente di nuovo sotto il sole, direte Voi. Tutte cose che, almeno i miei colleghi e chi si occupa professionalmente di Atletica Leggera, conoscono molto bene e da un po'.
Ma è proprio l'ovvio, ciò che è palesemente evidente, a sfuggirci, sovente. E certi autori americani hanno il merito impagabile di ricollocarlo nella giusta dimensione e tornare a farci riflettere.

Ah, dimenticavo. L'autore americano, il coach benemerito di cui sopra, si chiama Jack Daniels, e non è quello del whisky omonimo.


Comm

venerdì 30 settembre 2022

INSEGNANTI DI EDUCAZIONE FISICA NELLA SCUOLA PRIMARIA: LA FINTA RIVOLUZIONE CHE SA DI BEFFA

 


Ne ho incontrati diversi. Si aggirano perlopiù spaesati, per corridoi scolastici che non portano a nessuna palestra. Perché sovente le palestre nella scuola primaria mancano del tutto. 

Sono insegnanti precari, laureati in Scienze Motorie, selezionati dalle GPS (Graduatorie Provinciali per le Supplenze). Lavorano circa sei ore settimanali in più dei colleghi della scuola secondaria, ma con uno stipendio, seppur di poco, inferiore.

Quest’anno insegnano solo ai ragazzini delle classi quinte. Dall’anno prossimo saranno impegnati anche con quelli delle quarte. Ed è già caos: tra spezzoni orari improbabili, i “non maestri di educazione fisica” saltano da un plesso scolastico all’altro, costringendo, loro malgrado, presidi e loro collaboratori ad ardite acrobazie nella gestione del tempo scuola, rientri pomeridiani inclusi.

Sì perché, sempre loro malgrado, si inseriscono a organizzazione oraria già definita e senza che per loro sia stato previsto, da contratto, un tempo per programmare le attività didattiche con i cosiddetti “maestri elementari” (oggi insegnanti di scuola primaria).

Perché da contratto, noi cosiddetti “maestri elementari” programmiamo le attività educativo-didattiche per due ore ogni settimana. Siffatta educazione fisica nella scuola primaria è l'ennesimo contentino di uno Stato che pacifica la propria coscienza e gioca a risolvere problemi cruciali e complessi tirando i dadi. Altro che programmazione.

Il disegno di legge di bilancio 2022, art. 103, "Insegnamento curricolare dell’educazione motoria nella scuola primaria", al comma 1 recita:

Al fine di conseguire gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e di promuovere nei giovani, fin dalla scuola primaria, l’assunzione di comportamenti e stili di vita funzionali alla crescita armoniosa, alla salute, al benessere psico-fisico e al pieno sviluppo della persona, riconoscendo l’educazione motoria quale espressione di un diritto personale e strumento di apprendimento cognitivo, nelle more di una complessiva revisione dell’insegnamento dell’educazione motoria nella scuola primaria, è introdotto l’insegnamento curricolare dell’educazione motoria nella scuola primaria nelle classi quarte e quinte da parte di docenti forniti di idoneo titolo e la correlata classe di concorso “Scienze motorie e sportive nella scuola primaria”.

Belle parole. Poi c’è la realtà dei fatti.
Poveri bambini. Poveri insegnanti. Poveri noi.

sabato 13 agosto 2022

SE SON ROSE NON BASTA IL GIARDINIERE

(foto da farm-it.desigusxpro.com)

Qui si parla di alto livello nello sport. E, forse, anche d'altro - lo sport come  traslato esistenziale e, se volete, l'educazione per tutta la vita.
Chi non si ferma alle apparenze e non si pasce di facili mitologie ad uso dei social - quelle, per intenderci, pronte a santificare guru, o pseudo-guru dell'allenamento sportivo - sa che dietro ogni successo sportivo vero (l'ultimo aggettivo è d'uopo) c'è il sapiente ordito di una pluralità di intelligenze dialoganti; e se qualcuno pensa all'allenatore come ad un direttore d'orchestra dovrebbe ben sapere che cos'è l'uno e cosa è l'altra.

Insomma, lo dico subito: non ho molta simpatia per i coach onnipresenti, (fintamente) onniscienti, che cercano di legare a sé, a tripla mandata, i propri atleti, in barba a quello che dovrebbe essere il primo obiettivo di ogni insegnante (un allenatore è un insegnante): l'autonomia dell'atleta che accompagna.

L'allenatore che vive costantemente l'ansia di dover dimostrare al mondo la sua (presunta o reale) bravura, forza sistematicamente i tempi della crescita dei propri allievi; anche la comunicazione allenatore-atleta risente negativamente di tale tensione, generando molto spesso fardelli insostenibili per "spalle" decisamente acerbe.

Con queste premesse il drop out giovanile diventa una soluzione obbligata. (Soluzione come via di fuga).

Riusciremo mai a mettere da parte "Io" per un pacifico, solido, costruttivo "Noi" dialogante?


 

domenica 31 luglio 2022

TRENT'ANNI FA, OGGI

 


Cerco di non pensare alla velocità con cui sono passati i trent’anni che separano la finale della 20 km di Marcia dei Giochi della XXV Olimpiade a Barcellona, da questa presente – e forse più afosa di allora – giornata di luglio.

Trent’anni fa avevo ventisette anni. Mio fratello ventiquattro. Se fossi nato quel giorno, quel 31 luglio del 1992, oggi ne avrei appunto trenta, comunque tre anni più “vecchio” – forse più esperto? – di quell’allenatore che ero in quei giorni; un ragazzetto bellino, poco più che adolescente, con dentro tre-quattro sane certezze e tanta curiosità e voglia di imparare.

Mio fratello vinse una medaglia ben più preziosa del metallo di cui è composta. L’unica medaglia per l’atletica leggera italiana in quell’edizione delle Olimpiadi. Un podio ossimorico perché raggiunto con rabbia e serena fiducia nel supporto intelligente di un formidabile gruppo di lavoro; un gruppo di amici veri.

Giovanni, mio fratello, si fece beffe della malasorte. Riprese a marciare con una certa regolarità solo quaranta giorni prima della finale olimpica, dopo circa venti giorni di stop per un banale incidente: una sciocca partitella di calcio post allenamento, due contro due, al Sestriere a maggio.

Ricordo la salita che porta al Montjuïc. La feci d’un fiato, ma non riuscii a raggiungere Giovanni. Entrai trafelato dentro lo stadio, ma Giovanni era già arrivato. E poi la corsa al villaggio olimpico. Appena fuori dall’ingresso troneggiava una grande vasca a mo’ di fontana luminosa, e seduto sul bordo, con le gambe a mollo a cercare un po’ di refrigerio, c’era il mitico Gabriele Pomilio. Era quasi buio e Gabriele, placidamente, quasi senza guardarmi, mi disse: “ Godetevi questo momento. Avete fatto una cosa grossa assai”. Nove giorni dopo, il 9 di agosto, Gabriele Pomilio, abruzzese come me, imprenditore geniale e allora consigliere federale nazionale della pallanuoto, portava a casa l’oro olimpico. E tra i “magnifici sette” che piegarono le velleità di vittoria dei padroni di casa, capitanati da Manuel Estiarte, c’erano due pescaresi: suo figlio Amedeo e Marco D’Altrui.

Trent’anni fa avevo ventisette anni, e la lezione di quella straordinaria esperienza la compresi diversi anni dopo.
Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.
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Co

giovedì 28 luglio 2022

MARCIACCIA O CORSACCIA?



Lo scandaloso arrivo - peraltro vincente - della "marciatrice" francese nella finale dei 5000 metri di marcia (la tentazione di mettere le virgolette al termine è forte assai) al Festival Olimpico della Gioventù Europea, getta guano a palate su una disciplina la cui credibilità regolamentare è prossima a zero già da un po' - da un bel po', ahimé.
L'ennesimo post "apocalittico", "tafazzista" sulla Marcia Atletica? No. O, almeno, spero non venga interpretato come tale.
Il problema, a mio modesto parere, è che si stia accelerando, autolesionisticamente, verso la rottamazione della disciplina (si veda, appunto, il finale "vittorioso" dell'atleta francese agli EYOF).

Non giriamoci intorno: le velocità tenute dai cosiddetti marciatori, oggi, vanno ben oltre la possibilità di restare 'vicini' al suolo (non dico di restare 'incollati' al terreno) entro i confini della "decenza tecnica" (ma chi stabilisce quali siano tali limiti? In base a quali parametri?).
Fintanto che non verrà introdotto un sistema di valutazione del gesto che almeno integri il giudizio "occhiometrico" (quello "naked eye", il solo ammesso dal regolamento tecnico), saremo in balìa delle polemiche più diverse.

Bisogna, in qualche modo, tentare di "oggettivizzare" la disciplina.

Giusto dieci anni fa un matematico e fisico americano, Henry Reich, dal suo canale di YouTube, "minutephysics", lanciò una provocazione che sbobinai, traducendola alla meno peggio (cliccare qui per l'interessante video di Henry Reich: Is Racewaking a Sport?):

"Questo non ha nulla a che fare con la fisica, ma con la Marcia. Ecco le regole: cammina in modo che un piede sia sempre a terra e tieni la gamba davanti tesa; in breve, cammina in modo buffo, velocemente. Qualcosa di buffo anche tra le regole, come i giudici che per determinare se un atleta sta “marciando”, possono solamente stare fermi ad un lato del percorso e giudicare ad OCCHIO NUDO se un atleta SEMBRA marciare.

Potrai pensare che per uno sport definito così tecnicamente, ci si possa avvalere di tutta la tecnologia possibile per far valere le regole. Quindi la marcia è ancora ferma ai secoli bui? Voglio dire, ci sono altri sport che non permettono ai giudici di vedere i replay, ma quando pensi all’elettronica nella scherma, il foto-finish nell’atletica, i touchpad del nuoto, e il tracking 3D delle palline da tennis… I giudici della marcia, d’altro canto, sembrano piuttosto indietro. Gli è proibito guardare dal livello del suolo o usare tecnologie moderne come specchi o binocoli. Quindi come fare con tutta questa burocrazia marciante?

Se guardi attentamente il passo in slow-motion o anche una fotografia dei marciatori stessi, ti renderai conto che quasi tutti si sollevano da terra… Non solo occasionalmente per una spinta o per non inciampare, che è permesso, ma quasi ad ogni passo. Infatti, è BEN NOTO alla comunità dei marciatori che la maggior parte di loro lascia il suolo regolarmente e può anche stare in aria fino al 10% del tempo… quindi TUTTI infrangono le regole.

Ora, gli sport sono pieni di regole arbitrarie… ma il fatto che la maggior parte degli atleti infranga la regola che DEFINISCE questo sport è perlomeno… sorprendente! E non è come il sospetto che quasi tutti i ciclisti professionisti si dopano, perché mentre ci sforziamo costantemente per beccare chi si dopa, non usiamo tutta la tecnologia a disposizione per beccare i marciatori “volanti”.

Sembra chiaro che la tecnofobia nella marcia deriva dal fatto che se si iniziasse ad usare telecamere ad alta velocità, potrebbero non avere più uno sport. E questo ci porta alla domanda sulla vera essenza dello sport – perché tutti i giochi, in realtà, sono solo un insieme arbitrario di regole e limitazioni a cui ci sottoponiamo con lo scopo di divertirci e sfidarci a vicenda. Voglio dire, c’è un motivo se l’atletica vieta le biciclette, il ciclismo vieta le moto, e il motociclismo proibisce l’uso dei razzi… Forse quelle ragioni sono arbitrarie tanto quanto nella marcia è bandita la tecnologia… Perché l’obiettivo non è tenere i piedi per terra – è vedere chi è il più veloce a camminare in modo buffo, come nel salto triplo per chi va più lontano con un salto buffo, nella corsa ad ostacoli chi riesce a correre più velocemente con barriere di plastica sulla sua strada, e il tennis per vedere chi sa mandare meglio una palla oltre una rete, ma solo entro certe linee accuratamente disegnate e con una racchetta e non con pagaie o mani o piedi.

Alla fine, non si tratta di sport, ma dei giocatori e le loro sfide. È quanto siamo in grado di spingere lontano i confini delle abilità umane… entro i confini definiti dalle regole. E così è la marcia, uno sport in contraddizione, che si aggrappa disperatamente al suo passato rifiutando di accettare la tecnologia che in principio migliorerebbe i giudici di questo sport, ma in realtà scuote le sue fondamenta? Non lo so.

Ma i marciatori sono atleti? Certamente".

Concludendo, mi viene da chiedere: atleti di quale sport?

martedì 26 luglio 2022

STANO, LA 35 KM E IL FUTURO DELLA MARCIA ITALIANA

Foto di FIDAL COLOMBO/FIDAL

Il successo di Massimo Stano nella 35 km dei Mondiali di Atletica Leggera di Eugene continua ad emozionarci, riproposto negli infiniti highlights di queste ore, in tv come nei social. Un capolavoro di talento e raffinata strategia, come ricordavo all'amico Maurizio Ruggeri nella diretta di gara in onda su RaiRadio1.

Allo stesso Ruggeri, qualche giorno prima della 35 km maschile di questi mondiali complicati (almeno per noi italiani), dicevo della scelta, assai azzeccata, del nostro campione olimpico, ovvero quella di spostarsi sulla nuova distanza, rinunciando alla più nota 20 km. Non una scelta 'semplicemente' coraggiosa, piuttosto l'esito di una riflessione ben ponderata. Massimo Stano e Patrizio Parcesepe, il suo allenatore, sanno che la 35 km è più 'vicina' alla 20 km che alla "defunta" (ahimé) 50 km. La 35 km è, quindi, una distanza per ventisti che sanno attendere qualche minuto in più, prima di sferrare l'esiziale progressione finale degli ultimi 8-10 km; un'accelerazione non violentissima ma ugualmente micidiale; e, forse, un filo più credibile tecnicamente dei concitati finali della 20 km.
Insomma, la 35 km risulta così essere una sorta di 20 km "allungata" e NON una 50 km più corta. Basti pensare al "podio fotocopia" della 20 km e della 35 km, femminili, sempre a Eugene. 

Stano ha perciò trovato la sua gara. Un ventista resistente con le qualità psicologiche di un paziente cinquantista. È la quadra perfetta.

E adesso che cosa accadrà alla Marcia? E all'Italia che marcia?

Lo dico subito: qui c'è il rischio concreto che, "sepolta" la 50 km, la 20 km faccia la stessa fine (e non voglio pensare neanche lontanamente alla possibilità di introdurre una staffetta mista come nuova disciplina!). Qualcuno potrebbe arrivare a dire: c'è la 35 km, non abbiamo bisogno di un "doppione".
Ma la 35 km, benché più credibile tecnicamente della 20 km - io però non ne sono molto convinto - viene giudicata dagli stessi occhi che hanno giudicato, e giudicano, tutte le altre distanze della specialità. Ergo...

L'Italia che marcia, Stano a parte, dovrà fare i conti con la "20 km allungata". E all'orizzonte, tolti Stano e Palmisano, vedo un bel numero di ragazze e ragazzi dal potenziale tecnico interessante, ma tutti ancora da "costruire", nella mente e nel "motore" (e nel "motore della mente"). La 35 km è sì 15 km più lunga di una 20 km, ma vuole comunque piedi veloci; coi giapponesi che possono permettersi di mandare alla "morte" uno dei migliori (giusto per capire che cosa succede a impostare una 35 km a 4'00" al chilometro) e coi russi che, prima o poi, torneranno.