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domenica 31 luglio 2022

TRENT'ANNI FA, OGGI

 


Cerco di non pensare alla velocità con cui sono passati i trent’anni che separano la finale della 20 km di Marcia dei Giochi della XXV Olimpiade a Barcellona, da questa presente – e forse più afosa di allora – giornata di luglio.

Trent’anni fa avevo ventisette anni. Mio fratello ventiquattro. Se fossi nato quel giorno, quel 31 luglio del 1992, oggi ne avrei appunto trenta, comunque tre anni più “vecchio” – forse più esperto? – di quell’allenatore che ero in quei giorni; un ragazzetto bellino, poco più che adolescente, con dentro tre-quattro sane certezze e tanta curiosità e voglia di imparare.

Mio fratello vinse una medaglia ben più preziosa del metallo di cui è composta. L’unica medaglia per l’atletica leggera italiana in quell’edizione delle Olimpiadi. Un podio ossimorico perché raggiunto con rabbia e serena fiducia nel supporto intelligente di un formidabile gruppo di lavoro; un gruppo di amici veri.

Giovanni, mio fratello, si fece beffe della malasorte. Riprese a marciare con una certa regolarità solo quaranta giorni prima della finale olimpica, dopo circa venti giorni di stop per un banale incidente: una sciocca partitella di calcio post allenamento, due contro due, al Sestriere a maggio.

Ricordo la salita che porta al Montjuïc. La feci d’un fiato, ma non riuscii a raggiungere Giovanni. Entrai trafelato dentro lo stadio, ma Giovanni era già arrivato. E poi la corsa al villaggio olimpico. Appena fuori dall’ingresso troneggiava una grande vasca a mo’ di fontana luminosa, e seduto sul bordo, con le gambe a mollo a cercare un po’ di refrigerio, c’era il mitico Gabriele Pomilio. Era quasi buio e Gabriele, placidamente, quasi senza guardarmi, mi disse: “ Godetevi questo momento. Avete fatto una cosa grossa assai”. Nove giorni dopo, il 9 di agosto, Gabriele Pomilio, abruzzese come me, imprenditore geniale e allora consigliere federale nazionale della pallanuoto, portava a casa l’oro olimpico. E tra i “magnifici sette” che piegarono le velleità di vittoria dei padroni di casa, capitanati da Manuel Estiarte, c’erano due pescaresi: suo figlio Amedeo e Marco D’Altrui.

Trent’anni fa avevo ventisette anni, e la lezione di quella straordinaria esperienza la compresi diversi anni dopo.
Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.
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venerdì 31 luglio 2020

L'UMANITA', PRIMA DELLA TECNICA


Ci sono date di cui bisogna serbare memoria per più di una ragione; per motivi personali, di narcisismo buono – ed io non faccio nulla per sottrarmi a questo innocuo esercizio di vanità, che può pure addolcire l’esistenza – e per questioni più ‘serie’, legate ad una riflessione che mi fa piacere condividere con chi legge queste mie poche righe puerili.

Oggi dunque, 31 luglio 2020, voglio ricordare un altro 31 luglio, quello del 1992. Quel giorno mio fratello vinse il bronzo nella 20 km di marcia alle Olimpiadi di Barcellona. Fu l’unica medaglia per l’atletica leggera in quell’edizione dei giochi olimpici.

Credo di aver scritto tanto di quell’impresa, ma una volta di più voglio ricordare quanto sia stato importante il contributo di un’armonia perfetta di volontà intelligenti, appassionate e orientate allo scopo.

Ero l’allenatore, sì. Ma se ho avuto un merito dentro quella formidabile vicenda – qualcosa che ritengo, senza presunzione, abbia fatto la differenza – non è stato il mero ‘contributo tecnico’, che comunque ho dato. Credo che l’attività più nobile, difficile e decisiva ai fini del risultato finale, sia stata quella di aver costituito e tenuto insieme un team vincente, di amici, prima che di professionisti. Ecco, quella è stata l’arma segreta. Quello è l’insegnamento più alto che ho appreso fino ad oggi, non solo nello sport.

martedì 31 luglio 2012

Vent'anni














Il 31 luglio 1992, giusto vent'anni fa, mio fratello Giovanni vinceva il bronzo olimpico a Barcellona nella 20 km di marcia. Quanto lavoro per quella medaglia che, ahimé, fu l'unica per l'atletica leggera italiana.

Ancora una concessione alla nostalgia per un tempo dove la dizione "Marcia italiana" rimandava a radici profonde e sacre. Ancora un video. Quel video.

sabato 8 gennaio 2011

Auguroni Giuà!


Giovanni de Benedictis e Michele Didoni
ai Campionati Italiani Outdoor, 10 km, a Cesenatico, 1995

Oggi mio fratello Giovanni compie gli anni. Oggi un anonimo col QI di una cavalletta è stato bannato (sarà la terza volta che banno qualcuno da che esiste Opinioni Aerobiche).
L'anonimo farfugliava di olimpiadi. 'Na roba sciocca assai. C'è chi si diverte così.
Ai viandanti del Web, ma anche all'anonimo sciocchino, voglio dedicare un video. Sono le riprese 'grezze' realizzate da un magico operatore Rai, Enzo Leuzzi. Un genio assoluto nel suo campo. Un amico.

Siamo a Barcellona, luglio 1992. Sta per partire la finale olimpica della 20 km di marcia. Gli atleti si riscaldano. La tensione si taglia col coltello, assieme all'euforia dei tifosi. Tra questi si può notare un immenso Renato D'Amario (uno dei più grandi talent scout dell'universo), svelto a soffiare una lattina di birra ad un giudice italiano. E poi: i rituali pregara, gli ultimi allunghi, gli esercizi di stretching. La sottile linea d'ombra sta per essere varcata.
Guardate quelle immagini, ma accendete pure le casse del computer: le voci, i rumori di quegli istanti interminabili non hanno età; suonano con la stessa freschezza di ieri.
Buona visione.

sabato 31 luglio 2010

31 luglio 1992: Barcellona diciotto anni fa



A proposito di campioni precoci, permettetemi questa caduta di innocente, nostalgico narcisismo. Ecco un paio di video Rai di diciotto anni fa. Era il 31 di luglio 1992 e Barcellona era abruzzese...

giovedì 25 giugno 2009

Il sogno di Barcellona '92 all'alba di Ekecheiria.org


Voglio pubblicare una lettera di Valerio Di Vincenzo. Lo faccio con l'emozione e le lacrime di un giorno di diciassette anni fa. Quel giorno l'erta del Montjuic parlava abruzzese.
Buona lettura.


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Sentendomi parte in causa di quanto sta avvenendo su questo blog negli ultimi giorni mi sento anche in dovere di spiegare meglio le motivazioni che animano i miei interventi. Per farlo, prendo spunto dal Progetto 92 - più volte citato da Mario - e che rappresenta l’origine e l’elemento di congiunzione tra passato e futuro del progetto che si esprime attraverso ekecheiria.org.
Devo dire che questa necessità, in qualche modo, si accompagna in me con una strana euforia.
Infatti la deformazione spazio-temporale che si sta creando attorno al centro gravitazionale costituito dalla Tregua Olimpica ed alle possibili “influenze celesti” che vi voglio stimolare a considerare non è nuova né per Mario, né per me. Al contrario, riconosco parecchie analogie tra quello che avvenne venti anni fa ( con i successi maturati con il progetto 92) ed il potenziale che esprimono l’affermazione della Tregua Olimpica e la consapevolezza del proprio ruolo sociale a partire dai Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009.
A cominciare dal 1989 Mario ed io abbiamo iniziato a studiare strategie per vincere le Olimpiadi di Barcellona. Io, con le conoscenze maturate da ricercatore universitario in medicina, proponevo i metodi e gli strumenti. Lui li traduceva in protocolli scientifici di allenamento, in fitte tabelle di dati funzionali e rilievi sul campo che venivano graficizzati in forme primordiali di pagine elettroniche, allo scopo di valutare gli effetti , nel tempo, delle fasi di lavoro. Giovanni ci metteva il fisico ed un carattere che esprimevano la sua energia sovrumana. Claudio interpretava olisticamente il modello biomedico, assecondava i flussi energetici e la crescita delle prestazioni atletiche di Giovanni, leniva i dolori. Daniela appianava i conflitti e minava le basi di quella sindrome che - tra me e me – ho chiamato la “paura di vincere” ( quella che fino a quei tempi aveva attanagliato i primati mondiali che erano nelle gambe di Giovanni). Mamma Angela e papà Nino ci avevano adottati come parte integrante della famiglia. Tutto ciò cresceva giorno dopo giorno, confortato da risultati crescenti. Era qualcosa che non era mai esistito prima in nessuno di noi presi singolarmente, eppure si avverò quando decidemmo di lavorare insieme.
Ciò che potrebbe stupire oggi è che Giovanni, in preparazione della sua seconda olimpiade, accettò di affidarsi a questa strana combriccola, priva di alcuna precedente esperienza del genere, osteggiata dall’establishment, ma dotata di idee capaci di fare la differenza. Erano i tempi in cui un bel numero di medaglie olimpiche e maglie rosa erano prodotte in Italia dalle parti di Ferrara, ma Giovanni preferiva frequentare la riviera pescarese, le Dolomiti, gli altopiani messicani, a costo di ingurgitare integratori e certe “cineserie” probiotiche che gli prescriveva Claudio, di litigare con taluni “santoni” della Federazione e, in fin dei conti, perfino di farsi superare in silenzio da gente che il buon sangue se lo faceva venire con mezzi diversi dal buon vino e dall’armonia tra mente e corpo.
Il fatto è che, parlando e riparlando con Mario, ho capito quanto le personalità come quella di Giovanni e come la sua sanno essere carismatiche anche continuando ad essere vere. Questo, secondo me, deriva dalla capacità di essere sempre coerenti con sé stessi e di affermare coi fatti valori inalienabili.
Il commissario Mario Pescante – è scritto nell’articolo riportato nel link
http://www.primadanoi.it/modules/bdnews/article.php?storyid=21345&page=1) ha affermato : «..ma quale miracolo del Villaggio. Qui si vede la capacità dell'imprenditoria abruzzese... Verranno da 23 Paesi, non più nemici tra loro, ma solo avversari al momento della gara. Ringrazio tutti, ringrazio la stampa alla quale avevo chiesto una tregua olimpica per arrivare ai Giochi, pur in periodo pre-elettorale… ». Personalmente sono onorato dalle parole di Pescante sull’Abruzzo, un po’ meno – Considerato che il Commissario è membro del Board dell’ International Olympic Truce Foundation - dall’uso inopportuno che fa del concetto di tregua olimpica, che , grazie a Dio, vola ben più in alto delle beghe elettorali Italiane.
Inoltre, per quanto ne so, vorrei riconoscere al Direttore Mario Di Marco ed alle decine di ragazzi che lavorano nel Comitato Organizzatore una tenacia ed una capacità di pedalare in tempi avversi, senza la quale Pescante e tanti altri non avrebbero avuto la platea per le loro esternazioni attuali. Questo è il palcoscenico sul quale possono ancora essere espressi i ruoli di ciascuno di noi, non solo abbandonando i conflitti e le polemiche, ma prendendo il posto che si vuole mantenere quando i riflettori saranno spenti.
Ora che il periodo pre-elettorale è finito, chi ci impedisce di costruire, per la prima volta, una tendenza sociale che - passando per la Tregua Olimpica - assegni visibilità e credibilità alla comunità degli sportivi praticanti non solo con i mezzi di informazione ma tra i popoli del Mediterraneo?.
Tutti mi dicono , talvolta con la sufficienza di chi costruisce il proprio futuro proprio nelle cene pre-elettorali: ma sei partito troppo tardi!
Scusatemi l’ardire, ma a me viene da rispondere che “ogni lasciata è persa”.
L’Italia, purtroppo - e non è colpa dei cittadini né della stampa – vive in uno stato di continua campagna elettorale da decenni e, questo, rischia non solo di far perdere delle occasioni d’oro a tutti noi, ma addirittura il senso della realtà alla maggioranza.
In momenti difficili, quando ci si sente perdenti non per proprie manchevolezze, ma per effetto della ottusità dei decisori o di una competizione sleale, mi viene da evocare (in modo altisonante perchè è una frase usata da Obama in una recente conferenza rivolta ai Popoli arabi e con la quale ha rivendicato la possibilità di portare la Pace in Medio Oriente) “l’audacia della speranza”.
Il lavoro raccolto nel sito web www.tregua.org è un modo originale e potenzialmente determinante per strutturare un posizionamento visibile dell’ evento sportivo internazionale dei Giochi nella comunicazione planetaria dell’Abruzzo di oggi: terra di dolore e di orgogliosa determinazione a fare. C’è una T shirt - che spopola nell’Aquilano - che cita “TERREMOTOsto” e chi vorrà la potrà trovare nella nostra sede dell’Ex Gaslini, di prossima apertura.
Ci attendono compiti molto impegnativi per evitare che la ricostruzione delle zone terremotate si tramuti in una perdita di identità e di autonomia per tutta la regione. Lo sport praticato è uno degli ingredienti di questa identità. La dignità dei punti di vista ne è un altro. Oggi, con tutto il rispetto per le motivazioni di GMak che non mi permetto di discutere, le burlesche allusioni presenti nei dialoghi tra sordi di recente lasciati nel blog da pensatori aerobici e da sognatrici podiste, mi sembrano più concrete e dotate di un futuro sostenibile.
Forse siamo ancora in tempo per compiere insieme un miracolo pari a quello del Villaggio, e che può lasciare un segno proveniente dalla nostra regione che sia incrementale ed evolutivo rispetto alla stessa disponibilità di impianti sportivi “da paese civile” e di centri storici da ricostruire. Questo segno ha il valore universale espresso dalla volontà di sentirsi fratelli , nonostante le differenze. Non mi pare poco. Popolo dei blog: “alzati e cammina!”.
A partire da una grande provocazione sociale, per la prima volta i Giochi del Mediterraneo potrebbero rivestire un ruolo più consono alla composizione dei Paesi partecipanti, suscitare un ripensamento “dal basso” al riguardo della esclusione di Paesi quali Israele e la Palestina. Questo anche grazie a un’idea portata avanti in occasione di Pescara 2009, come primo laboratorio sperimentale. Se qualcuno mi spiega perché dovremmo aspettare un momento successivo, sono disposto a ritirarmi subito e ad oscurare il sito.
Se, viceversa è vero - come sostiene Paul Watzlawick in “La realtà inventata”- che “la realtà non va prevista, ma costruita” attraverso profezie che si autoavverano per il semplice fatto di essere state introdotte, la tregua può contaminare benevolmente migliaia di persone, in breve tempo, ma questo non lo può fare nessuno da solo.
Vorrei dedicare questo post a mio cugino Gaetano Cardano, morto sul lavoro due notti orsono. Fu uno dei finanziatori del Progetto 92. Nei primi anni sessanta – io avevo tra i 7 ed i 9 anni, lui era studente universitario - all’inizio dell’estate, organizzava le “Olimpiadi di Via Tiburtina” che, con un nome pomposo non erano altro che gare di corsa, di marcia e di “mazz e cuzz” tra i ragazzi del quartiere. La sua intuizione - in tempi non sospetti - fu quella di invitare a competere anche alcuni ragazzi di Rancitelli - il quartiere confinante con il nostro - e con i quali si combattevano costantemente guerre a colpi di pietre per la conquista dei campi di gioco rubati ai cantieri della periferia che esplodeva urbanisticamente. Lui, unico esponente del comitato organizzatore, era anche giudice di gara. A me , che ero sempre il più piccolo della compagnia ed ero anche un po’ brocco, riservava un occhio di riguardo e quando arrivavo ultimo mi consolava dicendo “l’importante è partecipare”. Allora mi sembrava un contentino, non capivo bene dove volesse arrivare. Adesso mi è più chiaro.
Valerio

sabato 24 gennaio 2009

Sotto il mare

Cover art for "The Woman Who Walked Into the Sea" by Philip R. Craig, acrylics on illustration board


Forse è giusto il detto che corre
sulle navi: ‘L’umanità si divide in tre
categorie: i Vivi, i Morti e i Naviganti’.
Dei Vivi tutti parlano e tutti si preoccupano.
Dei Morti pochi parlano e nessuno
si preoccupa.
Dei Naviganti nessuno parla e nessuno
si preoccupa. Tranne, naturalmente,
loro stessi.
Norberto Biso


C’è un mondo misteriosissimo e pieno di vita sotto il pelo dell’acqua. Appena sotto e via via più giù. È una dimensione soavemente terrifica, onirica, fortemente simbolica e intellettualmente intrigante. Non occorre essere esperti nuotatori per godersi lo spettacolo di ciò che non si vede o si intravvede. Basta il giusto timore, la curiosità di un bambino e un’affinata tecnica respiratoria.
Dedico questo post criptico ed equoreo all’amico Valerio, conosciuto venti anni fa sul cammino per Barcellona ’92, ideatore geniale di quel progetto che rese possibile il bronzo olimpico di mio fratello Giovanni. Valerio, poeta scienziato, marciatore degli abissi, è ancora sulla breccia; ma di più, per ora, non posso dirvi…