giovedì 10 ottobre 2019

La scelta più difficile

Giorgio e Tania Cagnotto - foto di oasport.it
Ai primi di maggio di quest'anno scrissi un articolo per il seguitissimo sito specialistico Marcia dal Mondo. Lo feci in forma anonima, dacché non volevo far 'rumore', in un momento delicato della stagione agonistica dell'Atletica Leggera italiana. Lo scritto verte sull'annosa problematica dei genitori che allenano i figli.  Potete leggerlo cliccando su http://www.marciadalmondo.com/ita/dettagli_news.aspx?id=3473 (prima pubblicazione).
Lo copio-incollo di seguito e lo ripropongo alla vostra paziente e raffinata attenzione.
Buona lettura, se Vi va.
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Genitori che allenano i figli, tema quanto mai ‘scivoloso’; un argomento che pone in evidenza la complessità di un doppio ruolo: quello appunto del genitore e quello del tecnico (che è comunque un educatore). 

La storia dello sport, quella italiana e quella internazionale tout court, offre una miriade di narrazioni suggestive, relative a vicende di padri – o anche madri – che allenano i propri figlioli. Storie talvolta tormentate, di pressioni psicologiche soverchie e di successi che entrano nel mito, come l’esperienza di Andre Agassi, raccontata da lui stesso nel best seller “Open”. 

Verrebbe da dire: almeno Agassi si è realizzato come campione. Ma di Andre Agassi ce n’è uno. 

Non si può escludere che esistano anche binomi genitore-allenatore/figlio-atleta vincenti, sia sul piano dei risultati sportivi che su quello più difficile dell’armonia educativa finalizzata alla crescita della persona. È il caso di Giorgio e Tania Cagnotto, dove il primo, papà di Tania e secondo miglior tuffatore italiano di ogni tempo, ha sempre saputo contemperare in modo perfetto il ruolo di tecnico e quello genitoriale. Ma, anche qui, si potrebbe dire che di Giorgio Cagnotto ce n’è uno. 

In questa sede, però, non voglio scrivere se sia più o meno opportuno essere allenatori dei propri figli. Piuttosto vorrei ragionare sulla necessità di operare una scelta, difficile, da parte del genitore-allenatore, ove si riconoscano i propri limiti tecnici, o di tipo emotivo-psicologico, nella relazione con il figlio/a-atleta dal talento limpido. 

In Italia è assai frequente che l’allenatore non esperto si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere. Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore meno esperto e competente affida il ‘suo’ giovane atleta ad un allenatore specialista di chiara fama. 

Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (quella che conta, dai 20 anni in su, in molte discipline), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Amo immaginare un progetto per l’alto livello nello sport dove i tecnici di base o meno esperti, una volta affidati i loro talenti ad allenatori specialisti di comprovata esperienza internazionale, possano ‘andare a bottega’ da questi ultimi; e ciò avrebbe una duplice ricaduta positiva: rendere meno traumatico possibile il cambiamento nella vita sportiva (e non solo) del giovane atleta, e offrire opportunità formative di qualità per il tecnico di base. 

Da allenatore della Marcia ritengo che le problematiche fin qui espresse riguardino, drammaticamente, anche il mio settore.

1 commento:

Mistercamp ha detto...

Fin quando I genitori non capiranno. Di lasciare il desiderio dei figli nelle loro mani e il proprio futuro non ci sarà mai via di uscita... Genitori che vogliono esaudire il proprio desiderio sulla pelle dei propri figli.... Questo è deleterio... E ne stiamo pagando le conseguenze....