Popolo di santi, poeti, navigatori… e velocisti. E già, il mito della velocità. “Evvai Mennea, che arrivi primo!”, mi gridavano una trentina di anni fa, quando sgambettavo marciando sul circuito di asfalto davanti casa mia. La velocità, dicevamo. Ma, data una certa distanza (che so, dai 50m alla 100 km), non vince comunque chi impiega meno tempo a coprirla? Forse la questione è un’altra. Forse questo è il tempo del “chiudere presto e passare ad altro”, della velocità intesa come ansia di riscatto esistenziale. O, traslato per traslato, della velocità come fremito perenne di uno stato ansioso collettivo, pandemico; irreversibile.Giorni fa io e mia moglie Evelina passeggiavamo sulla locale strada Parco. Pochi metri dinanzi a noi un bambino di circa nove anni piangeva singhiozzando, seduto sul bordo del marciapiede, la testa tra le mani. Aveva la bici parcheggiata di fianco e, nonostante l’evidente stato di sofferenza, il pianto fluiva composto, i singhiozzi quasi sussurrati. Un bambino che piange con ‘educazione’ è qualcosa di assolutamente anomalo; straziante. Parola di maestro elementare. Curiosità e mestiere ci hanno avvicinati a lui. “Tutto bene? Cosa hai fatto?”, gli diciamo con una sola voce. “No, nulla. È che ho dei dolori fortissimi alle gambe. Ho giocato a pallone con i miei amici e adesso devo tornare a casa in bici e non so come fare”. Il bimbo era disperato. La mamma, anche lei su due ruote, sopraggiungeva qualche istante dopo. Lei però aveva un’altra preoccupazione. Le era saltata la catena della bici. Il tempo di rimettergliela a posto, sporcandomi le mani, di scambiare due chiacchiere – “Suo figlio frequenta il circolo didattico XY?”, “Sa, anche noi siamo insegnanti di quel circolo…” – e di ricevere dal bimbo un anacronistico “Grazie signore”, ecco che i due erano già sagomine zigzaganti sul noto orizzonte vicino casa mia.
Si va, sempre più velocemente, verso la quiete. E non vi trovo nulla di buono.