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lunedì 18 novembre 2019

SORPRENDENTI ANONIMIE


Un’atleta etiope polverizza la migliore prestazione mondiale dei 15 km su strada. Di per sé il crono di 44:21, su una distanza non troppo frequentata, è eccezionale; leggendo però i passaggi di gara si rimane decisamente esterrefatti: 29:12 gli ultimi 10 km di gara (più veloci dell’attuale record mondiale femminile dei 10.000 in pista), 2:44 il decimo chilometro; 2:49, 2:52, 2:50 gli ultimi tre chilometri. 

Di questa ragazza non ricordo il nome, come non ricordo i nomi delle torme di atleti che negli ultimi cinque-sei anni corrono con apparente disinvoltura, settimanalmente, ogni distanza del mezzofondo e del fondo macinando tempi al chilometro da extraterrestri. 

Di lei non ricordo il nome, dicevo; ma l’eleganza del gesto sì. Ed è un vero peccato perché, forse, quel nome andrebbe mandato a memoria. 

Forse questo è il tempo della ‘velocità bruta’, che non concede nulla alla Bellezza, anzi, la annichilisce fino ad azzerarla coi suoi numeri fatti in serie e con la data di scadenza sempre più vicina. 

Penso che i record, e le anonime eccellenze atletiche che li ‘stampano’, seguano i ritmi del campionario estivo di questa o quella marca di calzature sportive.

martedì 17 novembre 2015

Dell'autonomia e d'altre necessità





Puoi insegnare loro a filar via veloci come spade, a rimbalzare come palline di caucciù, a scivolare 'liquidi' sull'asfalto come gocce di pioggia sul parabrezza. Puoi insegnare loro questo e mille altri artifizi tecnici. Ma se nessun passo sarà stato mosso verso l'autonomia, se dinanzi ad una domanda che esige una scelta netta, personale, campeggia l'espressione vacua e sorridente di un ragazzino smarrito, allora tutto il lavoro svolto sarà stato inutile, ed il futuro - non solo quello sportivo - si presenterà assai incerto.

Nihil sine magno labore vita dedit mortalibus, ci ammonisce Orazio. La vita non è una maratona, né una 100 km; è cosa più dura e 'seria', e il giovane atleta che si appresta a diventare 'professionista' dell'endurance podistico - non necessariamente estremo - va innanzitutto educato alla realtà, alla consapevolezza; all'autostima e, soprattutto, al rispetto di sé e dell'altro da sé. Lavoro duro per chi educa, oggi. Lavoro improbabile per chi allena giovani atleti, se le famiglie di questi non garantiscono una presenza educativa qualitativamente sufficiente.

"La potenza è nulla senza il controllo", recitava il jingle...

lunedì 10 agosto 2015

Vividi ricordi sbiaditi

(ph Antonio Ibba)

Agosto 1986. Foto di gruppo a conclusione di una faticosissima Amatrice-Configno. Renato D'Amario, il primo da destra, in piedi, sembra nascondere coi baffetti affilati un sorriso ironico e compiaciuto; sotto il braccio sinistro stringe una sorta di scartafaccio di nomi e numeri: la classifica di quella formidabile edizione della classica "stradale amatriciana". Nei giorni a seguire Renato la esibirà con malcelata vanità nelle principali redazioni giornalistiche locali.

Gioventù multiforme dentro quella foto. Ragazzini vivaci assai e campioni mondiali; tapascioni, atleti di buon livello e semplici appassionati, tutti insieme ché quella era l'atletica di Renato: un grumo compatto di umanità uguale e diversa; uguale nella capacità di condividere il dolore soave della fatica e diversa nelle possibilità individuali di esprimerla.

Renato D'Amario ci voleva bene. Senza troppi giri di parole ci indicava la via da seguire, attraverso la rustica allegoria del correre a piedi.

E allora eccoli lì i suoi ragazzi: Antonio Ibba (la foto è sua), secondo da sinistra, in piedi e con l'asciugamano; dietro di lui, terzo da sinistra, in piedi, il keniano John Ngugi, 5 volte campione mondiale di cross country e campione olimpico dei 5000m nel 1988. Quel giorno finì sulle ginocchia a qualche metro da me; io col primato personale e lui, perso dentro chissà quali pensieri.

E poi Paul Kipkoech, keniano di Eldoret, il sesto da sinistra, in piedi e con una fascetta bianca sul collo. Un'ora prima aveva sbriciolato il record della gara, salendo sui tornanti che portano alla frazione di Configno con l'irreale eleganza di un keniano atipico. Paul era etereo come un sogno al mattino e come i sogni che si fanno poco prima di svegliarsi ci lasciò, nel 1995, stroncato dalla malaria; non prima di aver vinto un mondiale sui 10.000m a Roma nel 1987 e 3 campionati mondiali di cross country.

E infine Marco Barbone, allora sedicenne, accosciato al centro della foto. Capelli ricci e talento da vendere (nel 1989 mancò d'un soffio l'oro sui 1500m ai Campionati Europei Junior) era il 'gioiellino' di Renato D'Amario.

Sì, c'ero pure io. Con gli occhi chiusi, terzo da sinistra, in piedi. Quanto mi manca la leggerezza di quei giorni là.

sabato 25 luglio 2015

Fisiologia altra


Esperto, ex atleta - Sestriere ha un tipo di altura che rende molto. Sono 2000 m che hanno una qualità molto elevata...

Giornalista - Cosa vuol dire “che hanno una qualità elevata”? Perché c'è la vegetazione?

Esperto, ex atleta - Perché probabilmente ci sono delle condizioni...

Giornalista - Perché c'è la vegetazione?

Esperto, ex atleta - Credo che ci sia un fattore fisiologico che rende meno pesante l'allenamento al Sestriere, ma nello stesso tempo offre delle caratteristiche sulla qualità di ritorno a livello metabolico, molto, molto buone...