Bisogna continuare. Ripartire. Fare. Personalmente ho molte difficoltà a mandar giù la crescente ‘lirica’ del terremoto, quel parlare, scrivere, filmare, ‘testimoniare’ a tutti i costi la tragedia e il dolore qui in Abruzzo. Stiamo sconfinando nell’epica del dolore altrui. Bisogna recuperare al più presto la lucidità della ragione, un dio abbandonato che non conosce preghiera. (Chiedo scusa a tutti per lo sfogo scomposto).
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lunedì 13 aprile 2009
Necessità
Bisogna continuare. Ripartire. Fare. Personalmente ho molte difficoltà a mandar giù la crescente ‘lirica’ del terremoto, quel parlare, scrivere, filmare, ‘testimoniare’ a tutti i costi la tragedia e il dolore qui in Abruzzo. Stiamo sconfinando nell’epica del dolore altrui. Bisogna recuperare al più presto la lucidità della ragione, un dio abbandonato che non conosce preghiera. (Chiedo scusa a tutti per lo sfogo scomposto). mercoledì 8 aprile 2009
Lunedì 6 aprile 2009
La morte è altrove, la disperazione è altrove. Così mormora la flebile voce vigliacca di un ancestrale istinto di sopravvivenza. Ma quell’altrove ci appartiene, siamo noi. Qui a Pescara il terremoto è arrivato come un cupo sussurro dentro il buio, un’eco ferale che ha fatto dondolare i lampadari di casa assieme alle nostre certezze. E poi le immagini dei tg, all’alba. La distruzione. La morte. L’Aquila.Facce strane. Attonite. Lunedì 6 aprile 2009, Pescara comincia il suo mattino sotto una coltre d’ovatta. C’è gente che si muove al rallentatore, auto irrealmente silenziose e sguardi vuoti, gonfi di stanchezza. Chi è abituato a sentire clacson incazzati già dalle sette e trenta, a respirare nevrosi e polveri sottili bestemmiando ad ogni incrocio, aggiunge il proprio sguardo incerto e puerile a quello degli altri.
Cinque studentesse del vicino liceo artistico si abbracciano felici. Vola pure qualche quaderno per aria. Non si fa scuola. Si anticipano le vacanze pasquali. Anche la scuola elementare di fronte casa mia è chiusa: una mamma parla con la bidella sulla soglia dell’ingresso principale, saluta e fa dietrofront digitando convulsamente i tasti del cellulare. Il bambino che trascina dietro di sé dovrebbe essere suo figlio.
Fuori c’è il sole ed io ho voglia di piangere.
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