sabato 23 agosto 2008

Alex Schwazer: i gesti, le parole, il furore calmo


A freddo vorrei riflettere su ciò che Alex Schwazer ha mostrato ieri al mondo, sia manifestando la sua incontenibile esuberanza atletica (la mimica durante gli ultimi 7 km di gara), sia nelle parole del dopogara, quando ha parlato di sé, del suo percorso umano e sportivo per arrivare al successo olimpico, e quando ha accennato al dopo Pechino. La sintesi di ciò che ho visto si può esprimere con un ossimoro: furore calmo. Provo un sentimento strano nel cercare di inquadrare meglio l’atleta e quindi l’uomo Alex Schwazer; un misto di timore (per quelle manifestazioni di “irriverente” superiorità atletica, in gara) e di attrazione (per l’intelligenza e la semplicità espresse nelle interviste, sia nell’immediato dopogara che successive).
Alex ha solo ventiquattro anni e sa già dove vuole arrivare (diamine se lo sa!). Una consapevolezza che c'era già tre anni fa, ad Helsinki, quando giunse terzo ai Mondiali di Atletica, sempre nella 50 km. Pochi allora, credo, gli diedero retta. E lui si è guardato bene dal curarsene. Ha però marciato tanto, e con uguale e sapiente determinazione; questo, mi pare, sia il suo “segreto”.
È anche simpatico Alex. Buca lo schermo. Disarma nel passare dal cappellino sbattuto con violenza a terra (Osaka 2007), dall’urlo sovrumano dopo l’arrivo olimpico, alla battuta leggera e arguta rivolta alla giornalista della Rai. Furore calmo nell’agone atletico e grazia che si scioglie nell’abbraccio con l’allenatore. E qui devo dire bravi ai Damilano, non senza un pizzico di sana invidia (e siamo già al secondo ossimoro). È evidente che a Saluzzo siano andati ben oltre il mero dato atletico: lì è da un pezzo che non sono più in tre (i fratelli Damilano intendo); a Saluzzo oggi c’è una squadra affiatatissima, coesa, pacatamente invincibile. Gente senza fronzoli, di cultura silenziosa, contadina, che come ha detto Alex stesso, “teme” i giorni che seguono la vittoria, non quelli della vigilia della competizione.

Io non posso che tornare, con malinconica nostalgia, ad altre immagini. Ad un altro abbraccio, struggente, che non generò riflessioni pacate e costruttive. Erano i giorni della doppia squalifica di mio fratello Giovanni ai Mondiali di Atletica a Goteborg nel 1995. Di quell’abbraccio mi resta l’amarezza delle successive occasioni perdute, ed anche una riflessione pacata che arrivò sì, ma molti anni dopo. Una felice tragedia quindi. Terzo ed ultimo ossimoro. Stop.









(le prime due foto in alto - con logo Fidal - sono di Giancarlo Colombo per Omega / Fidal)


Nessun commento: