martedì 19 novembre 2019

UN FIORE PER VITTORIO


Per diritto d'anagrafe ho avuto la fortuna di conoscere l'Atletica Leggera, quella intrisa di sanguigna e limpida umanità, praticata quotidianamente sul campo, con i giovani e per i giovani, lontana anni luce dalla logica dello sport spettacolo. Quell’atletica che, forse, per un triste gioco del destino, se ne andò nell'agosto del 1985 con Vittorio Maturo.

Vittorio è stato uno dei più grandi talent scout dell’atletica italiana (il termine è però improprio in quanto Vittorio non traeva nessun provento da questa attività, anzi…). Tra le sue scoperte, su tutti, gli olimpionici della marcia Vittorio Visini e mio fratello Giovanni.

Ricordo Vittorio Maturo col suo broncio proverbiale – burbero dal cuore buono – col cronometro e la fettuccia, con i nastri di nylon bianco e rosso, con le paline, assediato dalla caciara di centinaia di ragazzini, per i circoli didattici e le scuole medie di Pescara e provincia.

Ci voleva bene Vittorio; ci voleva atleti infaticabili e bravi studenti (proverbiali i suoi blitz a scuola, a colloquio con i professori), corretti sul campo come nella vita.
Oggi sono insegnante anche grazie a lui – io, qualche anno fa, studente confuso, con troppi chilometri sulle gambe e poca energia da spendere altrove – a testimonianza di un affetto sincero, concreto, che andava ben oltre il momento sportivo.

Oggi rifletto sul senso di una vita, quella di Vittorio; penso al senso di altre, interrogandomi sul significato di uno sport che è sempre più show business, coi suoi campioni drogati e coi giovani pronti ad imitarli, non solo sui campi di gara.

Penso ai mercanti di morte, ricchi alchimisti senza scrupoli che giocano a dadi con la vita degli altri, speculando sulla debolezza spirituale, culturale, morale di adulti e adolescenti.

Penso poi alle parole che Vittorio disse a mio padre a gennaio del 1978, quando io e mio fratello ci tesserammo per la sua società sportiva, la gloriosa Hadria Pescara: «Nino, come stanno col sistema cardiovascolare? L’hanno fatta la visita medica i ragazzi?»; un refrain che era solito ripetere a tutti quelli che firmavano il tesserino per lui.

Penso alla sua solitudine, a quando, per esorcizzare l'idea della morte, anima assetata d’affetto, era solito chiedere ai suoi ragazzi: «Quando morirò verrete a portarmi un fiore?».

Di Vittorio non si parla più.

Pier Paolo Pasolini, in una sua poesia, scrisse: «La morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi».

2 commenti:

Unknown ha detto...

Caro Mario, solo oggi ho avuto modo di leggere il tuo bel ricordo di Vittorio Maturo. L'occasione mi è stata fornita dall'annuncio del conferimento domenica prossima 10 ottobre del Ciattè d'oro alla memoria. ... meglio tardi che mai! Con L'occasione ho anche scoperto il tuo blog, complinenti, è veramente un piacere leggere i tuoi post.
Vittorio ha assolto ad una funzione educativa, anzi è stato agenzia educativa, in uno padre severo e premuroso ed allenatore esigente e meticoloso. Tesseva la rete della sua benefica e meritoria ragnatela al centro vaccinale dove tutti noi ultracinquantenni siamo passati e proponeva l'avviamento allo sport ai genitori, come i miei che, forse, mai l'avrebbero ipotizzato. Dai 6 ai 21 anni ha rappresentato veramente molto per me e per tantissimi coetanei e la sua prematura scomparsa ancor oggi mi causa tristezza. Era generoso come pochi; Dolci sport, allora in via Ravenna, aveva sempre il conto aperto per chi, come me, non poteva chiedere ai propri genitori di acquistargli le sue prime scarpe chiodate da corsa campestre. E come poter dimenticare la sua straordinaria passione per i gli alani ed i boxer dei quali era ospite in casa sua! Quando attraversava piazza salotto, proveniente dal bar "Pantalone" dove offriva il campari anche al suo amico alano non era infrequente vederli andare via con sincrono andamento dinoccolato e traballante.
A Vittorio devo molto, come tanti, credo, e il fiore che gli offro oggi è ricolmo di gratitudine e di memore ricordo. Grazie maestro, grazie Mario

Unknown ha detto...

Caro Mario, solo oggi ho avuto modo di leggere il tuo bel ricordo di Vittorio Maturo. L'occasione mi è stata fornita dall'annuncio del conferimento domenica prossima 10 ottobre del Ciattè d'oro alla memoria. ... meglio tardi che mai! Con L'occasione ho anche scoperto il tuo blog, complinenti, è veramente un piacere leggere i tuoi post.
Vittorio ha assolto ad una funzione educativa, anzi è stato agenzia educativa, in uno padre severo e premuroso ed allenatore esigente e meticoloso. Tesseva la rete della sua benefica e meritoria ragnatela al centro vaccinale dove tutti noi ultracinquantenni siamo passati e proponeva l'avviamento allo sport ai genitori, come i miei che, forse, mai l'avrebbero ipotizzato. Dai 6 ai 21 anni ha rappresentato veramente molto per me e per tantissimi coetanei e la sua prematura scomparsa ancor oggi mi causa tristezza. Era generoso come pochi; Dolci sport, allora in via Ravenna, aveva sempre il conto aperto per chi, come me, non poteva chiedere ai propri genitori di acquistargli le sue prime scarpe chiodate da corsa campestre. E come poter dimenticare la sua straordinaria passione per i gli alani ed i boxer dei quali era ospite in casa sua! Quando attraversava piazza salotto, proveniente dal bar "Pantalone" dove offriva il campari anche al suo amico alano non era infrequente vederli andare via con sincrono andamento dinoccolato e traballante.
A Vittorio devo molto, come tanti, credo, e il fiore che gli offro oggi è ricolmo di gratitudine e di memore ricordo. Grazie maestro, grazie Mario