
venerdì 28 novembre 2008
Evviva Stoccolma!

giovedì 27 novembre 2008
Il viaggio

Buona lettura.
Metafore di un viaggio (un giorno d’inverno)
Quando l’autobus della linea Pescara-Penne, sbuffando e starnutendo, da Remartello all’improvviso svolta per Loreto Aprutino, lascio una vita per prenderne un’altra.
Anche il cellulare inizia a darmi qualche problema; il segnale si fa debole e la segreteria inizia a caricarsi di sms (“Ho chiamato alle…”) che leggerò forse al ritorno, tra dieci ore.
Un insegnante elementare confuso tra altri insegnanti, studenti ed operai, lascia “casina bella” alle sette e un quarto di mattina per farvi ritorno alle sette di sera; riunioni, programmazioni, commissioni, collegi docenti e, talvolta, lezioni in classe coi bambini.
– Buongiorno professo’, freddo stamattina? Che dice, vuole nevica’? –. La funzione fàtica del linguaggio. Nelle parole dell’autista c’è qualcosa di più. È il suo benvenuto, la gioia contenuta e sottile per la conferma di una rassicurante presenza, un altro compagno di viaggio conosciuto e che ti riconosce; l’autista non è più lo “sballottatore” di anime infreddolite ed assonnate. È quello simpatico e disponibile, uno dei pochi a farti scendere tra le fermate “ufficiali” (– … qui non si potrebbe, ma se non ci si viene incontro, eh professo’? –).
L’autobus presto comincia a parlare di melanzane grigliate e mozzarelle “scippate” alle dieci e mezza, di figli e mariti dispersi da tempo, di governi sempre più ladri e di scioperi che pesano più dell’ICI. L’autobus parla strani dialetti che si intrecciano, suoni d’Africa e di Albania richiamati da un cellulare, muezzin digitale e sconsacrato dalla voce metallica e assordante.
Il cinese sta in silenzio. Non potrebbe fare altrimenti. Fa il mercato del giovedì a Loreto e impiega qualche minuto prima di entrare col suo carico di necessario ciarpame a pile e a molla; un borsone di circa quaranta chili che al ritorno ne farà cinquanta. Ma a Loreto vende o compra?
Gli anziani stanno come cariatidi, occupano sempre lo stesso posto, da decenni; dondolando e smadonnando in aramaico aprutino guadagnano l’uscita avviandosi tre fermate prima. Di una vecchietta vedo soltanto la stampella. La scaglia all’interno dell’autobus con la precisione di un cecchino. A fatica, ma con decisione, scala il “massiccio” di ferro. Scenderà quattrocento metri più avanti, dopo aver “rilanciato” la stampella all’esterno.
Il “viaggio” dal sedile all’uscita per alcuni di loro è pieno di insidie, ma l’esperienza non è acqua fresca.
– Giuvino’, purteme la bborsa fin’assotte, pippiacere. La madonna tibbenedice –, e tu l’aiuti. Ho il sospetto però che la vecchina abbia stipulato un patto col demonio in persona: la borsa pesa il doppio di quella del cinese.
– Ddu’ pruvviste pe’ fijeme, fa lu fredde –, si giustifica. Sono venti litri d’olio, venti di vino e non voglio pensare al resto.
Non sono tutti simpatici gli anziani; ma senza di loro l’autobus non sarebbe la stessa cosa. Lo sanno bene gli autisti, impegnati in manovre impossibili sui letali tornanti di Collatuccio.
– Vado a Penne, famme lu bijette giuvino’! –. Sì, loro il biglietto lo fanno sull’autobus, costringendo i malcapitati in prodezze circensi per un resto che attendono fino all’ultimo centesimo. La mano, tesa verso il biglietto, è larga come una vanga e nodosa come un ulivo. Gli spiccioli spesso volano tutt’intorno, come le imprecazioni; incomprensibili ed efficacissime maledizioni che temo più del conguaglio fiscale di febbraio. Le monetine che non finiscono a terra si perdono per sempre tra i solchi e i nodi di quello strano albero antropomorfo.
Ogni anziano di quest’autobus è un albero. Una volta scesi vanno a piantarsi in qualche raro fazzoletto di terra buona, a ricordare i cicli del sole e della luna.
Qualcuno, fortunato, finisce lì la sua corsa.
Studenti disorientati e tatuati, salgono e scendono come vitelli al mattatoio. Qualcuno manda a memoria due formule di fisica, qualcun altro “ripassa” i Metallica con gli auricolari del lettore mp3 siliconati dal gel che cola copioso da capelli acuminati e variopinti.
Un bimbo di diciassette anni riprende il sonno da poco interrotto appoggiando la testa sul petto della fidanzata. Lei dice che non ne può più di lui e di quelli come lui:
– Mi dà il tormento, che palle! Dove sei, cosa fai, con chi stai, mi vuoi bene, ti presento i miei… Io devo ballare, mi devo svagare, devo vedere gente… –, questa in sintesi la traduzione di un pensiero abbastanza contorto, espresso in una misteriosa lingua tonale, farcita a gesti ed attributi maschili citati a ritmo regolare.
Il bimbo di diciassette anni sorride nel sonno; la mamma è dura e severa, ma è sempre la mamma.
Il controllore è buono e cattivo. Quello buono lascia riposare l’operaio sfinito dalla stanchezza del giorno prima. Non gli chiede il biglietto. Lascia riposare anche chi finge il riposo per non pagare la multa. Saluta con un sorriso rassicurante, si appoggia al gabbiotto del conducente e lo distrae fino al capolinea.
Quello cattivo guarda tutti dritto negli occhi. Potrebbe fare le multe già dal predellino. Preferisce studenti e senegalesi.
Un’epica tenzone si trascina da tempo tra lui ed un ventenne di colore. Il controllore, appena salito, ha già pollice, indice e mignolo sul taccuino; il ragazzo, che dal fondo dell’autobus con un balzo ha guadagnato la porta centrale, con l’indice ha già suonato il campanello da un pezzo.
I due si guardano negli occhi come Clint Eastwood e Lee Van Cleef ne “Il buono, il brutto, il cattivo”.
– Dove vai, amico? Documenti e permesso di soggiorno, che mo’ t’aggiusto io! – lo apostrofa il controllore con un ghigno.
– Vieni vieni, ti sto aspettando, non mi muovo da qui –, fa il giovane con malcelato terrore. La multa arriva come una benedizione alla fine di una serie estenuante di: “dai amico, lo faccio adesso”, “stavo scherzando; non si può nemmeno scherzare”, “io non mi faccio prendere in giro da te e da quelli come te”, “il permesso di soggiorno deve essere in originale e non fotocopiato”, “stavolta t’è andata bene, la prossima chiamo la polizia”, eccetera eccetera. Il controllore finisce la sua corsa parlando al conducente di gite a Lourdes e S. Giovanni Rotondo, di straordinari mai pagati, eccetera eccetera.
L’autobus alle sette di sera è vuoto. Montesilvano sa già di Pescara. Molta dell’umanità dell’andata ha viaggiato con me al ritorno. Nuovo proletario senza coscienza di classe riprendo le mie quattro cose prima di scendere.
Il cielo ha la stessa luce di questa mattina.
mercoledì 26 novembre 2008
Tutto intorno è silenzio. Qualcuno, nel frattempo, cresce...
martedì 25 novembre 2008
Who loves his job? Who knows his job?

Niente è più terribile di un’ignoranza attiva. (Goethe)
Post sulle pene dello sport e della società. Dedicato anche a chi fa altri casini perché ha un ego smisurato e una missione da compiere. Immaginate pure un allenatore, che dice di essere bravo e si dà molto da fare. Ma in atletica chi rompe (un atleta) non paga e i cocci ( o cacchi) sono di chi ci rimette davvero.

Notte a tutti.
lunedì 24 novembre 2008
I viaggi ("sportivi") della speranza

Di “pellegrinaggi” del genere, purtroppo, potrei citarne a decine (e mi limito al 2008). Stavo pure pensando di suggerire a qualche tour operator di mia conoscenza un business che, se ben strutturato, potrebbe rivaleggiare con quello dei viaggi per le maratone internazionali.
“Quando si è giovani”, scriveva Pasolini, “si ha tanto tempo dinanzi da buttarne via a palate”. Quanti chilometri ho pestato intorno ai vent’anni; in modo dissennato. Partivo a freddo a 3’40”/km, dal primo metro. Ricordo quella volta che passai dai primi quindici minuti di riscaldamento sull’erba (avevo abbondantemente percorso quattro chilometri) ad un 5000 in 15’10”, saltando dal prato al circuito in sportflex; e poi un altro chilometro intorno ai 3’40” ancora sull’erba – per prendere fiato – e di nuovo un bel 2000 in 5’50” corso meglio del 5000 precedente. Praticamente un folle. E di matti come me, in quegli anni, ce n’erano a mazzi.
L’allenamento è scienza quasi esatta. E certi errori si pagano a caro prezzo. A questo punto dovrei fare una lezioncina sull’importanza del riscaldamento, di come dovrebbe essere eseguito; dovrei dire qualcosa sull’incremento dei carichi di lavoro (volume e intensità), eccetera eccetera. Ma non ne ho voglia (e vi chiedo scusa per questo). Potete però chiedere ai miei ragazzi al Cus. Loro si riscaldano bene e sanno pure perché. A Saturnino, “Sat”, chiedo solo di “ripensare” l’allenamento, ché ha ancora tanti anni da correre. Basta solo che ascolti i consigli di un allenatore-podista che non corre più a 3’00”/km e che sta prendendo in considerazione la possibilità di aggregarsi alla comitiva di pellegrini infortunati, in cerca di un miracolo.
giovedì 20 novembre 2008
I propositi della Nuova Fidal Abruzzo



martedì 18 novembre 2008
Tempi duri, son quasi felice

domenica 16 novembre 2008
Assemblea Regionale Fidal Abruzzo: lost in translation
Oggi non ci ho capito nulla. Lost in translation, mi son perso nella traduzione, probabilmente per una questione di codice linguistico, diciamo così. Pensavo di trovare parole nuove, concrete, quel ripartire dal “fare”, tornando a “sporcarci” le mani sul campo. L’elezione di Domenico Narcisi, nuovo presidente della Fidal Abruzzo, nasce invece sotto il segno della trita questione delle “poltrone” per il consiglio nazionale federale. La querelle Balsorio vs D’Agostino ha monopolizzato buona parte degli interventi in assemblea. Ho apprezzato le parole schiette di Gianni Lolli che ci invitava a riprendere la via dell’impegno appassionato ché i soldi sono davvero finiti, e continuare a menarla coi valzer politici di un’atletica sempre più distante dalla realtà è puro masochismo. Mentre il Titanic affonda, c’è chi danza, chi brinda e pure qualcuno che si incazza.
Spero si torni a parlare presto di progetti, programmi, per chi l’atletica la fa sul serio. A proposito, stamane a Volpiano, nel Cross della Volpe valido come seconda prova di selezione per i prossimi Campionati Europei di Cross, Martina Petrini, U.S. Aterno Pescara, è arrivata terza tra le juniores. La giovane atleta pescarese, allenata da Luciano Carchesio, è virtualmente in maglia azzurra. Meritiamo tutto questo?
sabato 15 novembre 2008
La pioggia e il mare

E mi passano accanto casotti sbilenchi sporchi di sabbia umida e verde di alghe marce, che sanno di mare e di pioggia. Perchè piove. Piove qui, sulla riviera nord (le tamerici non esistono), tra Montesilvano e Pescara, alle due del pomeriggio. Un semirettilineo di otto nove chilometri a betonelle di centrodestra o centrosinistra e asfalto rattoppato; l’eterno iperattivismo politico.
Qualcuno potrebbe inciampare sui troppi denti delle betonelle sistemate alla meno peggio sul marciapiede montesilvanese. Qualcuno, meglio se un vecchietto della previdenza sociale, con cagnolino sfigato al guinzaglio che fa tanto Umberto D. Il marciapiede sbeccato corre per quattro chilometri, tra inutili fioriere di cemento e il mare che, muggendo, reclama la sua quota di spiaggia e, perchè no, di asfalto stradale quando gli va. Corre il marciapiede, come un tapis roulant che non fa rumore ma che oggi mi infradicia le scarpe di pioggia e di mare. Mai stato così bagnato, il mare. A guardar bene corre pure lui e fa per me uno cosa speciale. Si avvicina e si ritrae scivolandomi di fianco; non come i casotti però; non come gli stabilimenti coi loro muretti bassi o le povere barchette spiaggiate come delfini col nylon nella strozza. Il mare è lì a farmi compagnia, finalmente loquace dopo la caciara estiva che ogni anno lo riduce a sfondo, balocco per tiratardi d’ogni età e censo. Immenso e cupo, torna in autunno a riprendersi ciò che gli appartiene e a battere il ritmo della mia corsa col suo respiro regolare.
"Luca è gay" recita, teneramente reazionaria, una scritta nera sul muro di "Bagni non so cosa". Ma come sempre accade il nero chiama il rosso, che stavolta ha la forma di una replica simpatica e libertaria: sotto lo scuro sfottò ridacchia un "Pure io", color sangue. "Cazzi vostri" penso e scrivo idealmente, da terzo incomodo e mi scopro più a destra di Teodoro Buontempo. Schizofrenia della fatica: penso quello che non sono e sono quello che non vorrei immaginare (stanco, fradicio e confuso).
Casa si avvicina, cerco di sveltire il passo e mi faccio due volte violenza. Vorrei vagabondare ancora per un po’. Ma la mano è già sullo stop del cronometro. Game over. Il mondo si ferma di nuovo.
giovedì 13 novembre 2008
Rispettare le regole disonestamente

L’immagine dello sport è decisamente positiva; alla parola sport vengono associati, nella stragrande maggioranza dei casi, concetti positivi come il benessere fisico e il divertimento, mentre i disvalori, ancorché presenti e rilanciati spesso dai media, come il doping e i troppo facili guadagni dei professionisti, vengono associati solo secondariamente al concetto di sport. Per quanto riguarda la capacità pedagogica, sembra che il mondo dello sport in buona parte riesca ancora a trasmettere i suoi valori tradizionali. Non solo, dal questionario (1) emerge una forza aspirazionale ed emozionale, che permette, o meglio, potrebbe permettere allo sport di essere un traino di sviluppo civile.
4.1 I valori
Marco Z. apre così il suo commento: "una letta veloce sono riuscito a darla: ho letto cose che mi lasciano un po' perplesso, altre di cui non capisco il senso e altre che mi regalano una risata". A me, sinceramente, viene da piangere.
martedì 11 novembre 2008
L'Assemblea Regionale Fidal e gli spettri del rapporto Coni-Censis


lunedì 10 novembre 2008
Il vero successo
Giornata intensa quella che si sta chiudendo. Sto per andare a nanna e non voglio sentir parlare di cronometri, risultati, tabelle d'allenamento & affini. Volevo scrivere qualcosa sull'essenza della pratica del running. Qualcosa di pedagogico, di morale, di. . . Poi ho trovato delle foto (in basso). Hanno il dono dell'"eloquenza sintetica". Chi vuol intendere, intenda ciò che vuole.
domenica 9 novembre 2008
Un mondo senza meraviglie

Il post di Carla, alias "Sognatrice", nei commenti a "Il doping e i cattivi maestri", mi ha molto colpito. Muove da una citazione da Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll. Tengo tanto a quel libro in modo quasi feticistico (ne conservo come una reliquia un'edizione della BUR di vent'anni fa, con testo inglese a fronte). Alice è un gioco matematico-letterario di rara bellezza, da leggere in lingua originale (come ogni opera letteraria dovrebbe essere letta), difficilissimo da tradurre in italiano (ottime le traduzioni di Tommaso Giglio e di Aldo Busi).
domenica 2 novembre 2008
Campioni mancati

Il tipo che ho di fronte è il terzo della giornata. Appartiene alla specie dei ‘pretori da bar’, quelli con loquacità sportivo-repressiva in funzione antidoping.
È un tranquillo pensionato. La sua vita è scandita dai ritmi istituzionali e fatali del casa-poste-pensione-nipoti-a-scuola. Vive per l’incontro della giornata, quello che gli riempie una buona mezzoretta al dopolavoro ferroviario. Quello che mi fa sospirare il pagamento di una odiosissima bolletta condominiale, immobile e in processione all’ufficio postale.
“Le bombe, si fanno le bombe. Eh Debbenedì?” mi fa il tipo, ammiccando un poco. Si rivolge ovviamente all’esperto, l’uomo di sport che ne ha viste di cotte e di crude. Mi provoca. Vuole sapere le confidenze che mi faceva Pantani al Giro d’Italia, dei cicli di ‘cure’ anabolizzanti di Ben Johnson, dei testicoli delle nuotatrici cinesi.
Naturalmente non ho avuto mai il piacere di conoscere di persona Pantani. Né faccio parte della commissione antidoping del CIO. D'accordo, ho fatto qualche olimpiade, da allenatore. Una collaborazione di circa sedici anni con la nazionale italiana di atletica leggera, nei settori mezzofondo e marcia. Sempre fuori da ogni circuito di potere. Sempre.
La fila scorre, la cassa non è più un miraggio e le sue domande si fanno sempre più incalzanti. Delineano un obiettivo preciso: convincermi di essere stato vittima di un’ingiustizia cosmica. Il pensionato, in gioventù quarto classificato nella corsa campestre alla selezione scolastica del noto istituto tecnico eccetera eccetera, a quei tempi non poteva allenarsi perché c’era la fame, perché papà non voleva, eccetera eccetera.
“Con la bomba giusta a quest’ora avevo un paio di medaglie olimpiche anch’io, cosa crede?” si sfoga, vuotando finalmente il sacco. E mi lascia con la bolletta in mano, davanti al cassiere che mi chiama con sguardo feroce, spazientito per il mio titubare. Pagata la mia bolletta esco dalle poste senza voltarmi.
venerdì 31 ottobre 2008
Atleti con la valigia

Provo a commentare qualche situazione ricorrente (l'ultima un po' meno, in verità): a) l'atleta è un giovane top level (junior da 900 e passa punti in tabella finlandese) e cerca il "posto sicuro"; b) l'atleta è di buon livello interregionale/regionale e cerca soddisfazioni economiche e tecniche che la propria società non può garantirgli (premi, rimborsi spese per gare fuori regione, partecipazione a campionati nazionali di società, meetings, eccetera); c) l'atleta ha trovato una guida tecnica più valida.
In a) la scelta è quasi obbligata per chi fa atletica da "professionista" (le virgolette potrebbero pure mancare). Quando non si è né un Bolt, né un Gebre, è difficile trovare mecenati che possano aiutarti. In questo caso il gruppo sportivo militare è la manna che scende dal cielo. Spesso però, messi i "gradi", la maggior parte degli atleti si assesta su livelli prestativi discreti, ma nulla di più. Subentra quasi un appagamento che "silenzia" irrimediabilmente la verve degli inizi. Ricordo che gli olimpionici Mennea, Simeoni, Dorio, Damilano, Bordin, e Baldini stesso, hanno ottenuto i loro successi vestendo i colori di società civili.
Il punto b) è il punctum dolens, almeno per come la vedo io. Qui da noi, in Abruzzo, spesso si cambia canottiera perché tale società non dà i rimborsi, tal altra non fa attività di livello nazionale, e via discorrendo. Insomma, il salto di qualità dovrebbe essere qualche spicciolo in più e la vetrina di una kermesse nazionale o interregionale. La locale società di serie A (e per A intendo anche A1, A2, eccetera) può garantire tutto questo. Purtroppo quando la società sportiva in questione cresce ulteriormente in qualità, lo spazio per l'attività di "vetrina" dei "middle level" (750-800 punti in tabella finlandese) si riduce assai. Aumenta invece la tensione verso il miglior risultato possibile che, se non ben ponderata, può condurre all'infortunio e, se questo è reiterato, anche all'abbandono. I rimborsi, spesso, servono per "bendaggi e cerotti" (leggasi spese sanitarie per terapie "varie").
Il punto c) è spinoso assai. Chi cambia casacca spesso si tira dietro pure il tecnico. Molto di rado, almeno nel mezzofondo, mi è capitato di vedere atleti cambiare squadra per motivi squisitamente tecnici. Ritengo essere questa una carenza culturale forte. Sempre più di frequente accade che atleti molto giovani passino ad altra società per un completino griffato, una tuta in linea col completino, qualche paio di scarpette all'anno e via dicendo. Quando un atleta, (e/o i suoi genitori) baratta la propria crescita atletica, ma anche psicologica, morale, eccetera eccetera, per "questioni d'immagine" o improbabili sogni di gloria, allora...
Halloween? No grazie


giovedì 30 ottobre 2008
No counter no tooth


martedì 28 ottobre 2008
Back on the road

Il 16 novembre prossimo l’Atletica abruzzese dovrebbe voltar pagina. La Fidal d’Abruzzo avrà un nuovo presidente, così come un rinnovato consiglio regionale. Spero, dal canto mio, che si torni a “fare”, sempre su base progettuale, piuttosto che promettere o pascersi nel mito, oggi abbastanza sbiadito in verità, dell’Atletica Leggera regina di ogni sport.
Da qualche tempo sto lavorando ad un’ipotesi di progetto per il mezzofondo (ma anche per la marcia) giovanile in Abruzzo. Premetto che non è mia intenzione muovere nessuna reprimenda a chi fino ad oggi si è occupato di coordinare l’attività tecnica come responsabile di questo settore, nella Fidal abruzzese. Qualche considerazione va però fatta. Quest’anno ho vissuto direttamente (come tecnico intendo) alcune vicende spiacevoli occorse ai miei atleti del Cus Atletica Chieti; queste, unitamente ad altri episodi similari, mi hanno fatto riflettere.
I risultati positivi del nostro mezzofondo giovanile (il 4° posto agli Italiani Cadetti di Loris Di Marcantonio sui 1000m e il 9° sui 2000m di Daniele D’Onofrio in primis) sono il risultato del lavoro appassionato, continuo e intelligente di pochi tecnici, misconosciuti dalla federazione, supportati non senza fatica dalle loro società sportive. L’impressione che ho avuto, lavorando quotidianamente coi miei ragazzi, e dialogando con altri atleti e tecnici, è che sia stato fatto poco o nulla di concreto per motivarli (sia i ragazzi che i loro allenatori). Cercare come disperati estenuanti rincorse al minimo (fascia A, B, eccetera), gareggiando sovente fuori regione (ah, Marche benedette!), così come essere convocati come titolari per una rappresentativa interregionale, e poi “sconvocati” e sostituiti a tre giorni dall’evento, sono episodi che farebbero mollare tutto pure a Giobbe con la sua biblica pazienza.
Abbiamo energie nuove nel mezzofondo: una bella nidiata di Cadetti, diversi Ragazzi (e Ragazze), ed Esordienti, maschietti e femminucce. Un movimento numericamente significativo per qualità. Conoscerli è facile, basta affacciarsi periodicamente nelle varie “stradali” domenicali, oppure in quelle rare kermesse a loro dedicate, in pista. Eppure sbagliamo nelle convocazioni, segno che non conosciamo gli atleti che abbiamo, le loro prestazioni, non dico la loro condizione attuale.
La ricetta per uscire dal fosso potrebbe essere più semplice di quanto si pensi. Essa poggia su due concetti: motivazione e dialogo.
Motivazione vuol dire più opportunità in regione per fare attività: più manifestazioni su pista, adeguatamente organizzate (con premi sotto forma di materiale tecnico, ad esempio) e strutturazione di un circuito parallelo (da calendarizzare) di gare su strada. Non dimentichiamoci che i nostri migliori Esordienti (ma anche gli attuali Cadetti) vengono da lì (ecco che torna il back on the road). Coinvolgere le scuole in un rapporto meno “cervellotico-progettuale”, attraverso “tornei” d’istituto di una sola giornata (basterebbe una corsa campestre) e legando tali manifestazioni alle altre, federali, poste in calendario. Motivazione sta anche nella possibilità di incontrare i ragazzi e farli incontrare periodicamente (mini raduni, forse è una locuzione eccessiva?). E qui si arriva al secondo concetto, quello del dialogo, legato a tripla mandata col primo. Non può esserci motivazione se non c’è dialogo. Bisogna che la nuova Fidal Abruzzo, nella persona di un suo responsabile tecnico, incontri, con continuità, allenatori e atleti, favorendo la comunicazione fra loro e rinnovando, con il supporto delle proprie competenze, la motivazione a crescere e fare meglio. Dico una bestemmia se, in alcune circostanze, sarebbe bastata una telefonata, tempestiva, per evitare l’abbandono precoce di un giovane atleta? Dialogo con atleti, tecnici, ma anche con le famiglie, senza le quali è impossibile realizzare alcun progetto.
Oddio, mi accorgo di essermi allargato un tantino, e di non aver citato la parola magica “risorse” (finanziarie) senza le quali non si canta la messa. Eppure sono convinto che se si ripartirà con uno sguardo nuovo e veramente appassionato, con un progetto semplice ed efficace, dove chiari dovranno essere gli obiettivi e rigorose le verifiche in itinere, anche i soldi arriveranno. Per (ri)partire basta davvero poco.
sabato 25 ottobre 2008
La pizza che non mangiammo

Sat, ci saremmo dovuti massacrare in pizzeria, per un saluto goliardico dei nostri. Non è stato possibile e allora la pizza te la spedisco in forma digitale; ha il pregio di avere zero calorie. Anche i programmi di allenamento avranno la stessa forma, ma almeno a quelli sei abituato.
venerdì 24 ottobre 2008
Un'idea (semplice) per il mezzofondo (giovanile e non)


mercoledì 22 ottobre 2008
Antidoping a tempo determinato

Il manzo ipertrofico
Stavo bene/per voler star meglio/sono qui
– Chissà se sono cresciuto – si chiedeva con apprensione il giovane manzo.
– Mi sembra di avere gli addominali un po’ appannati – rifletteva ad alta voce, con preoccupazione.
Il destino di un manzo così bello finì dritto dritto sulla tavola di un giovane muratore di Notaresco.
Sul suo piatto come secondo, ciò che restava, in forma di scamone, dell’ipermuscolato bovino.
– Ma guarda ‘sta carne, dopo la cottura è diventata la metà – diceva sorridendo tra sé e sé il giovane.
– Mi sa che per mantenere ‘sto fisico prima di andare in palestra passo da Gino il farmacista –.
Uscendo di casa diede un’occhiata allo specchio dell’ingresso: – Chissà se sono cresciuto – si chiedeva con apprensione il giovane…
Morte apparente?

martedì 21 ottobre 2008
La pacchia è finita

domenica 19 ottobre 2008
Chi lascia la via vecchia per la nuova...

Post criptico quello di stasera. Post per pochi intimi o neanche per quelli. Due righe per me. Punto.
venerdì 17 ottobre 2008
Scuola al trancio

La ministra Gelmini dice che si stanno diffondendo notizie false e tendenziose, che i tagli saranno “dolci”, che il tempo pieno non verrà toccato... Io però sono abituato a credere nella verità dei numeri. Giudicate voi leggendo la tabella qui in basso (sono i tagli alla scuola pubblica in milioni di euro).

giovedì 16 ottobre 2008
No money, no action

martedì 14 ottobre 2008
Il mio blog

domenica 12 ottobre 2008
Chiara Centofanti: un disco per l'estate (del movimento atletico abruzzese)

venerdì 10 ottobre 2008
Il bambino con le orecchie a sventola

Non andava neanche a spinte, poverino. Ma si impegnava un mondo. Correva l’anno 1979 e con esso tutto il gruppo di giovanissimi mezzofondisti dello Stadio Adriatico. Tra questi c’era pure lui: il bambino con le orecchie a sventola. Seguito come un’ombra dal padre (che non ho mai capito quale mestiere facesse; il pomeriggio seguiva il figlio tra allenamenti e pettegolezzi post-training, la mattina incontrava gli amici al bar per parlare di gare e… allenamenti!) non riusciva mai a classificarsi nei primi dieci, neanche quando si era in otto (molte volte sbagliava strada).
Le battute al suo indirizzo, scontate come il rincaro della benzina, erano tutte di tipo “aerodinamico”.
– Le orecchie ti fanno da paravento! Ti devi operare – lo apostrofavamo con solerte cattiveria, almeno tre volte al giorno.
Ma lui non faceva una piega o almeno così credevamo. Lui era un “puro”. “Catechizzato” dal padre, era certo dello stato – ormai cronico – di tossicodipendenza in cui versavano tutti quelli che puntualmente lo precedevano nelle non competitive rionali. Praticamente quasi tutti i partecipanti. Giovanni, mio fratello, talento precocissimo, era il suo bersaglio preferito.
– Si fa la droga. Il padre ogni giorno gli dà un chilo di pappa reale. Secondo me muore – era il suo refrain. E qualcuno gli credeva pure.
Andava profetizzando strane metamorfosi che volevano Giovanni stecchito dopo l’ennesima brillante competizione, con le zampette all’insù, mutato definitivamente – come nel film “The Fly” di Cronenberg – in un’ape gigantesca.
Una volta mi vide masticare una tavoletta di destrosio (comunissimo glucosio). Mi chiese cosa fosse e a cosa servisse . Il padre era lì con lui, ovviamente. Con pazienza gli spiegai che serviva a recuperare un po’ le energie perdute in allenamento.
L’ultima immagine che ho del bambino con le orecchie a sventola è da film di serie C.
A due minuti dalla partenza del campionato regionale di corsa campestre, in pineta D’Avalos, il padre in preda al panico si sbracciava come un dannato per ritardare l’avvio della competizione.
Il bambino “tuonava” dalla vicina latrina ormai da un po’. Tre confezioni di Dextrosport in meno di venti minuti fanno rimpiangere l’olio di ricino.
giovedì 9 ottobre 2008
Quando sognavo la canotta militare

Prima di partire col racconto, scrivo due righe introduttive. Il testo è stato scritto circa tre anni fa. Stavo per compiere quarant'anni ed ero da poco tornato a correre con l'entusiasmo di un adolescente. In quei giorni la testa riandava spesso su immagini di un passato formidabile e bizzarro. Il mio passato di mezzofondista-marciatore.
Buona lettura.
Militare
Il 25 aprile ho rivisto il Ciampi circondato da divise. E le divise mi fanno tornare indietro di vent'anni e più. Perchè intorno ai vent'anni non solo si può capire meno di un ciufolo, ma si possono fare casini immensi. Altro che ciufoli.
Storie di abiti che fanno i monaci; di tute e canotte come divise; di carabinieri e finanzieri che corrono ma non sparano. Tutta la mia meglio gioventù.
Buona lettura. marius
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Fricativa postalveolare sorda. Merda di un appuntato capo. Tutto quello che mi rimane del mio militare, cioè due giorni di visita medico-psicofisico-attitudinale (tolgo l'attitudinale perché riformato al secondo giorno, e i test attitudinali mi sembra si facessero al terzo) sono quelle due esse strascinate, in divisa d'appuntato capo, carabiniere campano prossimo alla pensione e dalla weltanschauung dicotomica: ‘e scpine (leggasi spine, con la sc di scemo) da una parte e i sckarti (leggasi scarti, stessa sc) dall'altra. Ed io ero o sckarto. Ma procediamo con ordine.
Venticinque anni fa avevo quindici anni. Cioè oggi dovrei essere la somma di un cazzonetto adolescente ed un coglioncello buono per gli happy hour in centro. Esaltante. A quindici anni facevo più chilometri a piedi di un keniano ipercinetico. Mio padre, che allora mi allenava, aveva le idee chiare in fatto di obiettivi atletici da raggiungere: io e mio fratello avremmo partecipato alle olimpiadi; anche più d'una. O magari soltanto io; oppure solo mio fratello. Il nome, contava il nome. DE BENEDICTIS prima o poi avrebbe dovuto significare qualcosa nella storia del mezzofondo e della marcia mondiale. Meglio prima che poi, cosicchè all'età di dodici anni (mio fratello ne aveva dieci, cinquanta chili di buon nome familiare in due) iniziai a sciropparmi qualcosa come quindici chilometri al giorno - domenica compresa -, roba da far venire un colpo al presidente di Telefono Azzurro. Anche perchè mio fratello spesso e volentieri in allenamento mi legnava e qualche volta faceva pure alcuni chilometri in più per sfottermi un tantino. Bastardo.
A tredici anni avevo la struttura di un aeroplanino di balsa e la resistenza di un varano dopato, tanto da meritarmi a scuola e nel quartiere gli appellativi di: DE BENEDISTICK, buco di culo coi denti, vaffanculecurrenn', eccetera eccetera. E per l'autostima tutto ciò era una mano santa. Quando c'era il ballo della scopa, in una delle rare volte che potevo prendere parte alla agognatissima festicciola di compleanno della racchietta del palazzo (che si trasformava magicamente in una figa perchè a correr troppo si può diventare sessualmente daltonici), stavo bene attento a lasciar filtrare un po' di luce in sala. Essere scambiati per la scopa non era cosa tanto improbabile.
Tutto ciò che indossavo, anche al di fuori dell'attività sportiva, dall'orologio digitale (giapponese, a cristalli liquidi, uno dei primissimi, col cronometro al centesimo di secondo), alle calzature, ricordava in modo ineludibile il mio cavolo di destino aerobico. Portavo la tuta più ore dell'Uomo Ragno e, al pari di Superman, quando vestivo in borghese non mi riconosceva un cazzo di nessuno. Cosicché preferivo stare in tuta perchè l'identità è l'identità.
Quando mi diedero la tuta sociale, d'un giallo canarino bordato da ampie fasce blu elettrico, sembravo davvero un supereroe della Marvel Comics. Vidi bene di inaugurarla alla festa di compleanno del mio dirimpettaio (dodici anni credo). Non so se mi presero per scemo o cosa, ma io me la tiravo che sembravo Berlusca il pomeriggio del 13 maggio 2001 (va bene pure l'11 aprile 2006). Scivolavo tra ragazzini coi jeans roy rogers e t-shirts fruit of the loom, mentre io, incurante del caldo torrido della sala gremitissima di sguazzoncelli sudati, appiccicati e limonanti, facevo piroette al ritmo della Dee D. Jackson, quella di Meteor Man. Mi muovevo come Jeff Bridges in Starman di John Carpenter. Solo un po' più impacciato.
La tuta, la tuta. Finché non arrivò quella maledetta canotta gialloverde finanza.
Tutta colpa d'un coglione mio coetaneo, iperpatito di gadgets sportivi all'ultima moda. Uno che quando correva manco sudava per non sporcare il completino Fila. Ricordo che ad un campionato di corsa campestre, corso dentro un letamaio piemontese, arrivò al traguardo con addosso qualche raro schizzetto di fango, che lo faceva addirittura più bello; tutt'intorno c'erano mamme ed allenatori che stentavano a riconoscere figli ed atleti ridotti a colate di fango con le zampe.
F.N., questo il suo nome, un giorno (in quel frangente avevamo entrambi sedici anni) non si sa come, riuscì a far scivolare una canotta del gruppo sportivo della Finanza (le mitiche Fiamme Gialle) dentro la sua sacca. Insomma, la rubò negli spogliatoi dello stadio della Stella Polare di Ostia, a conclusione di un Campionato Italiano Allievi di maratonina andato male. O meglio, a lui era andato male, io ero arrivato sesto con un rimonta finale che se c'era ancora un chilometro avrei beccato pure il terzo. Quel giorno ad Ostia faceva un caldo della madonna. Luglio flagrava, per dirla col poeta Kavafis, ed io ero andato in gita premio per sostenere il buon F.N. che, per l'occasione, avrebbe dovuto fare sfragelli. Era lui la star del team in cui allora militavo. Invece saltò come tanti altri dopo appena qualche chilometro. Lesso, che se non avesse avuto completino e scarpette lo avrebbero fermato per vagabondaggio.
Le scuse che era capace di accampare il buon F.N. ogni volta che toppava erano pari per fantasia soltanto alle cazzate che sparava quando voleva esaltare le sue migliori (e comunque mediocri) performance. Per la cagata di Ostia tirò fuori dal cilindro il dramma delle lenti a contatto. A sentir lui ne aveva persa una durante il terzo chilometro. Si dovette quindi fermare a cercarla, carponi. Passò al setaccio metri e metri quadri di asfalto senza cavarne nulla finchè non la ritrovò grazie ai Ray Ban di un amico di Teramo che passava per caso da quelle parti. I Ray Ban, sempre secondo F.N., avrebbero consentito l'individuazione della lente fantasma un po' come il metal detector per le armi negli aeroporti. Lo avrei mandato volentieri a fanculo per l'enormità della boiata. Lui però non me ne diede il tempo aggiungendo che una volta ritrovata la lente si era messo alla ricerca di una fontana per sciacquarla. Feci un rapido calcolo a mente: tutta l'operazione del recupero con risciacquo non poteva essere durata meno di quattro minuti. Io gliene avevo smollati due e il primo classificato mi aveva staccato di circa un minuto. Senza quella sfiga F.N. avrebbe vinto con almeno un minuto sul secondo.
Vaffanculo ovunque tu sia, F.N..
Affanculo anche perché tornò con quella diavolo di canotta gialloverde; FIAMME GIALLE c'aveva sul petto. E se lui che era arrivato due minuti dopo di me poteva giocare a fare il finanziere, io come minimo potevo avere la divisa dei carabinieri, tuta e borsa comprese.
Credo che iniziarono così i miei ingenui e strampalati sogni di gloria: quali guerre e medaglie al valore! Io volevo soltanto correre, allenarmi e andare forte. Da mane a sera. Del resto era ciò che già facevo, e da un pezzo, per le salite di Pescara Colli, zona cimitero. Ma sapevo pure che i carabinieri, così come i finanzieri e i poliziotti, le loro amministrazioni intendo, pagavano uno stipendio per farlo e garantivano pure un posto tranquillo (il mito del posto statale!) una volta smessi i panni dell’atleta.
Ma a sedici anni o giù di lì è alquanto improbabile immaginarsi ex-qualcuno o ex-qualcosa, tantomeno vedersi nei panni naftalinici di un pensionato maratoneta; un sedicenne che corre come un varano dopato immagina di sgambettare tutta la vita e basta. Diciamo che farlo con la “divisa” sgargiante e traforata mi esaltava un mondo, e mi bastava. Eccome se mi bastava.
I sogni però, spesso, vanno in aceto.