domenica 2 giugno 2013

La foto del 1982

 Una foto in bianco e nero. Un sedicenne magrissimo è ritratto frontalmente, a figura intera, mentre chiude la sua fatica al secondo posto, dopo aver tirato la gara per quasi tutti i quattro chilometri di un duro percorso sterrato alla periferia di Avezzano. Erano i campionati regionali abruzzesi di corsa campestre. Era un giorno di marzo del 1982 e quel sedicenne ero io.
Chissà quante volte, negli anni a seguire, sono andato con la memoria a quella competizione che segnava il mio rientro alle corse, dopo uno stop abbastanza lungo – credo un bel mesetto – per effetto di un infortunio da sovraccarico funzionale alla bandelletta ileo-tibiale sinistra.
Correvo tanto in quegli anni. Alla fine del 1981 ero capace di ‘trottare’ per oltre due ore e mezza, senza mai fermarmi, su e giù per i colli di Pescara. Sui 10 km andavo senza troppa fatica sotto i 3:15/km e puntavo decisamente al podio dei Campionati Italiani di Maratonina Allievi del 1982 (primi di luglio), sulla distanza dei 12 km. Consapevole di avere avversari del calibro di Antonino Rapisarda (8:13 sui 3000 a 16 anni e 29:56 sui 10.000 in pista a 17!!!) e del compianto Walter Merlo (8:12 sui 3000 e 3:50 sui 1500 a 17 anni), lavorai molto duramente per un obiettivo forse non ancora alla mia portata. La bandelletta ileo-tibiale sinistra ‘cedette’ perciò ai primi di gennaio del 1982 ed io andai nel pallone.

Torniamo a quella foto in bianco e nero. Della magrezza si diceva. Essa aveva qualcosa di metafisico, di ascetico e, insieme, di grottesco, tanto da valermi allora i nomignoli di “de Benedistick” e “buco di culo coi denti” (ahimè ne ho già scritto da qualche parte). Magrezza e tensione, con quei pugni serrati, i gomiti in fuori e le spalle abbastanza alte e incordate. Gli occhi, che guardavano oltre il traguardo, ormai lì a pochi passi, erano due tagli scuri su un volto leggero e sofferente. Occhi che lasciavano trasparire l'ansia per l'attesa di una competizione di cui non conoscevo ancora il nome (c'era sempre un'altra gara da fare) ma che sapevo sarebbe arrivata, col suo peso, soverchio, di aspettative (altrui) da soddisfare.

Quella foto del 1982 in realtà non è solo un ingiallito, ma ancora vivissimo, ricordo personale; essa rappresenta il significante assoluto della pressione psicologica, spesso eccessiva, che un giovane è 'costretto' (le virgolette sono necessarie) a sopportare durante il suo percorso di formazione sportiva.

E sarà per una di quelle coincidenze, chiamate da Jung sincronicità, che la foto del 1982 salta fuori all'improvviso da un 'cassetto' digitale, proprio nei giorni in cui mi trovo ad assistere ad episodi di altre esasperazioni, sempre legate all'esperienza sportiva di giovani ateti – alcuni giovanissimi, in verità.
C'è l'allenatore emozionato e con la voce che trema, che al campo mi fa: “Qual è il record (sic!) sul chilometro per la categoria Esordienti (11 anni, nds)?”. Ed io a spiegargli che, tutt'al più, possiamo parlare di migliore prestazione e che, comunque, bisogna stare attenti ad enfatizzare 'numeri' di quel tipo, soprattutto in presenza dei ragazzini stessi.
C'è un altro tecnico che scrive nel proprio curriculum sportivo,tra le note degli atleti da lui seguiti: “Ha allenato XY, campione italiano dei Giochi della Gioventù”.
Ci sono infine altri adulti (allenatore, genitori, ecc.) tutti presi da una 'missione' irrinunciabile: il raggiungimento di un minimo di partecipazione (improbabile) ad un appuntamento internazionale.

La foto del 1982 racconta comunque una storia a lieto fine. Perché sull'agonismo, cieco e disumano, ha poi prevalso l'Educazione. Perché, vivaddio, ho avuto un'Educazione. Degli altri non so dire. E resto spaurito.

14 commenti:

Biansi ha detto...

Ti sei fatto attendere, ma al solito le tue considerazioni sono sempre molto pertinenti e ficcanti. Personalmente credo che l'Educazione sia il principale obiettivo di qualunque insegnante e un allenatore è, prima di ogni cosa, un Insegnante.

Marius ha detto...

Grazie Biansi. Continuerò - a scrivere - con più continuità. O, almeno, ci proverò...

mario

Anonimo ha detto...

***gmak***

Enrico VIVIAN ha detto...

BENTORNATO!

non farti attendere altri 5 mesi!

Anonimo ha detto...

Provo ad aggiungere qualche considerazione che penso (forse solo io) possa essere pertinente a quanto scritto.


Vladimir Jankélévitch, filosofo, considerava lo sport un'arma del capitalismo e dell ideologia di Stato. Due sono gli inconvenienti nello sport.

Il primo è che in quanto merce mette in gioco notevoli interessi, interessi economici colossali, che gli si radicano attorno e lo pervertono.

Il secondo consiste nei cattivi propositi che ingenera, laddove di norma dovrebbe suscitare la fraternità, il senso pacifico della competizione dal momento che lo sport sarebbe destinato ad arginare tutta la barbarie degli uomini: se giocano non si divoreranno, non si faranno la guerra!

Allora si incoraggia lo sport e si organizzano competizioni...altrimenti gli uomini si picchierebbero.

La competizione diventa così un modo per evitare che si divorino reciprocamente: la guerra viene trasformata in gioco. Del resto la guerra stessa è un gioco: in quale momento si passa dal gioco alla guerra vera e propria? Per es. le lotte degli atleti nell antichità erano orribili. Così inversamente nello spirito della guerra, vi è sempre qualcosa del gioco. Per questo la competizione sviluppa il nazionalismo, lo spirito sciovinista ecc


Ora trasponete tutto questo nella nostra piccola società ......e la conseguenza è il panorama finale descritto da Mario....

Gis

margherita ha detto...

Le esperienze personali hanno sempre qualcosa in più dei principi teorici ... grazie per aver condiviso un pezzo della tua storia ... e grazie per le riflessioni che potrà suscitare! La competizione (interna o esterna che sia) descrive la nostra naturale tensione ad agire ed è il motivo più certo del nostro vivere, ma se non chiama in campo la libertà di espressione allora crea il vuoto ... ed i vuoti sono fatti per essere riempiti ... a volte, per fortuna, di storie a lieto fine come la tua!!

Anonimo ha detto...

mi hanno colpito due cose: "c'era sempre un'altra gara da fare(....) col suo peso, soverchio, di aspettative (altrui) da soddisfare" e poi "vivissimo, ricordo personale; essa rappresenta il significante assoluto della pressione psicologica, spesso eccessiva, che un giovane è 'costretto' (le virgolette sono necessarie) a sopportare durante il suo percorso di formazione sportiva...."
Ho capito dove vuoi arrivare e qlcn qualche settimana orsono mi ha regalato un libro(scorrevole e piacevole da leggere ma poco assonante con il mio modo d'essere e di cui non capivo l'assonanza con me fino a questo post...eh eh eh..) il cui filo logico era proprio questo..la paura di non riuscire a soddisfare le aspettative altrui, tant'è che il sottotitolo era "ricordati di dimenticare la paura"
Agiungo pure che sabato 1 giugno un prof incontrato per caso non ha esitato a sbandierarmi in faccia delle graduatorie nazionali in cui un ragazzo/a primeggiava proprio in quel km di marcia che citi enfatizzando il proprio lavoro da tecnico del ragazzo/a in questione...purtroppo aggiungo tali figuri sono parte integrante e presenti ai vari livelli nel ns mondo... e pur sforzandomi non vedo soluzione adeguata. Si può solo sperare che non faccia troppi danni....
Considerazione extra: ma quel ragazzo anorex della foto, oggi, come giudicherebbbe l'appoggio del piede sx alla luce dell'infortunio che poi gli occorse?
PAZIENZA mi sento xpre dire ultimamente
ciauz ciauz by GMAK
recalcitrante e scalpitante

Marius ha detto...

Grande GMak,

bel commento davvero (e quante considerazioni profonde). Comincio col rispondere al tuo ultimo quesito.
Lì nella foto in effetti il piede sinistro è in abduzione, e sul terreno di gara di quel giorno avrà fatto senz'altro 'divertire' ginocchio e anca.
Non ti so dire se sia stato determinante per scatenare la patologia di cui parlavo nel post (la bandelletta ileo-tibiale duole soprattutto in chi ha un pronunciato varismo tibiale; e non è il mio caso). Piuttosto credo che furono i molti chilometri percorsi a novembre e dicembre a mandare in tilt la struttura.

Quanto al discorso su "aspettative altrui", "pressioni psicologiche" varie, "agonismo anticipato" e "primato dell'educazione sull'addestramento" (diciamo grossolanamente così), proverò a tornarci nel prossimo post (che stavolta muoverà da un altro sport, molto 'chiacchierato').

Grazie ancora del commento e a prestissimo.

mario

Anonimo ha detto...

Ciao Mario e bentornato! Fino all'ultimo post mi ero sempre firmato in un altro modo, ma da oggi (anzi, da ieri) mi è stato affibbiato un nuovo epiteto.
Saluti a tutti.

L'Uomo Ombra ;-)

Marius ha detto...

L'Italia è un Paese pieno di ombre. Almeno la tua è piena di umanità.

Bentornato!

m

Marco SANTOZZI ha detto...

Molte persone dovrebbero stampare post come questi e visionarli al bisogno. Forse, in alcune situazioni, si risparmierebbero 'fiumi di parole' inutili e situazioni al limite del grottesco.

A presto,
Marco

Marius ha detto...

Caro Marco, lo sport è davvero "tante cose"; in fondo ognuno lo vive secondo la propria sensibilità culturale, esperienziale, psicologica. Lo sport non è né buono, né cattivo. È un'attività umana...

un abbraccio

mario

Mistercamp ha detto...

Ricco mento anche Mario con molto piacere.... Un altra epoca altra gente altri valori, apprezzare per apprezzarsi...ciao caro❤️

Unknown ha detto...

Bella foto e bei ricordi, che inevitabilmente risvegliano in chiunque abbia praticato sport a livello agonistico tanti sacrifici, ma anche tante soddisfazioni; cocenti sconfitte, ma anche indimenticabili ed inebrianti vittorie. Ed è questa l'anima dello sport: la voglia di mettersi in gioco, a qualunque costo, sempre rispettando le regole, pur di salire sul gradino più alto, pur di sollevare una coppa o una medaglia, e di sentirsi anche per un solo attimo i cielo. Bei ricordi ...