domenica 18 aprile 2010

Delle regole, delle pene

Nel post precedente si parlava di rispetto delle regole, mi sembra. È un problema etico, sicuramente. Richiama drammaticamente i problemi di una società divisa, spesso assente, sul fronte dell’impegno morale; qualcosa di cui parlare, e che puntualmente degenera in chiacchiera da bar. Qualcosa di cui, al di là delle ciarle, ci si libera presto perché ‘qualcuno’ (le Istituzioni o… non si sa bene chi), non noi, per carità, dovrebbe occuparsene, ‘ufficialmente’. E così si va avanti. Ci si indigna di fronte all’ennesimo caso di doping sportivo e poi...

Ed io torno alla mia realtà professionale dove, quotidianamente, è possibile verificare l’assenza di un impegno inderogabile.
Vi farei entrare in alcune classi di scuola primaria, dalle mie parti. Forse è soltanto una mia percezione – e di qualche altro mio collega –, ma i bambini con cui ho modo di relazionarmi si comportano come animaletti impazziti. Comunicano dandosi spintoni pericolosissimi, non solo per manifestare dissenso al proprio compagno, ma, semplicemente, per richiamare l’attenzione dell’altro. Il lancio di oggetti – quando questi non vengono branditi come bastoni, lance o pugnali – sembra essere alla base di un contorto e misterioso linguaggio pre-verbale, dove al segnale emesso si lega la disperata ambiguità del suo significato, unitamente all’esigenza del bambino-emittente di produrre azione, movimento. I bambini rispondono alle richieste dell’insegnante, ma anche dei compagni, urlando come ossessi, seguendo la logica del “se urlo più forte degli altri ho diritto di parola”. In aula si legge, si scrive, si disegna stando acciambellati oppure in ginocchio, o addirittura in piedi, su sedie pencolanti. Le mense scolastiche sono il luogo dove la pratica di quanto su esposto viene portato al parossismo (l’esperienza della mensa scolastica è quanto di più devastante ci possa essere per il mio sistema nervoso, oltre che per il mio udito). E così si moltiplicano le relazioni scritte degli insegnanti per i frequentissimi infortuni scolastici degli alunni (sarebbe interessante verificare statisticamente di quanto siano aumentati negli ultimi venti anni).
Quando la scuola chiede collaborazione alle famiglie, allora ecco emergere i connotati di un problema intricato e apparentemente insolubile, che è quello del modello educativo genitoriale nella relazione con il mondo della scuola e delle regole della vita associata tout court. Le comunicazioni scuola-famiglia (una volta si chiamavano “note”) spesso vengono rifiutate (non firmate) dai genitori. Ce lo dicono quegli stessi bambini che, all’indomani di un provvedimento scritto al loro indirizzo, ci mostrano la paginetta intonsa del loro diario con un sorrisetto di sfida e soddisfazione.

8 commenti:

Paolo Sinibaldi giornalista ha detto...

Mario caro, oltre a essere totalmente d'accordo con te, per il prossimo post che scriverai mi permetto di darti un consiglio su un altro tema secondo me di grande attualità: l'omertà. L'omertà che c'è ad esempio quando si parla e/o si scrive di doping, argomento che a chiacchiere sembra interessare a tutti ma che, quando si chiede a qualcuno di esporsi, di farsi avanti, allora diventa troppo... invasivo. Tu non hai paura di scrivere, io nemmeno, il Coni nemmeno, ma siamo davvero in pochi, ti assicuro.

Anonimo ha detto...

Beh... caro Mario è di tutta evidenza che il problema risiede nella famiglia e si riverbera nella scuola. Sarebbe sicuramente auspicabile una collaborazione genitori-insegnanti per il fine unico di qualificare l'educazione del bambino. Un bambino educato è una grande risorsa per il futuro.
A volte però, mi spiace dirlo, non c'è abbstanza tempo per stare dignitosamente con i propri figli, per via del ritmo frenetico delle nostre giornate ed a rimetterci sono proprio loro che perdono l'occasione di avere dei buoni esempi!! Speriamo bene per il futuro.
Saluti.
Pasqualino Onofrillo

Enrico ha detto...

Mi permetto subito di dire che non sono affatto d’accordo con Pasqualino Onofrillo. Il problema non risiede nella famiglia ma negli individui. L’idea di famiglia la sventolano oramai solo i preti ed i politici, ciascuno per i propri fini. La coscienza della genitorialità, da parte degli individui, è andata scemando fino ad esaurirsi, di pari passo con l’intelletto: se anche la capacità riproduttiva avesse seguito lo stesso corso oggi il mondo sarebbe migliore, almeno nella sua porzione italica.
Dell’educazione del bambino non gliene frega niente a nessuno, in primis ai genitori che la delegano completamente ad altri (i nonni, la strada, i videogiochi, la scuola, il calcio ..., salvo poi non riconoscere le autorità, surroganti la propria, che queste alternative propongono) e, a stretto giro, non frega niente neanche ai figli, che preferiscono rincoglionire davanti alla TV o al PC, piuttosto che impegnarsi in qualcosa di serio.
E non mi si parli del ritmo frenetico delle giornate. Viviamo in un paese ai minimi storici di occupazione, dove la cassa integrazione e la mobilità dilagano e anche chi un lavoro ce l’ha ha tirato i remi in barca (non vale per tutti ma mediamente è così). In questa situazione, il tempo a disposizione dei genitori per i figli è (purtroppo) in costante aumento. Sono i genitori che preferiscono far finta di essere occupati in altro piuttosto che stare coi figli. Io stesso ci sono costretto per la situazione scolastica di mia figlia (una pagella stile Chernobyl) ma quando mi metto a fare i compiti con lei percepisco già il suo disagio e la sua rabbia montante (e a ragione: che numeri ho io per sostituirmi a Maria De Filippi?).
Comunque non ho mai cercato, né cercherò mai, di insegnarle l’educazione: non ho la possibilità di farla crescere in Svizzera o in Norvegia e, se deve crescere qua, non voglio ritrovarmi, fra qualche anno, una figlia infelice, educata in mezzo ad un paese di cialtroni.

Buon qualcosa a tutti

Enrico Franti

Of ha detto...

Alla faccia di "Emilio"...... o per chi non dovesse intendere dell'"Emilio".

Paolo Dell'Elce ha detto...

il quadro è disperato, ho avuto modo di tenere molti laboratori nelle scuole, e posso confermare, dal mio punto di vista "occasionale" tutto quello che dice Mario...I bambini di oggi sono straordinariamente scoordinati dal punto di vista del comportamento...una volta c'era una voce in pagella: comportamento...non so se c'è ancora, Mario dimmi di sì...Questo significava che nella valutazione del rendimento scolastico aveva una particolare importanza anche il "comportamento" del bambino...
Mario dice che non si contano più gli incidenti scolastici...Se penso che quando andavo alle elementari io, in cinque anni non ce n'è stato nemmeno uno...eppure non eravamo dei santi nemmeno noi...andavamo a scuola con la fionda in tasca e la cerbottana nella cartella...
Durante i miei laboratori ho avuto modo di farmi un'idea però anche del corpo docente, e purtroppo non è molto positiva...ci sono maestri e maestre che sono veramente meravigliosi, ma sono troppo pochi...ho visto anche molta indifferenza proprio per i problemi personali degli alunni...alunni che non hanno esitato un attimo ad approfittare della mia attenzione verso il loro vissuto...Sono venute fuori storie incredibili, che non posso raccontare..è venuta fuori soprattutto la solitudine dei bambini...la solitudine in casa e in ogni altro luogo in cui questi si ritrovino...è venuto fuori il dolore per la separazione dei genitori...un dolore immenso che li straziava, ma che non sapevano a chi confidare...
La famiglia non è un entità astratta...una volta non lo era...e oggi dovrebbe perlomeno trovare una sua definizione accettabile e condivisibile, soprattutto dai bambini...per loro è comunque il luogo e il paesaggio originario...a tutt'oggi non ci sono alternative realmente valide. e poi c'è un'altro problema..una volta esistevano le madri e i padri...oggi esistono sempre di più le figure materne e le figure paterne...
figure...o molto più spesso figurine...
ma forse anche le figurine non sono più quelle di una volta...

Marius ha detto...

Il "Paolo" del primo commento non è il "Paolo" del quinto. Omonimie digitali...

un abbraccio

m

Marius ha detto...

Sono d'accordo con Enrico. Il suo commento è un secchio d'acqua gelata su ciò che rimane delle nostre poche, e maldestramente consolanti, speranze. Ed ha pure ragione Paolo, quello del quinto commento; "anche le figurine non sono più quelle di una volta" è un traslato che conchiude gli ultimi cinquant'anni della nostra pedagogia.
Tornerò presto su questo tema...

ancora grazie dei meravigliosi contributi

m

Marco SANTOZZI ha detto...

Caro Mario, tocchi temi e situazioni (ahimè)ancora attuali e di difficile risoluzione. Anzi le soluzioni ci sarebbero, anche molto semplici, ma gli individui che dovrebbero capire tali problemi sono alquanto restii al cambiamento.
In riferimento al post in questione i bambini o gli adulti (ardua la differenza)non conoscono il termine 'comunicare', bensì sono 'campioni' nell'agire, senza alcun collegamento con le situazioni in cui si trovano. Basterebbe conoscere semplici regole di comunicazione familiare per una sana alute emozionale. Chiudo qui il commento, che poi divento prolisso.

Un salutone,
Marco