Visualizzazione post con etichetta talento sportivo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta talento sportivo. Mostra tutti i post

domenica 5 luglio 2020

DEL TALENTO, DI NUOVO



L'alto livello nello sport si costruisce fin dalle categorie giovanili, posto che vi sia il pieno rispetto del talento con cui si lavora. Vincere titoli nazionali nelle categorie giovanili pascendosi di pericolose illusioni conduce a drop out scontati. Scrive Winfried Joch (1992): "Ha talento, oppure è un talento, colui che, sulla base di disposizioni delle disponibilità alla prestazione e delle possibilità che gli sono offerte dall'ambiente nel quale vive, ottiene (possibilmente in gara) risultati della prestazione superiori alla media della sua età, ma suscettibili di sviluppo. Tali risultati dovranno essere il prodotto di un processo attivo di trasformazione, pedagogicamente guidato e controllato attraverso l'allenamento, che è orientato in modo determinato verso quell'elevato livello di prestazione sportiva che dovrà essere svolto successivamente". 

Nell'allenamento del giovane, gli allenatori devono lasciarsi margine; bisogna sapersi accontentare dei risultati ottenuti senza insistere sulla disciplina che dà più "frutto". In Italia è assai frequente che l’allenatore non esperto si leghi visceralmente al giovane talento che è il prodotto del suo vivaio; tanto visceralmente da ‘imprigionarlo’ nella gabbia delle proprie ambizioni – talvolta sono vuoti esistenziali da colmare con i successi dei ragazzi che allena e che ha visto crescere.

Rari sono i casi in cui avviene un passaggio di consegne, quando l’allenatore meno esperto e competente affida il ‘suo’ giovane atleta ad un allenatore specialista di chiara fama. 
Qualcuno potrebbe obiettare, giustamente, che così facendo i tecnici meno esperti non matureranno mai le competenze necessarie per il cosiddetto alto livello. È altrettanto vero che fare esperienza sulla pelle di giovani talenti, col rischio di perderli ancor prima che cominci la loro carriera sportiva (dai 20 anni in su per un atleta dell’endurance), è il ‘delitto’ più grande che possa essere perpetrato ai danni di un sistema sportivo già debole. 

Amo immaginare un progetto per l’alto livello nello sport dove i tecnici di base o meno esperti, una volta affidati i loro talenti ad allenatori specialisti di comprovata esperienza internazionale, possano ‘andare a bottega’ da questi ultimi, continuando a percepire un incentivo economico per l’atleta allenato anche dopo il passaggio di consegne e per tutta la sua carriera; tutto ciò avrebbe una duplice ricaduta positiva: rendere meno traumatico possibile il cambiamento nella vita sportiva (e non solo) del giovane atleta, e offrire al tecnico di base sia opportunità formative di qualità, sia un gratificante, oltre che meritato, incentivo economico.

mercoledì 4 marzo 2020

QUALI TALENTI?


Lancio la trita provocazione, fidando nella benevolenza di chi legge e nel risibile alibi del panico da virus pandemico, qualora sparassi solenni baggianate.

“Nello sport di vertice attuale si definisce talento un soggetto che, tenuto conto dell’allenamento già realizzato, è capace di prestazioni sportive superiori alla media rispetto a gruppi di riferimento di soggetti dello stesso livello di sviluppo biologico e con abitudini di vita simili. Per cui, tenendo conto delle disposizioni personali interne (endogene) alla prestazione e di condizioni esterne (esogene), si può ragionevolmente supporre e, in particolare, si può determinare attraverso modelli matematici, che nella successiva fase di sviluppo potrà ottenere prestazioni sportive di alto livello” (Hohmann, Carl, 2001).

Bene, attraverso la citazione di Hohmann, si può provare a riflettere sul concetto spinoso di talento sportivo. Sembra chiaro – purtroppo non a tutti – che per avere dei campioni nello sport (ma campioni veri, mica chiacchiere!) occorre lavorare su talenti veri. È altrettanto evidente che dalle nostre parti – così come altrove – un bambino che sgambetta decentemente, e che magari vince qualche competizione stradale nelle infinite sagre paesane estive, spesso finisce con l'alimentare i sogni di gloria dei propri familiari, così come il chiassoso fanatismo di amici e conoscenti. Un ‘onesto’ allenatore, dal talento non necessariamente eccelso, sa come evitare le trappole dei “tutori dei talenti per forza”, quei genitori, parenti e ‘affini’ convinti fino allo spasimo della straordinaria bravura e del conseguente futuro luminoso dei loro ‘protetti’.

Un buon allenatore, quindi, cercherà, quanto più potrà, di tenersi a distanza dall’esercito di campioni mancati e mancanti, col loro coro di supporters, consanguinei e non, capaci di alitare sul collo del malcapitato di turno la propria livorosa apprensione, anche a parecchi chilometri di distanza. Pia è l’illusione di convincere costoro della pericolosità del loro agire nevrotico.

All’uopo, come spesso accade in questi miei post, ci viene in soccorso il grande Flaiano: “Il peggio che può capitare ad un genio (così come ad un talento sportivo, nds) è di essere compreso”.

sabato 9 novembre 2019

BREVE RIFLESSIONE SUL TALENTO SPORTIVO



Sono tornato a leggere l'edizione italiana del saggio di Vladimir b. Issurin, Athletic talent "Identification and its Development". Trovo che sia stata un'ottima occasione per fare chiarezza, una volta di più, su concetti troppo spesso abbandonati alla mercé dei luoghi comuni più triti.

Di certe esasperazioni agonistiche anticipate ho già scritto tanto. Sono solito ripetere che nello sport giovanile è nota la parafrasi del famoso adagio partenopeo: “Ogni scarrafone è talento a mamma soja”. A mamma, ma anche a papà.

Dinanzi alla ‘mediocrità atletica’ dei loro figlioli, certi ‘adulti’ non si rassegnano, anzi: rilanciano. “Deve fare le ripetute”, “quella gara non doveva farla; così non si velocizza”, “ma quando farà il salto di qualità?”, sono alcuni dei mantra che taluni genitori con vocazione da coach amano recitare agli istruttori dei loro figlioli, spesso in presenza di questi ultimi.

E se arriva qualche risultato discreto (discreto, non stratosferico), al primo momento di crisi, fisiologica e necessaria nella carriera di qualsiasi atleta, il genitore-coach perde la brocca. Cominciano così i pellegrinaggi da un allenatore all’altro, alla ricerca spasmodica di quello che non c’è; che non dovrebbe proprio esserci.

Il talento, vero, di un atleta può fare la fortuna di un allenatore. Così come la bravura di un allenatore può fare la fortuna di un atleta talentuoso (ché il talento da solo non basta). E la fortuna, vera, di un atleta - scarso, mediocre o campione che sia - è l’aver vissuto un’esperienza unica, formidabile, di crescita personale, sperimentando sul proprio corpo e nel profondo dell’anima la ruvida bellezza di un cammino difficile, ma possibile; di un abbraccio forte e rassicurante, comunque vada.