Nel post precedente si parlava di rispetto delle regole, mi sembra. È un problema etico, sicuramente. Richiama drammaticamente i problemi di una società divisa, spesso assente, sul fronte dell’impegno morale; qualcosa di cui parlare, e che puntualmente degenera in chiacchiera da bar. Qualcosa di cui, al di là delle ciarle, ci si libera presto perché ‘qualcuno’ (le Istituzioni o… non si sa bene chi), non noi, per carità, dovrebbe occuparsene, ‘ufficialmente’. E così si va avanti. Ci si indigna di fronte all’ennesimo caso di doping sportivo e poi...Ed io torno alla mia realtà professionale dove, quotidianamente, è possibile verificare l’assenza di un impegno inderogabile.
Vi farei entrare in alcune classi di scuola primaria, dalle mie parti. Forse è soltanto una mia percezione – e di qualche altro mio collega –, ma i bambini con cui ho modo di relazionarmi si comportano come animaletti impazziti. Comunicano dandosi spintoni pericolosissimi, non solo per manifestare dissenso al proprio compagno, ma, semplicemente, per richiamare l’attenzione dell’altro. Il lancio di oggetti – quando questi non vengono branditi come bastoni, lance o pugnali – sembra essere alla base di un contorto e misterioso linguaggio pre-verbale, dove al segnale emesso si lega la disperata ambiguità del suo significato, unitamente all’esigenza del bambino-emittente di produrre azione, movimento. I bambini rispondono alle richieste dell’insegnante, ma anche dei compagni, urlando come ossessi, seguendo la logica del “se urlo più forte degli altri ho diritto di parola”. In aula si legge, si scrive, si disegna stando acciambellati oppure in ginocchio, o addirittura in piedi, su sedie pencolanti. Le mense scolastiche sono il luogo dove la pratica di quanto su esposto viene portato al parossismo (l’esperienza della mensa scolastica è quanto di più devastante ci possa essere per il mio sistema nervoso, oltre che per il mio udito). E così si moltiplicano le relazioni scritte degli insegnanti per i frequentissimi infortuni scolastici degli alunni (sarebbe interessante verificare statisticamente di quanto siano aumentati negli ultimi venti anni).
Quando la scuola chiede collaborazione alle famiglie, allora ecco emergere i connotati di un problema intricato e apparentemente insolubile, che è quello del modello educativo genitoriale nella relazione con il mondo della scuola e delle regole della vita associata tout court. Le comunicazioni scuola-famiglia (una volta si chiamavano “note”) spesso vengono rifiutate (non firmate) dai genitori. Ce lo dicono quegli stessi bambini che, all’indomani di un provvedimento scritto al loro indirizzo, ci mostrano la paginetta intonsa del loro diario con un sorrisetto di sfida e soddisfazione.