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venerdì 1 maggio 2020

ALTRI PODI (IL CAMPIONE DOPO)


Ventisei anni fa moriva Ayrton Senna, il più umano tra i piloti di formula uno. Sembra davvero ieri.

Lo conobbi incrociandolo sul tratto di lungomare vicino casa mia, alla fine degli anni ‘80. Era quasi l’alba e correvamo entrambi.
Fu molto gentile e mi permise di scambiare quattro chiacchiere per circa un chilometro. Mi disse che ero fortunato a vivere a Pescara.

Ogni anno, dopo quel tragico 1 maggio, amo ricordarlo con un pensiero.
Questo è ciò che scrissi cinque anni fa.
Buona lettura, o rilettura, Se Vi va.

Chi non ha elaborato il lutto della perdita del proprio ruolo professionale (questa può essere la condizione degli atleti di livello medio-alto, chiusa la carriera agonistica), spesso ha dinanzi a sé due vie: quella del moto perpetuo alla ricerca di una patetica visibilità ad ogni costo (teatrini pseudo-politici inclusi), oppure il mesto sentiero dell'oblio, cercato con pervicace volontà, non senza maledire gli uomini e talvolta anche il Cielo.

Penso ad Ayrton Senna, uno che il lutto lo elaborò in silenzio durante gli anni migliori della sua carriera, fino a qualche mese prima di morire, a Imola, in quel tragico primo maggio del 1994: l'istituto che porta il suo nome (Instituto Ayrton Senna), fondato dal pilota nell’inverno del 1993, fino ad oggi ha realizzato programmi di scolarizzazione e assistenza medica per oltre 16 milioni di bambini.

(“L’istituto incassa 2 milioni e mezzo l’anno dalle royalties sui prodotti a marchio Senna – spiega Claudio Giovannone, padrino per l’Europa dell’Istituto Ayrton Senna – e li spende tutti in programmi di assistenza all’infanzia: dallo studio al gioco, alle cure mediche, per cercare di dare al maggior numero possibile di bambini brasiliani la possibilità di avere un futuro”).

"I ricchi non possono vivere su un'isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità". (Ayrton Senna)

venerdì 10 febbraio 2012

Il bandito e il campione

De Gregori non c'entra nulla. Il post è una sorta di dialogo probabile. "Bandito" qui sta per "messo al bando"; qualcuno decisamente fuori dal 'sistema'. Il campione, invece, è il Campione.

° § °

B - Diamine, è un po' che non ti si vede in giro. Ma non ti manca l'ambiente?

C - Forse un po'. Più che l'ambiente in senso lato mi manca la caciara dei ragazzi in mezzo al campo.

B - Allora è davvero da un po' che manchi. Di caciara, (quella caciara) dalle mie parti, allo stadio, inizia ad essercene tanta. Le scuole di avviamento allo sport sembrano essere ripartite alla grande. Nonostante gli orari improbabili di utilizzo della struttura...

C - Ancora la storia dell'orario di chiusura? Ma quelle scritte? "Città Europea dello Sport"... Lasciamo perdere, altrimenti ti dico che l'ambiente non mi manca affatto.

B - Beh, lasciamo perdere un ciufolo. Come al solito qui se le cose ripartono il merito va ai soliti 'uomini di buona volontà', gente spesso competente col difetto del volontariato.

C - Difetto?

B - Sì, diciamo pure così. Ho visto (e vedo ancora) qualcuno (più d'uno) 'ingrassare' sui frutti di quel meritorio volontariato. Ma il volontariato indiscriminato, lo sappiamo, è la porta d'ingresso di pericolosi dilettanti, sempre molto zelanti, iperattivi...

C - ... come ad esempio diversi allenatori, pseudo-guru che nessuno controlla nel loro operato perché il volontariato sportivo in Italia è con 'licenza di uccidere'; come a dire: "io non ti pago, tu fai un po' ciò che vuoi, basta che mi crei 'movimento', mi porti tesserati...". È stato il leitmotiv dell'atletica leggera degli anni '60-'70; per certi versi, dura ancora oggi in molte province italiane.

B - Io però la vedo meno nera di te. Ripeto, le scuole di avviamento allo sport - i cosiddetti vivai giovanili - sono superpieni. Ad insegnare l'ABC del movimento ci sono fior di giovani, laureati in scienze motorie e/o istruttori federali...

C - Bene. Anche se il gap col calcio, il basket, la pallavolo, eccetera è ancora troppo ampio. Bisognava comunque cominciare. La strada intrapresa mi sembra quella giusta. Ma con la comunicazione come stiamo messi?

B - E che cosa vogliamo comunicare? I 'campioncini' dell'atletica possono forse competere coi 'mostri sacri' del calcio? Nella civiltà delle apparenze se hai un Bolt da spendere allora bon, altrimenti stiamo a raccogliere il Pacifico col colino. È pur vero che oggi anche coi 'campioncini' non stiamo messi benissimo. Piuttosto, sai cosa mi facevano notare giorni fa alcuni amici? Qui da noi, nei sacri uffici dello Sport locale, non c'è neanche una mezza foto che immortali una tua impresa. Una sorta di damnatio memoriae...

C - [Sorride] Forse, ma in modo assai traslato. La damnatio memoriae puniva pure con la rimozione delle effigi. Ma lì di immagini che mi ritraggono, mi pare, non ce ne sono mai state.

B - Tuttavia i campioni, i campionati, gli scudetti pare ci piacciano da queste parti. Pure in atletica...

C - ... ma il campione in atletica, come in ogni altro sport, deve essere funzionale ad un movimento giovanile che cresce. Un esempio da imitare, e qui, purtroppo, si apre l'annosa questione dei falsi campioni, delle patacche spacciate per roba fina...

B - Del doping parliamo dopo. Mi interessa sapere il tuo punto di vista sulla cosiddetta atletica di serie "A" dalle nostre parti.

C - Ognuno fa l'atletica che vuole, ci mancherebbe. Chi investe del proprio per raggiungere obiettivi agonistici di eccellenza nazionale, anche se per un risultato collettivo, a squadre, va rispettato. Per una vittoria leale, pulita, bisogna gioire sempre. È necessario però capire che la temperie sociale, storica, che stiamo vivendo è molto diversa da quella dei fasti delle mitiche "Iveco" di Torino, "Snia" e "Pro Patria" di Milano, di trenta e più anni fa. Il sogno dorato di quei tempi è naufragato nella realtà di una società massacrata dall'ipocinesi, da stili di vita assolutamente incompatibili con una regolare pratica sportiva, anche soltanto 'amatoriale'. Forse l'atletica di serie "A", quella dei Cova, Panetta, Mei, Antibo, per rimanere al mezzofondo resistente, la rivedremo tra un secolo, se per quel tempo ci sarà ancora umanità ad applaudirla. A mio giudizio (può darsi che sbagli) una vera società sportiva di serie "A" investe nel settore giovanile locale almeno tanto quanto impegna per la 'prima squadra'.

B - Sono d'accordo. Anche la funzione dei nostri allenatori-istruttori è cambiata. Da tecnici raffinatissimi del cronometro e della fettuccia, passami l'espressione riduttiva e volgare, a ri-educatori. Riabilitatori. Chi non si rassegna a tale evidenza può sempre provare la via del Kenia o dell'Etiopia, per restare sempre al mezzofondo in atletica. Ma la vedo un po' dura... Dai, un'altra richiesta e ti lascio andare. Dicevamo del doping. Vuoi aggiungere qualcosa al fiume di parole di questi giorni, sul caso Contador, o sul doping tout court?

C - [Sorride di nuovo]. Ieri l'altro leggevo un post sul blog Opinioni Aerobiche. "Acido lattico e vecchi merletti" il titolo. Mi piacciono le risposte di Marius, Fred ed Enrico, date ad Antonio nei commenti. Ora però devo salutarti. Ho il tread mill che mi aspetta per una quarantina di minuti di corsa. Ne approfitto. Adesso posso.

B - Ciao Campio'!

C - Ciao bandi'!

venerdì 13 giugno 2008

Il talento e il campione: potenza e atto?

Stavolta scomodo pure Aristotele. Per carità siamo sempre su un blog, il mio, dove faccio passare opinioni, mica affermazioni incontrovertibili! Voglio però ragionare di alcune questioni abbastanza note a chi si occupa di mezzofondo e fondo in atletica leggera. La domanda è: ma che fine fanno i nostri migliori mezzofondisti (ed anche marciatori) una volta usciti dalla categoria cadetti? Per carità, viviamo un tempo di vacche magre assai per quanto concerne le discipline di endurance in generale; una situazione che, probabilmente, ha la sua causa principale nelle piaghe sociali dell’ipocinesi e dell’ipernutrizione. Ne abbiamo già parlato. È pur vero però che quei pochi “puledri” che vengono a galoppare per qualche tempo dalle nostre parti, sembrano imbolsire intorno ai 17-18 anni, per poi sparire definitivamente compiuti i 20, quasi non fossero mai esistiti (atleticamente).
Rimarrò prevalentemente (per motivi pratici e di esperienza personale) sui maschietti. La questione non è molto diversa nel settore femminile; citerò pure qualche esempio.
È molto triste leggere le graduatorie nazionali allievi 2007 e trovare non più di 5 tempi sotto gli 8’50” nei 3000m. Ancora più penoso, con queste premesse, preconizzare risultati risibili tra gli juniores e i seniores (ometto volutamente la categoria promesse, per me un’assurda quanto fuorviante invenzione “amministrativa”) nei prossimi 2-3 anni e su tutte le distanze del mezzofondo olimpico (della maratona non voglio parlare).
Faccio allora un paio di conti: ogni anno l’Abruzzo è capace di cavar fuori almeno 3-4 cadetti interessanti. Ne ho conosciuti alcuni, in tempi recenti, capaci di correre i 1000m in 2’42” già al primo anno di categoria. A parte qualche rarissima eccezione, quegli stessi atleti “rallentavano” sui 2000m, si facevano più deboli, meno runners usando un’espressione terra terra; e questo mi fa pensare. Paradossalmente le distanze “brevi” come i 1000m e la ricerca precoce del risultato (soprattutto da parte di taluni allenatori) sono il primo grosso ostacolo ad una crescita equilibrata dei nostri giovani mezzofondisti. Eppure basterebbe dare un’occhiata ad uno dei tanti testi che trattano delle basi biologiche dell’allenamento di bambini ed adolescenti, per rendersi conto di quanto possa essere controproducente, pericoloso, lavorare con essi sconfinando nel lattacido, spesso e volentieri, giocando a ridurre drammaticamente i tempi di recupero.
Tempo fa qualcuno mi fece arrivare un messaggio del tipo: “i ragazzini devono velocizzarsi, devono correre meno e più velocemente”. Qualcun altro - leggevo nel suo curriculum di tecnico – vantava i risultati di 5-6 atleti da lui allenati, ragazzi talentuosi che, arrivati a vent’anni, interruppero l’attività per infortuni vari (ma anche perché vieppiù demotivati). Di questo allenatore mi fece impressione leggere: “Ha allenato x y, campione italiano ai Giochi della Gioventù”. La cosa, paradigmatica di quanto fin qui detto, si commenta da sé.
Si confonde la potenza con l’atto, riprendendo rusticamente Aristotele; il talento per certuni è già campione e in nome del risultato prêt-à-porter lo si pressa da subito e senza troppi riguardi. E allora vado a quei pochi esempi di giovani eccellenze atletiche realizzatesi poi da adulti. Mio fratello Giovanni (in foto), capace di correre i 2000m a 10 anni (era il ’78) in 6’33”4, di marciare i 10.000m in 41’50” a 17 anni; ha poi fatto ciò che si sa. Gisella Orsini, marciatrice che strappai nell’89 ad un destino ibrido di podista-marciatrice, per indirizzarla verso le soddisfazioni che ancora oggi, a quasi 37 anni, è in grado di togliersi. Annalisa Scurti, pescarese, mezzofondista che in molti non ricordano più; cominciai ad allenarla all’inizio dell’87, quando stava per interrompere anzitempo la sua carriera a causa di tendini arrivati ormai al capolinea. Da mezzofondista veloce iniziò a “pensare ad altro”: passò prima sui 3000m (12^ in finale ai Campionati del Mondo Juniores a Sudbury nel 1988, col tempo di 9’26”; 9’11” l’anno dopo) e poi a 21 anni fu capace di correre il suo secondo 10.000m in 33’28” (2^ agli Italiani Assoluti del ’90). Corse anche due edizioni dei Campionati del Mondo di Corsa su strada (1h13’41” il suo crono sulla mezza maratona).
Per non restare al “mio”, voglio ricordare il grande Luciano Carchesio, talento vero, scoperto ed allenato da Donato Chiavatti, già forte nella categoria ragazzi e capace da senior di un 8’27” e spicci sui 3000st (vinse un titolo italiano assoluto sulle siepi nell’82, davanti a Panetta; fu finalista, sempre in questa disciplina, agli Europei di Atene di quello stesso anno). Chiudo con Alberico Di Cecco, altro esempio di longevità atletica, capace a 16 anni di correre i 3000m in 8’27”5 e un “ufficioso” 10.000m intorno ai 31’30”!

Del doman non v’è certezza...